L’8 luglio è stata una giornata drammatica per le borse asiatiche: Shanghai ha perso il 5,9% e Shenzen il 2,5%. In due settimane, sui mercati azionari cinesi si è registrata una perdita di più di 3.700 miliardi di dollari. Lo spettro di una gigantesca bolla speculativa in grado di contagiare l’economia cinese ha indotto cinque eminenti professori della Repubblica Popolare a paragonare la situazione attuale con quella di diciotto anni fa, quando “malvagie forze di mercato” agirono contro le valute dell’Asia orientale. Nel documento redatto dai cinque esperti viene espressamente citato il “burattinaio” di Barack Obama, ossia George Soros, già indicato come terrorista finanziario da Qiao Liang e Wang Xiangsui nel loro celebre studio sulla “guerra senza limiti”1.

È vero che lo sviluppo del mercato azionario cinese dovrebbe essere garantito dalla disciplina politica che caratterizza il sistema cinese, nonché dall’impegno del governo a recuperare la stabilità dei listini e la tendenza crescente che ha caratterizzato la borsa negli ultimi mesi. È vero, inoltre, che la Cina ha una partecipazione di oltre 4.000 miliardi di dollari in riserve estere, a fronte dei 121 miliardi di dollari degli Stati Uniti, mentre il risparmio dei cittadini cinesi ammonta a 21.000 miliardi di dollari a fronte dei 614 miliardi statunitensi.

Nondimeno, ce n’è abbastanza per rendere verosimile la notizia diffusa da David Booth, secondo cui il Consiglio di Stato della Repubblica Popolare di Cina avrebbe informato il Ministero degli Esteri russo che “adesso uno stato di guerra de facto esiste ufficialmente tra la nazione asiatica e gli Stati Uniti d’America”. La comunicazione inoltrata da Pechino a Mosca viene messa in relazione con quanto stabilito dall’Accordo russo-cinese sulla sicurezza cibernetica2 dell’8 maggio 2015: se uno dei due firmatari del trattato prevede lo scoppio di ostilità, è obbligato ad informare immediatamente l’altro, affinché sia possibile provvedere ai preparativi necessari per proteggere le infrastrutture critiche. Il Consiglio di Stato avrebbe confermato l’esistenza di tali condizioni.

Non solo: in seguito all’atto di terrorismo finanziario due alti ufficiali della Repubblica Popolare avrebbero esortato l’Esercito di Liberazione del Popolo a rafforzare la propria efficienza navale e la prontezza al combattimento, nell’eventualità di una “guerra imminente”.

Tale eventualità viene prospettata anche nei documenti ufficiali del settore militare statunitense. Nel rapporto US National Military Strategy, pubblicato il 1 luglio 2015, il generale Martin Dempsey, l’ufficiale di rango più elevato delle forze armate USA nonché principale consigliere militare del Presidente, dichiara esplicitamente che “oggi la probabilità di un coinvolgimento degli USA in una guerra interstatale con una grande potenza è ritenuta bassa ma crescente” (“today, the probability of U.S. involvement in interstate war with a major power is assessed to be low but growing”)3.

Come minacce alla pace globale vengono ovviamente citati, in una sorta di versione aggiornata della teoria dell’”Asse del Male”, l’Iran, la Russia e la Corea del Nord. Per quanto concerne la Cina, il rapporto dice testualmente: “Le azioni della Cina stanno aggiungendo tensione alla regione Asia-Pacifico. La comunità internazionale continua ad invitare la Cina a risolvere tali questioni collaborando e senza coercizione. La Cina ha risposto con aggressive rivendicazioni territoriali che le consentiranno di schierare le sue forze armate su vitali linee marittime internazionali”. (“China’s actions are adding tension to the Asia-Pacific region. The international community continues to call on China to settle such issues cooperatively and without coercion. China has responded with aggressive land reclamation efforts that will allow it to position military forces astride vital international sea lanes”)4.

