Che mondo lascia dietro di se Barack Obama? Un mondo forse peggiore di come lo aveva trovato. Certo: i semi dei frutti avvelenati che oggi raccogliamo sono stati gettati anche dalle precedenti amministrazioni – Bush padre e figlio, Clinton – dai loro consiglieri, da schiere di analisti e strateghi che dopo il 1989 hanno progettato e realizzato il caos mondiale per servire il dominio americano. Dalla Albright a Brzezinski passando per autori meno noti al pubblico ma altrettanto ascoltati nei circoli militari a stelle e strisce come Robert Haddick (e i suoi espliciti inviti alla destabilizzazione interna delle potenze avversarie)1, la natura destabilizzatrice della politica di potenza americana appare connaturata all’esigenza di mantenere il predominio neocoloniale e neoimperialista sul pianeta – pena la perdita di influenza del dollaro.

Non pecchiamo dunque di ingenuità: il mondo è oggi un luogo peggiore per tutti, tranne che per gli Stati Uniti e le élites finanziarie sovranazionali che dominano la globalizzazione. Barack Obama è stato un perfetto esecutore di una strategia americana che è nazionale e va oltre l’appartenenza agli schieramenti democratici o repubblicani: o l’America è imperialista o non è.

Il dominio geoeconomico americano del pianeta si predica del più efficiente ed esteso mercato dei capitali al mondo e dell’economia a più alto tasso di innovatività tecnologica; ma potrebbero entrambe queste contingenze sussistere senza il dollaro, moneta regina del pianeta, e quest’ultimo sussistere come tale senza la potenza bellica a stelle e strisce?

Ogni imperialismo economico è costretto ad essere anche militare e viceversa: in caso contrario la potenza economica non può imporsi e nemmeno difendersi e quella militare non può sostenersi (Venezia non fu potenza militare e l’Unione Sovietica non fu potenza economico-finanziaria: entrambe pagarono ciò a caro prezzo, laddove l’Impero Romano prosperò proprio finché fu tutte e due le cose). Il dollaro, finché rimane moneta internazionale, può essere stampato ad libitum senza inflazionarsi – e i Cinesi sono obbligati a sostenerlo per sostenere il grande mercato di sbocco dei propri prodotti.

 

L’egemonia geoeconomica ha sempre una dimensione commerciale, marittima. Fu così per i Greci, per i Romani, per i Britannici. L’impero militare che vuole farsi egemone senza conquistare il primato economico, oppure venendo tagliato fuori dalle grandi rotte marittime (o peggio, rinunciandovi) rischia di morire per asfissia ed embargo, per ripiegamento su stesso, per perdita di fertilità tecnologica e di scambi: pensiamo all’impero persiano, a quello turco, a quello cinese, a quello tedesco.

Finché l’America dominerà i mari, dominerà il mondo; essa dovrà temere solo il sorgere di grandi potenze terrestri nel blocco eurasiatico – si pensi alla rinascita russa o ad un ipotetico asse continentale russo-tedesco – che mettano le mani su poderosi flussi commerciali e tecnologici. Questo blocco di vie terrestri potrebbe concentrare traffici di prodotti, investimenti e materie prime non controllati dagli USA e non transati in dollari, e il tutto direttamente verso l’Europa, ancor oggi uno dei più vasti mercati al mondo. Semplificando all’estremo lo schema, la Russia produrrebbe materie prime, la Cina prodotti industriali di massa, l’Europa servizi, tecnologie e prodotti industriali avanzati: tre economie complementari e integrabili. L’incubo di Brzezinski e di ogni stratega a stelle e strisce.

Perciò la Russia deve essere contenuta quanto la Cina e le due potenze non devono saldarsi all’Europa: da qui l’incendio ucraino.

Nessuno deve controllare neanche il Vicino Oriente, a costo di lasciare che la casa bruci purché nessuno la abiti, o che Russi ed Europei si scottino mentre provano a spegnere l’incendio; quindi nulla si fa per contenere il caos seguito alle “primavere arabe”, anzi ci si adopra per accrescerlo.

Da ultimo, è necessario che l’Europa rimanga debole e sottomessa al TTIP. Il mondo di Obama è un mondo instabile, un mondo che brucia. Non aspettiamoci accordi di equilibrio tra le potenze.

 

In quest’ottica, il nuovo approccio NATO verso la Russia è un caso di studio lampante – il contenimento anticinese è persino più complesso – date le avanzate relazioni commerciali e finanziarie tra Cina e USA, mentre Americani e Russi non intrattengono relazioni importanti di vicinato, di cultura o di commercio. La Russia è il nemico ideale per mantenere l’Europa legata all’America, dato che l’America non ha nulla da perdere dal deteriorarsi delle proprie scarsissime relazioni con la Federazione.

Questo sul piano economico. Sul piano militare possiamo riferirci metodologicamente ad un interessante libro2 dato alle stampe nell’immediato dopoguerra – 1947 – da un valente ufficiale italiano, l’Ammiraglio Di Giamberardino. Il testo, dal titolo Il prossimo conflitto mondiale, immaginava il livello tattico di un eventuale scontro fra blocco dell’Est e blocco dell’Ovest e ripercorreva sotto la lente dell’analisi militare i principali snodi geopolitici del teatro nordatlantico.

