Pubblichiamo il canovaccio della conferenza tenuta dal Direttore di Eurasia il 20 Ottobre 2018 presso la libreria Raido.

All’EUR, su una facciata del Palazzo degli Uffici (lato piazzale delle fontane) si trova scolpita una lunga citazione del discorso in cui nel 1925 Benito Mussolini prevedeva per Roma una nuova era, nella quale il territorio dell’Urbe si sarebbe espanso fino a giungere ad uno sbocco sul mare. L’iscrizione dice: “La Terza Roma si dilaterà sopra altri colli lungo le rive del fiume sacro sino alle spiagge del Tirreno”.

Il Duce riprendeva così l’espressione con cui Giuseppe Mazzini aveva indicato una terza fase di civiltà italiana, successiva a quella della Roma antica ed a quella della Roma dei Papi. Mazzini, disse Carducci, “vide nel ciel crepuscolare, – col cuor di Gracco ed il pensier di Dante, – la terza Italia”.

Ma il primo a coniare questa espressione fu un monaco russo, lo starec Filofej, che tra il 1523 e il 1524, in un messaggio inviato al granduca di Moscovia Basilio III, enunciò l’idea di Mosca quale Terza Roma nei termini seguenti.

“La Chiesa dell’antica Roma è caduta a causa dell’eterodossia dell’eresia apollinarista. La Seconda Roma – la Chiesa di Costantinopoli – è stata fatta a pezzi dalle scuri dei figli di Agar e ora questa Terza Roma del tuo potente regno – la Chiesa santa cattolica e apostolica – illuminerà l’universo intero come fa il sole… Sappi e riconosci, pio Zar, che tutti i regni cristiani si sono compendiati nel tuo; che la Prima e la Seconda Roma sono cadute; e che ora si erge una Terza Roma, alla quale non succederà mai una quarta: il tuo regno cristiano non cadrà in potere di nessun altro”.

Parlando di Roma e di Mosca, Filofej non intendeva indicare le due città come capitali politiche universali. Per lui “Roma” significava la prima capitale religiosa del cristianesimo, che, cadendo nell’eresia, aveva lasciato a Bisanzio, la Seconda Roma, il compito di custodire la vera fede. Il crollo della Prima Roma era stato un crollo spirituale; quello della seconda era stato anche un crollo politico.

Secondo gli Ortodossi, dunque, Bisanzio era stata annientata e l’Occidente cattolico era preda dell’eresia. Perciò la Russia, che aveva preservato l’indipendenza nazionale, era diventata l’unico baluardo della fede ortodossa.

Filofej non pensava alla Russia come una Terza Roma con connotazione politica, ma solo ad una Terza Roma religiosa. Tuttavia nella sua tesi c’era un’implicazione politica e geopolitica: l’idea di Mosca quale Terza Roma comportava quella della centralità geopolitica della Russia.

A questo punto possiamo chiederci: esiste una relazione tra il concetto di “Terza Roma” e quello di “Eurasia”? E se esiste, qual è? E per Eurasia che cosa si intende?

In uno dei più celebri romanzi di Orwell, l’Eurasia è, con l’Oceania e l’Estasia, una delle tre superpotenze totalitarie in cui si trova diviso il pianeta nel 1984. L’Eurasia orwelliana comprende la Russia e l’Europa (escluso il Regno Unito e l’Irlanda); la sua forma di governo è il neobolscevismo, nato dalle ceneri del Partito Comunista dell’Unione Sovietica.

Il termine Eurasia nacque un secolo prima del romanzo di Orwell, in ambito scientifico; venne proposto nel 1858 dal geografo tedesco C. G. Reuschle, nel suo Handbuch der Geographie, per indicare quell’unico continente che noi siamo abituati a considerare nelle sue due componenti di Europa e di Asia.

Insisto sul concetto di “continente”, che i geografi concordano nel definire come “un complesso di terre emerse circondato dalle acque”, ragion per cui né l’Europa né l’Asia sono continenti; lo è invece l’Eurasia, la massa territoriale dell’emisfero orientale, circondata com’è dalle acque del Mare Artico, dell’Oceano Pacifico, dell’Oceano Indiano, del Mar Mediterraneo e dell’Oceano Atlantico.

L’esistenza di una trama che apparenta e collega fra loro le differenti manifestazioni culturali e le diverse civiltà fiorite in questo grande continente ha indotto alcuni studiosi ad affermare, in maniera più o meno esplicita, una sorta di carattere unitario dell’Eurasia anche sotto un profilo che non è semplicemente quello considerato dalla geografia fisica.

