Nel suo celebre libro sulla “Grande Scacchiera” eurasiatica, Zbigniew Brzezinski indica alla superpotenza statunitense quelli che il sottotitolo stesso definisce come “i suoi imperativi geostrategici”. Il capitolo in cui l’autore suggerisce agli USA di dominare l’intero continente utilizzando e favorendo l’anarchia etnica, religiosa e politica reca un titolo eloquente: I Balcani eurasiatici (The Eurasian Balkans). “In Europa – scrive Brzezinski – la parola Balcani evoca immagini di conflitti etnici e di rivalità regionali di grandi potenze. Anche l’Eurasia ha i suoi Balcani, ma i Balcani eurasiatici sono molto più estesi, più popolosi, ancor più eterogenei sotto il profilo religioso ed etnico. Si trovano in quell’ampia ed oblunga area geografica che contrassegna la zona centrale di instabilità globale (…) che abbraccia porzioni dell’Europa sudorientale, l’Asia centrale e parti dell’Asia meridionale, l’area del Golfo Persico e il Medio Oriente”1.

Da parte sua, il geopolitico François Thual, analizzando il fenomeno mondiale della proliferazione degli Stati e della corrispondente frammentazione politica del pianeta, paragona l’emergere delle nazioni dell’America latina alla nascita degli Stati balcanici. Inoltre, Thual applica il concetto di balcanizzazione alla devoluzione della parte araba dell’Impero ottomano: “la morte dell’Impero ottomano prima nei Balcani e poi nel mondo arabo ha inaugurato un processo di spezzettamento che è durato novant’anni nella parte europea e centoquarant’anni nell’altra”2.

Bastino questi due esempi per mostrare come il lessico geopolitico faccia ricorso alla metafora dei Balcani ed al termine balcanizzazione per indicare un’area afflitta da instabilità e disordine cronici dovuti a conflitti etnici e religiosi, nonché il corrispondente processo di disgregazione degli Stati.

Il termine balcanizzazione nacque nelle cancellerie europee alla fine della prima guerra mondiale, che segnò la scomparsa di quattro imperi e la nascita di entità statuali mai esistite prima d’allora, fra cui il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni; ma già i cento anni precedenti (intercorsi fra la rivolta serba del 1815 e la fine della seconda guerra balcanica, nel 1913) avevano assistito all’ultima fase dell’indebolimento ottomano ed alla nascita di sei nuovi Stati: Grecia, Serbia, Montenegro, Romania, Bulgaria, Albania.

Ma neanche la Grande Guerra pose un termine definitivo al processo balcanico di dissoluzione. La disintegrazione dello Stato jugoslavo fra il 1991 e il 2008 ha dato alla luce sette staterelli: Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Montenegro, Macedonia, Cossovo. Questo ulteriore processo di disgregazione ha confermato presso l’opinione pubblica dell’Europa occidentale la validità del termine balcanizzazione, rafforzandone le connotazioni negative, le quali non si riferiscono soltanto al fenomeno della parcellizzazione territoriale ed all’instabilità politica, ma anche a violenti conflitti etnico-religiosi ed a fenomeni di pulizia etnica.

La regione che ha prestato il suo nome3 alla metafora con cui vengono indicati i fenomeni suddetti è la penisola limitata ad est dal Mare Egeo, a sud dal Mediterraneo, ad ovest dallo Jonio e dall’Adriatico. A nord, l’interpretazione più estensiva fissa il confine della penisola in corrispondenza della linea immaginaria Trieste-Odessa; ma per lo più si tende ad assumere come limite settentrionale la linea segnata dal corso inferiore del Danubio, da quello della Sava e del suo affluente Kupa (tra Slovenia e Croazia, non lontano da Fiume). In conformità di questo secondo punto di vista, possono essere considerati paesi balcanici a pieno titolo la Bulgaria, l’Albania, la Grecia e gli Stati successori della Jugoslavia (tranne la Slovenia, che viene inserita nel gruppo dei “paesi alpini”4, ma è ritenuta parte integrante dei Balcani per varie ragioni). Paesi parzialmente balcanici, infine, sono la Romania e la Turchia.

Su questo territorio è stanziata una decina di popoli, nonché vari gruppi etnici minori; vi si parlano idiomi di diversa origine (tre o quattro lingue slave, il romeno, l’albanese, il neogreco, il turco) e vi si praticano religioni diverse (l’Ortodossia, il Cattolicesimo, l’Islam).

Il complesso mosaico costituito da una tale varietà etnica e culturale ha offerto agli strateghi dello “scontro delle civiltà” la possibilità di favorire quel genere di conflitti che vengono chiamati “guerre di faglia”5; è stata infatti la Federazione Jugoslava, la costruzione statale più rappresentativa di tutto il mosaico balcanico, a fornire il terreno per “il più complesso, confuso e variegato intreccio di guerre di faglia dei primi anni Novanta”6.

Data la sua natura geografica di “prolungamento dell’Asia anteriore sul suolo europeo”7, oggi la penisola balcanica subisce immediatamente, prima di altre regioni, l’impatto di destabilizzanti ondate migratorie destinate a trasmettersi al resto dell’Europa. Nei primi due mesi del 2016 la Grecia ha registrato l’arrivo di 132.200 individui, mentre nello stesso periodo dell’anno precedente gli arrivi erano stati 3.952. Per quanto riguarda gli altri paesi della cosiddetta “rotta balcanica”, dall’inizio del 2016 alla fine di febbraio si hanno i seguenti dati: Macedonia 89.000, Serbia 93.600, Croazia 103.200, Slovenia 98.400. Gli arrivi concernenti l’Ungheria e l’Austria sono stati, rispettivamente, 3.600 e 110.700.

