POSTFAZIONE: la strategia del Signor T.

Mentre questo libro va in pubblicazione, un avvenimento colpisce le opinioni pubbliche, i media e le cancellerie globali: Donald Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America, lo Stato militarmente, economicamente e tecnologicamente più potente del mondo. È doveroso provare a comprendere le implicazioni che questo risultato avrà sulle relazioni internazionali nello scenario attuale e dei prossimi quattro anni. Senza dare il minimo giudizio di merito – qui si prova a fare analisi e non a tranciar giudizi – partiamo da un presupposto squisitamente politico: il fenomeno Trump è stato troppe volte liquidato come ridicolo, inane ed effimero da troppi operatori del mondo culturale, intellettuale e strategico che dimostrano una volta di più – come per la Brexit – di aver perso ogni sintonia con il contesto che li circonda. 

In generale, da un ricco immobiliarista – piaccia o meno, parte dell’establishment da cui pure prende le distanze – è dura aspettarsi rivoluzioni, così come è difficile aspettarsi che la prima potenza globale rinunci ad esserlo nello spazio di un mattino. Cercherà – dichiara – di essere meno interventista, meno persino di quello che – ufficialmente – è stato Obama, anche se la vera partita non è tattica (sui singoli teatri) ma strategica: cercherà davvero l’America di limitare la propria sovraestensione/sovraesposizione imperiale, con tutti i costi che ne derivano, così come ad un certo punto fece l’Impero Romano? Il grande dilemma degli imperi è che sono costretti ad essere tali – proseguono ad essere imperi e floride potenze solo mantenendo presa sui grandi spazi e i flussi economici e tecnologici – ma l’essere imperi presenta dei costi enormi di presidio politico e militare che hanno pur sempre una soglia di sostenibilità, superata la quale ogni impero si ritira in declino (Roma, Cina dei Manciù) oppure collassa (URSS). Le risorse dell’impero americano sembrano essere infinite data la sua primazia finanziaria (la grande piazza di New York), tecnologico/scientifica e monetaria (il dollaro valuta internazionale): questo non può cancellare i costi umani, strategici e materiali per l’America ed il mondo degli impegni militari aggressivi, espliciti e – lo si dica! – brutali delle amministrazioni Kennedy, Reagan, Clinton e Bush come quelli sotto tono, silenti e “smart” dell’amministrazione Obama. La dottrina Obama è stata definita del “leading from behind” (governare da dietro le quinte): si porta all’estremo l’appoggio a rivoluzioni e moti di piazza (fomentandoli, o forse persino contribuendo a provocarli?) e si sostengono gruppi di ribelli e guerriglieri fornendo loro appoggio ma coinvolgendo truppe americane il meno possibile. Basta questo per rassicurare i governi clienti? Da un alleato potente è la potenza che ci si aspetta: l’Impero Americano ha sempre seguito più Clausewitz che non Sun Tzu, pur non escludendo mai nessuno dei due nemmeno nel ribaltamento dell’era Obama. 

Insomma, è l’essere impero che detta la politica, la strategia e l’economia dell’impero stesso. O l’America è potenza globale o non è, o la sua economia è globale o non è, o il dollaro è moneta globale o, dovendo sostenere miliardi unità di debito in dollari, è carta straccia. Importa poco lo sappia il presidente: lo sanno gli apparati di governo e lo stato profondo, il Congresso e le lobbies economiche, Wall Street e il Pentagono, le multinazionali e la CIA, l’FBI e il Dipartimento di Stato – che poca simpatia hanno raccolto tra gli elettori ma che tantissimo anche se non tutto contano nei meccanismi di potere. Ecco che le promesse elettorali di un candidato diventano meno interessanti rispetto a quanto egli potrà effettivamente fare per mantenerle: una nuova Yalta in Europa, un nuovo Congresso di Vienna nel mondo in cui le Potenze (USA, Russia e Cina in primis ma anche potenze medie quali India, Giappone, Iran, Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Germania, Brasile, Giappone, forse ancora Francia e Regno Unito) ragionino schiettamente di equilibri di potenza, di aree di influenza, di sfere economiche. Tutto questo include opportunità dal punto di vista dei costi, ma anche rischi: un impero non può abbandonare stati clienti agli imperi concorrenti, pena crisi di credibilità (a Taiwan, ad esempio) ma può non vedersi per forza condannato a soffiare spazi altrui (in Ucraina, sempre per esempio). Al di là di tanto flatus vocis da campagna elettorale, pare che questo presidente antinterventista sia orientato ad agire in tal modo. Il Signor T. pare (pare) aver capito meglio di altri quanto la globalizzazione segni il passo: la storia non è finita, il liberal-liberismo non ha trionfato e bussano di nuovo alla porte, le religioni, le identità, persino le ideologie. Illusione delle anime belle credere che gli Stati fossero ferri vecchi del passato: quello che abbiamo chiamato liberismo è stato forse solo un mercantilismo delle grande potenze e delle loro multinazionali (pure enti dotati di forte autonomia) – in cui urge mettere ordine per evitare squilibri. Tra le materie di scuola sono tornate a farci visita la storia e la geografia, che lo volessimo o meno. La politica deve dunque ritornare sovrana e prestare orecchio alle classi medie, punta di lancia del sogno socialdemocratico annichilito dalla sbornia (presunta) liberale e che oggi chiedono a gran voce sicurezza. 

Non aspettiamoci rivoluzioni: speriamo nel pragmatismo. Meno rivolte colorate per destabilizzare entità statuali e meno appoggio a gruppi insurrezionali – tra cui spiccano quelli jihadisti – e molto, molto più dialogo con le altre potenze, questa la speranza. Meno libero scambio e più protezionismo, certo: per le nazioni industriali è forse un’opportunità, oltre che un dramma da stracciarcisi le vesti? Meno finanza e più difesa della classe media e del lavoro, questa forse la promessa meno realistica – da parte del miliardario… ma se vi fosse un barlume di realtà? Quanto all’Europa, si rassegni: grande potenza non è, e come disse un grande vecchio, non ha nemmeno un unico e preciso numero di telefono a cui chiamarla. Annotino a Berlino: le relazioni con gli USA, già oggi non idilliache, potrebbero complicarsi.

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Laureato nel 2011 in Economia all'Università Bocconi di Milano con una tesi di storia della Finanza, collabora con diverse riviste di strategia e politica internazionale su temi di economia, storia contemporanea e geopolitica, con particolare interesse per il Vicino Oriente e l'area ex-sovietica.