In una famosa intervista, Mircea Eliade tirava così le somme delle sue ricerche nell’ambito della storia delle religioni: “Ho scoperto che qui, in Europa, le radici sono molto più profonde di quanto avessimo creduto (…) E queste stesse radici ci rivelano l’unità fondamentale non solo dell’Europa, ma di tutta l’ecumene che si estende dal Portogallo alla Cina e dalla Scandinavia a Ceylan”[1].

Troviamo un bilancio analogo nell’ultima intervista rilasciata da Giuseppe Tucci[2]. “Io – diceva l’eminente tibetologo – non parlo mai di Europa e di Asia, ma di Eurasia. Non c’è avvenimento che si verifichi in Cina o in India che non influenzi noi, o viceversa, e così è sempre stato. Il Cristianesimo ha portato delle modifiche nel Buddhismo, il Buddhismo ha influenzato il Cristianesimo, i rispettivi pantheon si sono più o meno percettibilmente modificati”.

Nel 1971, commemorando in Campidoglio il fondatore dell’impero persiano, Tucci aveva detto che “Asia ed Europa sono un tutto unico, solidale per migrazioni di popoli, vicende di conquiste, avventure di commerci, in una complicità storica che soltanto gli inesperti o gli incolti, i quali pensano tutto il mondo concluso nell’Europa, si ostinano ad ignorare”[3].

Nell’opera di Tucci queste affermazioni non sono affatto rare. Nel 1977 egli aveva accusato la gravità dell’errore che si commette allorché si considerano l’Asia e l’Europa come due continenti distinti l’uno dall’altro, poiché, secondo lui, “si deve parlare di un unico continente, l’eurasiatico: così congiunto nelle sue parti che non è avvenimento di rilievo nell’una che non abbia avuto il suo riflesso nell’altra”[4].

Ho citato Eliade e Tucci. Avrei potuto riferirmi ad altri studiosi. Se a qualcuno può interessare, in un libro di qualche anno fa[5], ho cercato di mostrare come l’idea espressa da Eliade e da Tucci sia presente anche in alcuni filosofi, orientalisti e storici delle religioni.

Konstantin Leont’ev

Il filosofo russo della storia Konstantin Leont’ev può essere considerato un precursore dell’eurasiatismo. Una rapida presentazione del suo pensiero può confermare la correttezza di questa qualifica. 

Nel suo capolavoro (del 1875), Vizantinism i slavjanstvo[6], Leont’ev espone una morfologia della storia che ricorda quella di Ibn Khaldûn e precede di una quarantina d’anni lo spengleriano Untergang des Abendlandes.

Prima che Spengler opponesse alla rappresentazione eurocentrista la concezione di una molteplicità di cicli di civiltà, già Leont’ev aveva osservato la nascita e il tramonto delle varie forme storico-culturali, fino a convincersi dell’imminente estinzione della civiltà occidentale per effetto di un inevitabile processo degenerativo.

Prima che Spengler reintegrasse nei loro diritti le culture extraeuropee, Konstantin Leont’ev dava un giudizio entusiastico dell’antica civiltà persiana, discostandosi nettamente dal modo in cui se ne parlava nelle scuole russe (e non solo russe) del sec. XIX, dove la retorica della “libertà” riservava ai presunti “barbari dell’Oriente” solo incomprensione e disprezzo.

Ma una differenza rilevante fra Spengler e Leont’ev emerge dalla diversa valutazione della civiltà bizantina, che è oggetto privilegiato di attenzione da parte dello scrittore russo.

Mentre Spengler vede nel “bizantinismo” un fenomeno di Zivilisation, cioè di inaridimento e di irrigidimento culturale, Leont’ev, che riprende la classificazione tipologica delle civiltà fatta da Nikolaj Danilevskij, aggiunge ai dieci cicli storico-culturali compresi nella classificazione di quest’ultimo un undicesimo ciclo: quello bizantino, per l’appunto, inteso come “particolare ed autonomo tipo culturale avente propri caratteri distintivi e propri princìpi generali”[7].

Ma il bizantinismo, secondo Leont’ev, non è semplicemente un ciclo storico: è un’idea-forza, un principio universale, l’unico principio in grado di modellare e organizzare l’elemento “demotico” dell’area geografica sottoposta alla sua giurisdizione, intervenendo su di esso così come la forma agisce sulla materia.