La signora Hua Chunying, portavoce del Ministero degli Esteri cinese, ha accusato il documento americano di inventare una inesistente minaccia cinese ed ha esortato i suoi estensori a “sbarazzarsi di una mentalità da guerra fredda ed a considerare senza preconcetti le intenzioni strategiche della Cina”.

Queste ultime, per quanto riguarda la regione Asia-Pacifico, consistono nel proposito di ricostruire una zona di influenza cinese nel Mar Cinese Meridionale. D’altronde le “azioni della Cina” in quest’area, come fa notare un Libro Bianco pubblicato il 7 dicembre 2014 dal Consiglio di Stato della Repubblica Popolare, hanno una storia bimillenaria, poiché “la Cina fu il primo paese che scoprì, denominò ed esplorò le isole del Mar Cinese Meridionale e ne sfruttò le risorse; fu il primo Stato che esercitò su di esse una continua sovranità”.
Ma le ragioni storiche della Cina non hanno nessun valore per gli Stati Uniti, i quali vedono nel progetto cinese una sfida alla loro egemonia.

Se il conflitto geostrategico tra le due potenze sarà, come molti osservatori ritengono5, prima o poi inevitabile, le cause geopolitiche della regione Asia-Pacifico si andranno ad aggiungere a quella che viene considerata la causa determinante dello scontro futuro, ossia l’aggravarsi del debito statunitense. L’extrema ratio per appianarlo potrebbe essere individuata dagli USA, pesantemente indebitati ed avviati verso il loro declino, nello scatenamento di un conflitto armato.

D’altronde la Cina ha già adottato, nel quadro della “guerra senza limiti”, una strategia finalizzata a scalzare il predominio del dollaro. “Il dollaro è un prodotto del passato”, ha detto il Presidente cinese.

In ogni caso, se non vorranno rassegnarsi alla prospettiva del declino ed alla nascita di un ordine mondiale multipolare, gli strateghi statunitensi faranno bene a tener presente l’avvertimento del generale NATO Jordis von Lohausen: “I tentativi di intrusione economica o militare in Cina non possono ottenere nulla, perché la sua estensione è troppo vasta. La Cina è di un’altra razza edi una cultura antica, di gran lunga più antica. Essa ha accumulato tutta l’esperienza della storia mondiale e resiste ad ogni trasformazione. La Cina è inattaccabile”6.


Questo articolo è coperto da ©Copyright, per cui ne è vietata la riproduzione parziale o integrale. Per maggiori informazioni sull'informativa in relazione al diritto d'autore del sito visita Questa pagina.


 

  1. Qiao Liang – Wang Xiangsui, Guerra senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2001.
  2. http://www.russia-direct.org/analysis/china-russia-cyber-security-pact-should-us-be-concerned
  3. http://www.defensenews.com/story/breaking-news/2015/07/01/pentagon-releases-new-national-military-strategy/29564897/
  4. Ibidem.
  5. Ad esempio Noah Feldman, The Unstoppable Force vs. the Immovable Object, “Foreign Policy”, 16-05-2013 (http://tinyurl.com/ogrc2wr)
  6. Jordis von Lohausen, Mut zur Macht. Denken in Kontinenten, Kurt Vowinckel, Berg am See 1981.
Claudio Mutti, antichista di formazione, ha svolto attività didattica e di ricerca presso lo Studio di Filologia Ugrofinnica dell’Università di Bologna. Successivamente ha insegnato latino e greco nei licei. Ha pubblicato qualche centinaio di articoli in italiano e in altre lingue. Nel 1978 ha fondato le Edizioni all'insegna del Veltro, che hanno in catalogo oltre un centinaio di titoli. Dirige il trimestrale “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”. Tra i suoi libri più recenti: A oriente di Roma e di Berlino (2003), Imperium. Epifanie dell’idea di impero (2005), L’unità dell’Eurasia (2008), Gentes. Popoli, territori, miti (2010), Esploratori del continente (2011), A domanda risponde (2013), Democrazia e talassocrazia (2014), Saturnia regna (2015).