Nello scenario moderno, come immaginare il caso di un attacco NATO alla Russia? Un eventuale attacco NATO contro la Russia oggi non partirebbe dall’Asia Centrale e nemmeno dall’Estremo Oriente, dove le forze americane e alleate dovrebbero convergere contro le basi della Kamchatka e di Vladivostok per renderle inoffensive, sfidando però anche la potenza cinese, bensì dall’Europa e dal Caucaso. In Europa le forze di intervento rapido dislocate nei paesi baltici, in Polonia e negli altri paesi dell’Est acquisiti alla NATO nonché in Ucraina potrebbero avanzare su molteplici direttrici: da nord (Baltico) minacciando San Pietroburgo, dalla Polonia penetrando a Kaliningrad e in Bielorussia per minacciare il fronte centrale e da sud (Ucraina) puntando su Rostov, Kursk e il bassopiano; qui le forze d’intervento rapido si congiungerebbero con le forze in risalita dal Caucaso, alleate dei Giorgiani, forse degli Azeri e anche di insorti takfiristi locali o di importazione (Siria docet).

Più complesso, per motivi ambientali, lo scenario di un attacco dal nord estremo (Norvegia) a minacciare l’Artico. La colonna centrale e quella settentrionale dell’attacco NATO potrebbero puntare, dopo Pietroburgo, direttamente su Mosca; quella meridionale sul Volga – e sui relativi distretti industriali – e sugli Urali, annettendo il Tatarstan e tagliando la Russia europea da quella asiatica. Nell’avanzata potrebbero essere sostenute dalle nuove atomiche tattiche B61 e da quelle potenzialmente schierabili nelle nuove basi missilistiche in Europa orientale. Le basi in Crimea sarebbero già state prontamente neutralizzate dalle forze turche e ucraine.

La Russia avrebbe due opzioni: la capitolazione di ciò che resta della Federazione, ridotta alla sola Siberia e orbitante intorno a Novosibirsk e Vladivostok, oppure la massiccia rappresaglia nucleare. L’arretramento dall’estensione del territorio sovietico a quello dell’attuale Federazione ha privato la Russia di qualsiasi profondità tattica: i gangli vitali dello stato russo sono direttamente minacciabili da adeguate forze convenzionali.

Sia chiaro che le truppe NATO schierate oggi in Europa non sono in alcun modo pronte, qualitativamente e quantitativamente, a sferrare un attacco massiccio: possono però esercitare pressioni e minacce pendendo come una spada di Damocle su di un territorio immenso da controllare e pressoché privo di difese naturali.

Il paradosso del lasciare la Russia priva di difesa tattica consiste – e la dottrina del Cremlino ne è consapevole – nel lasciarle solo l’opzione strategica: mantenere la difendibilità anti-NATO del proprio estero vicino, mantenere un massiccio arsenale nucleare strategico da impiegare (sempre in accordo con la citata dottrina)3 anche in caso di guerra convenzionale contro il proprio territorio, mantenere in ultima battuta una sempre maggiore intesa con la Cina.

 

Ricollegandoci a quanto dicevamo all’inizio e completandolo, il mondo che Obama ci lascia è un mondo in fiamme, destabilizzato, esposto ad un maggior rischio nucleare. Tuttavia all’orizzonte possiamo veder nascere un blocco eurasiatico che ha tutta la potenzialità per essere un formidabile avversario dell’America.        Proprio la politica antieurasiatica degli USA, che mira ad indebolire la Russia, getta quest’ultima fra le braccia cinesi, favorendo la nascita di un’Eurasia più compatta. E’ il paradosso della strategia, il “paradosso del punto culminante”: il massimo dell’espansione di un impero genera una superestensione, ovvero l’impossibilità di gestire efficacemente tutti gli scenari, tutti i teatri, tutte le conseguenze delle proprie azioni.

Se l’America accetterà una Russia forte, autonoma, vicina all’Europa e lontana dalla Cina, rischierà di ritrovarsi con un concorrente influente sul Vecchio Continente. Se l’America aggredirà la Russia e la Cina, direttamente o indirettamente, le unirà contro di sé.

 

 

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NOTE

  1. Citato in http://www.ilcaffegeopolitico.org/43339/la-cina-lanticolonialismo-e-lo-spettro-del-comunismo – brano dell’ultimo libro di Domenico Losurdo (Un mondo senza guerre. L’idea di pace dalle promesse del passato alle tragedie del presente, Carocci, 2016).
  2. Analisi in Ferdinando Sanfelice Di Monteforte, Le strategie declaratorie della NATO e dell’UE, Aracne, 2014
  3. Per una sintesi delle recenti dottrine militari russe si veda http://www.limesonline.com/rubrica/russia-medvedev-nuova-dottrina-per-vecchi-nemici (“A loro (le armi nucleari, Ndr) il Cremlino, o chi ne farà le veci, visto che il riferimento al presidente nel documento non è specificato, potrà ricorrere nel caso in cui la Federazione, o uno dei suoi alleati, subisca un attacco con armi atomiche o di distruzione di massa. O anche contro un attacco portato con armi convenzionali, che possa però compromettere l’esistenza stessa della Federazione”) e http://ilmanifesto.info/la-nuova-dottrina-militare-russa/

 

 

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Laureato nel 2011 in Economia all'Università Bocconi di Milano con una tesi di storia della Finanza, collabora con diverse riviste di strategia e politica internazionale su temi di economia, storia contemporanea e geopolitica, con particolare interesse per il Vicino Oriente e l'area ex-sovietica.