Il nazionalismo e il panslavismo, invece, sono per Leont’ev fenomeni distruttivi, in quanto aspetti della democratizzazione liberale. All’idea di nazione Leont’ev contrappone quella di comunità spirituale, sostenendone la superiorità in una forma provocatoria: “il vescovo ortodosso più crudele, anzi, il più vizioso (a qualunque razza appartenga, anche se è solo un mongolo battezzato) dovrebbe ai nostri occhi avere maggior pregio di venti demagoghi e progressisti slavi”[8].

Secondo Leont’ev il panslavismo non è altro che un veicolo della mentalità antitradizionale e sovversiva, specialmente quando fa appello alla solidarietà dei cristiani contro il cosiddetto “giogo turco”.

Infatti Leont’ev era un convinto fautore dell’alleanza della Russia zarista e della Turchia ottomana; contro l’azione disgregatrice dello spirito antitradizionale egli indicava la duplice barriera difensiva rappresentata dall’Ortodossia e dall’Islam.

Ecco perché Nikolaj Berdjaev ha potuto dire che “Leont’ev non era uno slavofilo, ma un turcofilo”, aggiungendo, con malcelata indignazione, che per lui “il giogo dei Turchi impediva ai popoli balcanici di sprofondare definitivamente nell’abisso del progresso democratico europeo. Leont’ev considerava quel giogo come salutare, perché favoriva il mantenimento dell’antica Ortodossia in Oriente”[9].

Prosegue Berdjaev con la medesima indignazione: “Non desiderava la liberazione dei cristiani, ma la loro schiavitù, la loro oppressione”[10]. E ancora: “Vede nell’idea di cacciare i Turchi un’idea né russa né slava, ma un’idea democratica e liberale”[11].

In effetti, è lo stesso Leont’ev a dichiarare di aver capito, durante la sua permanenza in Turchia in qualità di diplomatico dello Zar, che, “se molti elementi slavi e ortodossi sono ancora vivi in Oriente, è ai Turchi che ne siamo debitori”[12].

Quanto alla Russia, sostiene Leont’ev, essa ha il compito di salvare la vecchia Europa, ormai esausta; ma, per potere svolgere questa funzione, la Russia deve tornare all’idea bizantina e unirsi “con popoli asiatici e di religione non cristiana (…) per il semplice fatto che tra di loro non è ancora irrimediabilmente penetrato lo spirito dell’Europa moderna”[13].

L’eurasiatismo “classico”

Se Leont’ev può essere considerato in qualche modo un precursore dell’eurasiatismo, il vero e proprio “manifesto” del movimento d’idee che va sotto questo nome – quanto meno della sua prima fase, il cosiddetto “eurasiatismo classico” –  è il libro intitolato Ischod k Vostoku [La via d’uscita ad Oriente], pubblicato a Sofia nel 1921 negli ambienti dell’emigrazione russa.

Si tratta di una miscellanea di saggi, della quale erano autori quattro intellettuali russi fuorusciti dall’Unione Sovietica: il geografo ed economista Pëtr Savickij (1895-1965), il linguista Nikolaj Trubeckoj (1890-1938), il musicologo Pëtr Suvčinskij (1892-1985) e il teologo Georgij Florovskij (1893-1973).

La tesi degli autori era che le basi dell’identità russa non devono essere cercate ad occidente della Russia, ma nella dimensione asiatica, più precisamente in quella turanica, ossia nella compagine turco-tataro-mongola e nella diramazione ugrofinnica.

“Lo Stato moscovita è nato grazie al giogo tataro”, affermava il principe Trubeckoj, secondo il quale la Russia, fondendosi con l’Orda d’Oro gengiskhanide, era diventata un impero eurasiatico, esteso tra le quattro fasce parallele che dal Danubio arrivano al Pacifico: la montagna, la steppa, la foresta e la tundra.

Quanto all’etnogenesi del popolo russo, essa veniva individuata nella simbiosi slavo-turco-mongola.

Trubeckoj e gli altri eurasiatisti “classici” avevano gettato le basi di una nuova visione della Russia, intesa come espressione della “civiltà delle steppe” e come erede dell’impero di Gengis Khan (1167-1227), il più vasto impero che sia mai esistito.

