Per una volta indirizziamo il nostro sguardo verso la situazione irachena che comincia a riemergere all’attenzione dei media. Nell’articolo di Stratfor, che qui commentiamo, in buona sostanza si dice che le forze jihadiste legate ad al Qaeda dalla base di Mosul si stanno dirigendo verso Baghdad, la capitale, trovando sempre meno resistenza nelle forze governative molti dei cui ranghi stanno disertando per unirsi ai ribelli. Con un’incredibile giravolta, gli stessi analisti che fino a poco tempo addietro sostenevano che i kurdi – nel nord dell’Iraq- la Siria stessa e la Turchia – che vede alle proprie frontiere un esodo incontenibile di famiglie irachene in fuga – dovrebbero unirsi contro la minaccia fondamentalista. Non solo, gli stessi USA che pure eviteranno di “..inviare forze significative nell’area” (si noti l’ambiguità dell’aggettivo significative), ebbene moltiplicheranno i loro sforzi per inviare elicotteri d’assalto, missili Hellfire, per comunicazioni e grandi volumi di armi e munizioni.

Ora, cominciamo a riflettere sul fatto che un’avanzata quale quella operata dalle forze jihadiste dal Nord al centro dell’Iraq non si realizza di incanto, pochi giorni dopo le elezioni europee ed ucraine: la prima domanda da porci è perché in questi mesi non sia stata data alcuna copertura mediatica di tale situazione, cosicché d’incanto sembra apparire un nuovo problema all’orizzonte.
In secondo luogo, dobbiamo domandarci cosa succederebbe se i jihadisti riuscissero nel loro intento di conquistare il paese ottenendo il controllo della capitale: chi trarrebbe il massimo vantaggio da tale situazione? Tutti sappiamo che l’Iraq aveva – ed ha – il miglior petrolio dell’area e che una situazione del genere rischierebbe di far aumentare a dismisura il prezzo del greggio al barile, ma a quel punto sarebbe l’Unione Europea a non avere più quel vantaggio costituito da un approvvigionamento energetico in dollari e che rimane tale se il prezzo si contiene entro un range ragionevole. Ci si ritroverebbe a quel punto con una spinta inflazionistica che dal petrolio, a catena, si riverserebbe su tutti gli altri prodotti, beni e servizi mentre, nel frattempo, il potere d’acquisto delle famiglie – specie nell’Europa meridionale – sarebbe annientato. Ecco che allora – magicamente – a fronte di questo “nuovo” i media scatterebbero compatti a indottrinare la gente sull’esistenza della possibile soluzione, ovvero rinsaldare il Trattato di Libero Commercio con gli USA per reagire alla morsa russa da Est e fondamentalista da Sud. Dato il problema e la soluzione in prospettiva, la reazione alla minaccia sarebbe quella di indurre l’UE a rafforzare il legami energetici con gli USA per sfuggire a questo “fuoco concentrico”

Ciò significherebbe perdita ulteriore di sovranità, specie monetaria, trasferita ad una super banca centrale dell’intero Occidente capace di contrapporsi all’asse russo cinese. Nessuno chiederà conto alle Amministrazioni americane in cosa sia consistito quello spirito di pacificazione che teoricamente le truppe statunitensi dovevano portare; nessuno domanderà dove siano finiti quegli entusiasmi di quando si vendeva in Occidente il cambiamento in atto in Iraq perché qualche centinaio di migliaia di persone –in un paese così immenso – si recava alle urne per votare.
Si sta sempre più approssimando la profezia di Huntington, lo scontro finale fra civiltà occidentale e sino islamica, con paesi – ad esempio la Turchia – che non potranno più mantenersi ambiguamente da una parte e dall’altra contemporaneamente, dovendo scegliere il campo in cui giocare.

http://www.stratfor.com/analysis/worsening-violence-iraq-threatens-regional-security?utm_source=freelist-f&utm_medium=email&utm_campaign=20140612&utm_term=Gweekly&utm_content=readmore

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