La situazione prodotta da tali ondate ha indotto perfino il commissario europeo per le migrazioni e gli affari interni, Dimitris Avramopoulos, a paventare il rischio di un collasso totale. Contemporaneamente, l’ex ministro della Difesa italiana Mario Mauro rivelava che le forze militari della missione Kfor avevano ricevuto l’ordine di traghettare sulle coste italiane i 150.000 clandestini bloccati tra il Cossovo e l’Albania. Lo stesso comandante della missione NATO, il generale Miglietta, il 27 gennaio aveva dichiarato alla Commissione Difesa del Senato italiano che, secondo informazioni provenienti dai servizi segreti europei, qualche centinaio di terroristi del cosiddetto “Stato Islamico” si era già mescolato alla folla dei clandestini.

L’assistenza fornita dalle forze militari della NATO al disordine migratorio è un’ulteriore conferma di ciò che abbiamo sostenuto su queste pagine8: le “migrazioni artificiali coercitive” (coercive engineered migrations) teorizzate negli USA9 si configurano come un’arma non convenzionale che, al pari di altre armi non convenzionali impiegate nella “guerra senza limiti”, viene usata contro l’Europa.

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KELLY M. GREENHILL, WEAPONS OF MASS MIGRATION, Cornell University Press

  1. “In Europe, the word Balkans conjures up images of ethnic conflicts and great-power regional rivalries. Eurasia, too, has its Balkans, but the Eurasian Balkans are much larger, more populated, even more religiously and ethnically heterogeneous. They are located within that large geographic oblong that demarcates the central zone of global instability (…) that embraces portions of southeastern Europe, Central Asia and parts of South Asia, the Persian Gulf area, and the Middle East” (Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard. American Primacy And Its Geostrategic Imperatives, Basic Books, New York 1997, p. 123).
  2. François Thual, Il mondo fatto a pezzi, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2008, p. 50.
  3. Propriamente, Balcani (dal turco balkan, “montagna” o “catena montuosa”) è il nome del sistema montuoso che si estende dal fiume Timok, affluente di destra del Danubio, al Capo Emine sul Mar Nero. Di qui le denominazioni Balcania e Penisola balcanica.
  4. Cfr. ad esempio The Reference Atlas of the World, Dorling Kindersley Ltd, London 2004; Atlante del Mondo, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2001.
  5. “I conflitti di faglia sono conflitti fra stati o gruppi appartenenti a diverse civiltà, e assumono carattere violento. Simili guerre possono verificarsi tra stati, tra gruppi non governativi, oppure tra stati e gruppi non governativi. I conflitti di faglia all’interno di uno stato possono coinvolgere gruppi prevalentemente localizzati in aree specifiche del paese, nel qual caso il gruppo che non controlla il governo lotta solitamente per la propria indipendenza e può essere disposto (ma può anche non esserlo) a sedare il conflitto per un obiettivo un po’ inferiore. I conflitti di faglia all’interno di uno stato possono anche coinvolgere gruppi geograficamente interconnessi, nel qual caso rapporti costantemente tesi erompono di tanto in tanto in scontri violenti (…) A volte i conflitti di faglia riguardano lotte per il controllo di popolazioni. Più di frequente, la posta in palio è il controllo di territorio. Obiettivo di almeno uno dei belligeranti è conquistare territorio e liberarlo da chi vi abita mediante espulsione coatta, eliminazione fisica, o entrambe le cose, vale a dire mediante operazioni di ‘pulizia etnica’. Simili conflitti tendono ad essere particolarmente violenti e brutali, con il ricorso da entrambe le parti al massacro, al terrorismo, allo stupro e alla tortura. Spesso il territorio oggetto di contesa è per uno o per entrambi i contendenti un simbolo vitale della propria storia ed identità, terra sacra sulla quale vantano un diritto inviolabile: la West Bank in Palestina, il Kashmir, il Nagornyj-Karabach, la valle della Drina, il Kosovo” (Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano 2000, pp. 374-375).
  6. Samuel P. Huntington, op. cit., p. 419.
  7. “L’Espagne, l’Italie des Apennins, le Nord et l’Ouest de la presqu’île égéenne sont les prolongements de l’Asie antérieure et de l’Afrique sur le sol européen” (Jordis von Lohausen, Les empires et la puissance. La géopolitique aujourd’hui, Éditions du Labyrinthe, Arpajon 1996, p. 109).
  8. “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, a. XII, n. 4 (“Migrazioni”), ottobre-dicembre 2015
  9. “I define coercive engineered migrations (or migration-driven coercion) as those cross-border population movements that are deliberately created or manipulated in order to induce political, military and/or economic concessions from a target state or states” (K. M. Greenhill, Weapons of Mass Migration. Forced Displacement, Coercion, and Foreign Policy, Cornell University Press, Ithaca and London 2010).
Claudio Mutti
Claudio Mutti, antichista di formazione, ha svolto attività didattica e di ricerca presso lo Studio di Filologia Ugrofinnica dell’Università di Bologna. Successivamente ha insegnato latino e greco nei licei. Ha pubblicato qualche centinaio di articoli in italiano e in altre lingue. Nel 1978 ha fondato le Edizioni all'insegna del Veltro, che hanno in catalogo oltre un centinaio di titoli. Dirige il trimestrale “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”. Tra i suoi libri più recenti: A oriente di Roma e di Berlino (2003), Imperium. Epifanie dell’idea di impero (2005), L’unità dell’Eurasia (2008), Gentes. Popoli, territori, miti (2010), Esploratori del continente (2011), A domanda risponde (2013), Democrazia e talassocrazia (2014), Saturnia regna (2015).