Si intitola appunto L’eredità di Gengis Khan il saggio che Trubeckoj pubblicò nel 1925. “L’Eurasia tutta – egli scrive – (…) rappresenta una totalità unica, sia geografica sia antropologica. (…) L’unificazione storica dell’Eurasia fu, fin dall’inizio, una necessità storica. Contemporaneamente, la natura stessa dell’Eurasia ha indicato i mezzi di questa unificazione”.

Lo studio di Trubeckoj, che intendeva porre in evidenza lo stretto rapporto esistente fra l’autentica cultura russa e l’elemento turco-mongolo, si riportava ad un preciso evento storico: l’unificazione del grande spazio eurasiatico ad opera di Gengis Khan e dei suoi successori.

Già nel XIX secolo all’interno della storiografia russa si era affermata una diversa e più positiva concezione del dominio tataro. Secondo Solov’ëv e Ključevskij, “i Tatari non solo non spezzarono la continuità dell’evoluzione storica della Russia, ma la dotarono di quella forte organizzazione statale che tanto era mancata nell’epoca kieviana”[14]. Trubeckoj e gli altri eurasiatisti, dunque,  ripresero e svilupparono questa valutazione.

Inoltre essi sostenevano, come già aveva fatto Leont’ev, l’importanza fondamentale della civiltà bizantina, quindi del cristianesimo orientale, cosicché l’Ortodossia veniva radicalmente contrapposta al cristianesimo occidentale (cattolico e protestante).

Insomma, Trubeckoj e gli altri esprimevano l’idea fondamentale secondo cui i popoli della Russia e delle regioni ad essa adiacenti in Europa ed in Asia formano una unità naturale, in quanto sono legati tra loro da affinità storiche e culturali.        

A questa unità veniva dato il nome di Eurasia. Con tale termine, dunque, gli esponenti del cosiddetto “eurasiatismo classico” non intendevano il continente nella sua totalità, ma indicavano un territorio intermedio fra l’Europa e l’Asia, un’area che si identificava sostanzialmente con quella racchiusa entro i confini della Russia imperiale e, successivamente, dell’Unione Sovietica e della Comunità degli Stati Indipendenti.

Veniva identificata dagli autori come “eurasiatica”, completamente autonoma dall’Europa e dall’Asia, anche la civiltà culturale corrispondente, ossia la civiltà russa, nata dall’incontro fra l’elemento slavo-orientale e quello turanico, fra l’eredità greco-bizantina e la conquista mongola.

Secondo gli eurasiatisti, questa civiltà era stata negata non solo dalle riforme di Pietro il Grande e dalla classe politica che in seguito aveva governato la Russia, ma anche dalla corrente slavofila, che il principe Trubeckoj accusava di voler imitare l’Occidente.  

Per quanto concerne la Rivoluzione bolscevica, gli eurasiatisti la valutavano negativamente, però si proponevano di studiarne il significato nel quadro della storia russa; contestavano l’ideologia marxista della Rivoluzione d’Ottobre, però apprezzavano la funzione unificatrice che essa svolgeva sul piano geopolitico. Savickij, in particolare, vedeva nella Rivoluzione russa uno sviluppo di quella francese, ma osservava che essa veniva a spostare verso l’Oriente l’asse della storia universale.

“Per gli eurasiatisti, – scrive uno studioso francese – la Rivoluzione dell’Ottobre 1917 è una purificazione, un rinnovamento, una resurrezione del vero spirito delle steppe tipico della cultura russa, nonché il punto di partenza per il processo di rinvigorimento della potenza dell’Eurasia”[15].

Insomma, il movimento eurasiatista cercava di affermare un orientamento storiografico che rivalutasse i popoli turco-mongoli (soprattutto l’Orda d’Oro) per il ruolo svolto nella formazione dell’identità nazionale russa. Di qui la violenta polemica degli eurasiatisti nei confronti delle posizioni eurocentriche, le quali, ispirandosi ad una visione lineare della storia, consideravano tali popoli come barbari ed arretrati.  

Contemporaneamente gli eurasiatisti cercavano di elaborare, sulla base dei loro studi, un progetto politico di tipo conservatore. Ciò fu causa di una rottura tra i padri fondatori ed altri intellettuali, decisamente filosovietici, che si erano avvicinati al movimento in un secondo tempo.

Lev Gumilëv

Una nuova fase del pensiero eurasiatista è quella rappresentata da Lev Nikolaevič Gumilëv.

Lev Gumilëv nacque nel 1912 a San Pietroburgo da un celebre poeta (Nikolaj Stepanovič Gumilëv, fucilato nel 1921 in quanto controrivoluzionario) e da un’ancor più celebre poetessa, Anna Akhmatova.

Ostacolato negli studi universitari a causa delle origini nobiliari della sua famiglia, Gumilëv si guadagnò da vivere come manovale.

In seguito, diventato collaboratore tecnico-scientifico dell’Istituto di Geologia dell’Accademia delle Scienze, Gumilëv partecipò a diverse spedizioni archeologiche: in Crimea, in Calmucchia, nei pressi del lago Bajkal e soprattutto in Tagikistan, dove imparò il persiano tagico. 

Fu questo, per lui, un importante periodo formativo, nel quale acquisì parecchie conoscenze linguistiche, storiche, geografiche ed etnografiche che risultarono preziose per la sua attività di studioso dei popoli delle steppe.

Ammesso nel 1934 alla Facoltà di Storia di Leningrado, l’anno seguente fu arrestato come sovversivo. La madre scrisse una lettera a Stalin chiedendo la liberazione del figlio, che fu scarcerato per l’insussistenza del reato, ma non poté proseguire il corso di laurea.  

Reintegrato nell’università nel 1937, fu nuovamente arrestato per attività sovversiva e condannato a dieci anni di lavori forzati, poi ridotti a cinque.

Nel 1944 si arruolò volontario in un battaglione di punizione che combatté a Berlino sotto la guida del Maresciallo Žukov.

Dopo la guerra, lavorò come guardiano antincendi e poi come bibliotecario in un ospedale psichiatrico. Contemporaneamente completò il corso universitario presso la Facoltà di Storia.

Partecipò ad importanti missioni di scavi, in particolare a quella spedizione nell’Altai che da un kurgan scitico della cultura di Pazyryk trasse alla luce un tappeto lavorato a nodi risalente al VI secolo a.C., il più antico che sia mai stato scoperto.

Nel 1949 fu arrestato per la quarta volta e deportato nella Siberia sudoccidentale. Nel campo di lavoro, durante i momenti di pausa, raccolse gli appunti per una monografia storica sugli Xiongnu, il popolo ritenuto antenato degli Unni che nei primi secoli dell’era volgare contese l’egemonia all’impero cinese[16].

Rilasciato e riabilitato, nel 1956 Gumilëv ritornò a Leningrado, dove lavorò alla biblioteca dell’Ermitage.

Iniziò allora un rapporto epistolare con uno dei padri fondatori del movimento eurasiatista, il geografo Pëtr Savickij, che era emigrato a Praga. Nel loro carteggio i due studiosi si occuparono delle culture nomadi nella storia, della geografia centroasiatica e siberiana, delle future prospettive di studio del mondo delle steppe.

In un’intervista rilasciata poco tempo prima della morte, avvenuta il 16 giugno 1992 nella città di Leningrado (che da poco era stata rinominata San Pietroburgo),

Gumilëv dichiarò:

“Quando mi chiamano eurasiatista, io non rifiuto questa definizione, e per diverse ragioni. Innanzitutto, l’eurasiatismo è stato una grande scuola storica, sicché posso solo sentirmi onorato se qualcuno mi assegna a tale scuola. In secondo luogo, ho studiato a fondo l’opera degli eurasiatisti. Terzo, concordo fondamentalmente con le principali conclusioni storico-metodologiche alle quali gli eurasiatisti sono pervenuti”.

L’enorme successo delle opere di Gumilëv, pubblicate in tirature altissime, contribuì in maniera decisiva alla rinascita dell’eurasiatismo, che divenne rapidamente un tema di grande interesse non solo in Russia, ma tutto lo spazio ex sovietico.

I popoli turanici dell’ex URSS hanno manifestato stima e riconoscenza nei riguardi di Gumilëv, la cui produzione scientifica, “una vera e propria enciclopedia della steppa”[17], ha fatto piazza pulita dei pregiudizi turcofobi e antimongoli, mostrando il contributo apportato alla storia dell’Eurasia dagli imperi di Attila, di Gengis Khan e di Tamerlano.

In Kazakhstan, dove nel 1994 il presidente Nursultan Nazarbayev lanciò l’idea di una Unione Eurasiatica che riunisse nuovamente le repubbliche della disciolta Unione Sovietica, è stata dedicata a Lev Gumilëv l’Università Eurasiatica della capitale Astana.

Ma il nome di Lev Gumilëv è stato più volte pubblicamente menzionato anche dal presidente Putin, mentre il Ministero dell’Istruzione ha raccomandato, come manuale di storia patria per la scuola secondaria, il volume di Gumilëv intitolato Dalla Rus’ alla Russia.

In Italia, la notizia della morte dello studioso apparve con due settimane di ritardo (il 2 luglio 1992) sulla “Stampa” di Torino, che pubblicò un articolo di una certa Lia Wainstein intitolato: Figlio della Achmatova, profeta antisemita. Sottotitolo: Il suo ideale: i Mongoli, perché “evitano contatti con gli Ebrei”. L’autrice dell’articolo interpretava il pensiero di Gumilëv come una manifestazione di “delirio antioccidentale”: ché altrimenti non si spiegherebbe, secondo lei, la “rivalutazione positiva del ruolo avuto dai popoli mongoli e turchi nella storia russa”.

La Wainstein, mentre si guardava bene dal citare l’unico libro di Gumilëv tradotto in italiano, lo studio sugli Unni pubblicato da Einaudi, riproponeva i clichés triti e ritriti del più volgare razzismo russofobico, rilanciando i luoghi comuni del “selvaggiume orientale” e del “dispotismo asiatico” e denunciava nell’opera dello studioso una miscela di “amore per la frusta mongola” e di “patriottismo xenofobo e antioccidentale”.

In realtà, l’eurasiatismo di Gumilëv consiste in una visione della storia che pone in primo piano il mondo multiforme dell’Oriente eurasiatico, concepito non più come “periferia” più o meno “barbara” contrapposta alla vera civiltà (quella occidentale), bensì come un’autonoma realtà culturale e politica.

Il neoeurasiatismo

Da una rielaborazione dell’eurasiatismo “classico” (di Trubeckoj, Savickij e Vernadskij) e dell’eurasiatismo di Gumilëv nasce il cosiddetto “neoeurasiatismo”, che compare in Russia sul finire degli anni Ottanta ed ha come principale teorico ed esponente Aleksandr Dugin, fondatore del Movimento Eurasiatista Internazionale (Meždunarodnoe Evrazijskoe Dviženie).

Il neoeurasiatismo di Dugin, integrando l’eurasiatismo “classico” con elementi di tradizionalismo desunti dalle opere di Guénon e di Evola e con elementi di teoria geopolitica, si configura nei termini di una “rivoluzione conservatrice” russa e costituisce la visione ispiratrice del multipolarismo in politica estera oltre che di una proposta ideologico-culturale interna.

Individuando il limite dell’eurasiatismo “classico” nell’approccio totalmente teorico dei suoi esponenti, Dugin si è impegnato a tradurre la sua visione eurasiatista in proposta politica collaborando coi soggetti politici più diversi: prima col Partito Comunista di Gennadij Zjuganov, poi col Partito Nazionalbolscevico di Eduard Limonov, poi col Partito Liberal-Democratico di Vladimir Žirinovskij e finalmente col partito Edinaja Rossija di Vladimir Putin.

Il neoeurasiatismo si differenzia dall’eurasiatismo “classico” per il fatto che la vecchia contrapposizione fra la Russia e l’Europa “romano-germanica” viene trasformata da Dugin nella contrapposizione fra gli interessi continentali di tutta la massa eurasiatica e l’Occidente egemonizzato dagli Stati Uniti.

Il neoeurasiatismo, dunque, identifica come proprio avversario non più la civiltà dell’Europa “romano-germanica”, bensì la civiltà liberale dell’Occidente, che ha il suo epicentro nella talassocrazia anglosassone.

L’Europa, il mondo musulmano, la Cina e il Giappone non sono più considerati come irriducibili avversari che circondano la Russia-Eurasia, ma come i potenziali alleati della Russia, in nome della contrapposizione di matrice schmittiana fra potenze di terra e potenze marittime.

L’Eurasia, che da Trubeckoj a Gumilëv era stata identificata con l’area corrispondente alla Russia imperiale prima e all’Unione Sovietica poi, nel neoeurasiatismo non ha un profilo geografico univoco.

Infatti, se a volte Dugin chiama Eurasia l’intero continente, altre volte egli afferma che “né l’idea eurasiatica né l’Eurasia come concetto corrispondono strettamente ai limiti geografici del continente eurasiatico”[18] e considera l’Eurasia e l’Europa due civiltà distinte fra loro[19].

Nella visione geopolitica di Dugin, il continente antico, ossia la massa terrestre dell’emisfero orientale, si articola in tre grandi cinture “verticali”, estese da nord a sud, ciascuna delle quali consiste di diversi “grandi spazi”. Queste cinture “verticali” sono le seguenti.

  1. L’Eurafrica, formata dall’Europa, dal grande spazio arabo e dall’Africa transsahariana.
  2. La zona russo-centroasiatica, formata da tre grandi spazi che talvolta si sovrappongono l’uno all’altro. Il primo è la Federazione Russa, con le ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale; il secondo è il grande spazio dell’Islam continentale (Turchia, Iran, Afghanistan, Pakistan); il terzo grande spazio è l’India.
  3. La zona del Pacifico, condominio di due grandi spazi (Cina e Giappone) che comprende anche Indonesia, Malesia, Filippine e Australia[20].

Questa suddivisione costituisce una ripresa delle Panideen di Karl Haushofer, il quale teorizzava un emisfero orientale geopoliticamente ripartito in uno spazio eurafricano, uno spazio panrusso esteso fino all’Oceano Indiano ma privo dello sbocco al Pacifico e, infine, uno spazio estremo-orientale comprendente Giappone, Cina, Sud-Est asiatico e Indonesia.

Allo schema haushoferiano Dugin ha apportato alcune modifiche richieste dalla situazione internazionale odierna, assegnando alla seconda fascia (la zona russo-centroasiatica) anche il Vicino Oriente e la Siberia fino a Vladivostok.

La prospettiva geopolitica “verticale”, esposta da Dugin sul primo numero della rivista di studi geopolitici “Eurasia”, fu oggetto, sulle pagine dello stesso periodico, delle osservazioni critiche di Carlo Terracciano.

L’Eurasia, osservava Terracciano, è un continente “orizzontale” (al contrario dell’America che è un continente “verticale”). Anzi, tutta quanta la massa continentale dell’emisfero orientale è costituita di unità omogenee disposte in senso orizzontale.

Traducendo questa visione geografica in termini geopolitici, Terracciano prospettava “l’integrazione della grande pianura eurasiatica settentrionale dal canale della Manica allo stretto di Bering”.

A questa prima fascia orizzontale si affiancano, in altre fasce orizzontali, le altre unità geopolitiche dell’Eurasia e dell’Africa: il grande spazio arabo del Nordafrica e del Vicino Oriente, il grande spazio transahariano, il grande spazio islamico compreso fra il Caucaso e l’Indo eccetera.

In questa prospettiva, è naturale che l’Europa si integri in una sfera di cooperazione economica, politica e militare con la Russia, altrimenti, scrive Terracciano, essa sarà usata dagli americani “come una pistola puntata su Mosca”.

Da parte sua, la Russia non può a meno dell’Europa, anzi. Da un punto di vista russo “l’unica sicurezza per i secoli a venire non può esser rappresentata che dal controllo sotto qualsiasi forma delle coste della massa eurasiatica settentrionale, quelle coste che si affacciano sui due principali oceani mondiali, l’Atlantico e il Pacifico”.

La necessità dell’integrazione geopolitica di Europa e Russia impone sia agli Europei sia ai Russi la revisione definitiva di certe contrapposizioni.

La “contrapposizione ‘razziale’ tra euro-germanici e slavi”, scrive Terracciano, “fu uno dei grandi errori della Germania”. Ma anche i Russi devono eliminare i residui di quella eurofobia che, “nata dalla giusta esigenza di rivalutare la loro componente turco-tatara, li ha indotti talvolta a contrapporre in maniera radicale la Russia all’Europa germanica e latina”.

Invece, concludeva Terracciano, “se ancora di Occidente ed Oriente si può e si deve parlare, la linea di demarcazione deve essere posta tra i due emisferi, tra le due masse continentali separate dai grandi oceani”, cosicché il vero Occidente, la terra del tramonto, risulterà essere l’America, mentre l’Oriente, la terra della luce, coinciderà col Continente antico”[21].

L’Impero Euro-sovietico da Vladivostok a Dublino

Una prospettiva analoga a quella di Carlo Terracciano è stata ampiamente sviluppata da quel geopolitico militante che fu Jean Thiriart, il quale è arrivato a teorizzare la fusione dell’Europa con la Russia in un’unica repubblica imperiale.

Riprendendo alcuni elementi centrali dell’opera di Carl Schmitt, Thiriart fissa un compito storico ineludibile, richiesto da un’epoca in cui gli Stati continentali prevalgono per potenza e per influenza sugli Stati nazionali.

È necessario, sostiene Thiriart nel 1964, “edificare una grande Patria: l’Europa unitaria, potente, comunitaria”. Vent’anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, in un’Europa occupata da USA e URSS, il progetto di Thiriart esordisce indicando le dimensioni dell’Europa: “Nel contesto di una geopolitica e di una civiltà comune (…) l’Europa unitaria e comunitaria si estende da Brest a Bucarest. (…) Contro i 414 milioni di Europei vi sono i 180 milioni di abitanti degli USA e i 210 milioni di abitanti dell’URSS”.

Facendo una breve e ardita incursione nel dominio dell’anticipazione, scriveva ancora Thiriart: “Immaginiamo quale sarà lo stadio successivo a quello dell’unificazione dell’Europa. Esso si inscriverà inevitabilmente, per via della geologia politica, nei termini di un asse Brest-Vladivostok. (…) Se l’URSS vuole conservare la Siberia, deve fare la pace con l’Europa, con l’Europa da Brest a Bucarest, lo ripeto. L’URSS non ha, ed avrà sempre meno, la forza per conservare Varsavia e Budapest da una parte e Chita e Khabarovsk dall’altra. Dovrà scegliere, o rischiare di perdere tutto. L’acciaio forgiato nella Ruhr può servire benissimo a proteggere Vladivostok”.

Questa prospettiva, abbozzata nel 1964, viene sviluppata da Thiriart negli anni successivi, cosicché nel 1982 egli scrive: “Non bisogna più ragionare o speculare in termini di conflitto fra l’URSS e noi, ma in termini di avvicinamento e poi di unificazione. (…) bisogna aiutare l’URSS a completarsi nella grande dimensione continentale. Ciò triplicherà la popolazione sovietica, che per questo fatto stesso non potrà più essere una potenza a dominante ‘carattere russo’. (…) Sarà la fisica della storia a costringere l’URSS a cercare rive sicure: Reykjavik, Dublino, Cadice, Casablanca. Al di qua di questi limiti l’URSS non avrà mai tranquillità e dovrà vivere in una preparazione militare incessante. E costosa”[22].

Ormai la prospettiva geopolitica di Thiriart è dichiaratamente eurasiatista: “L’Impero euro-sovietico – si legge in un suo articolo del 1987 – si inscrive nella dimensione eurasiatica”[23]. Recatosi a Mosca dopo il crollo dell’URSS, davanti ad alcune centinaia di uomini politici, politologi, militari e giornalisti Thiriart espone le proprie vedute, aggiornate e adeguate alla nuova situazione russa. Dopo aver precisato che “secondo la [sua] prospettiva geopolitica le vecchie frontiere dell’URSS sono le future frontiere della Grande Europa” e che “l’Impero europeo è, per postulato, eurasiatico”, pone ai Russi questa alternativa: o farsi liquidare da Washington, o contrapporre all’imperialismo talassocratico americano un Impero continentale compreso fra Dublino e Vladivostok[24].

Questa idea si trova ampiamente esposta ed argomentata in un libro scritto nel 1984 (data orwelliana) e rimasto inedito fino ad un paio di mesi fa, quando è uscito in traduzione italiana col titolo L’Impero Euro-sovietico da Vladivostok a Dublino[25].

Questo titolo, scrive l’Autore, “nel maggio 1941 poteva essere L’Impero nazionalsocialista da Dublino a Vladivostok”.

Infatti, spiega, “Oggi la storia conferisce ai Sovietici l’eredità, il ruolo, il destino che per un breve momento era stato assegnato al Reich: l’URSS è la principale potenza continentale in Europa, è l’heartland dei geopolitici. Il mio discorso attuale è rivolto ai capi militari di quel magnifico strumento che è l’Armata sovietica, uno strumento al quale manca una grande causa”.

Nel 1984 il ragionamento di Thiriart è questo: l’Unione Sovietica, potenza eminentemente eurasiatica, è in Europa l’unico Stato indipendente, sovrano e militarmente forte.

Dunque, l’extrema ratio per realizzare l’unità europea, nei termini di una grande repubblica imperiale, è rappresentata dall’Unione Sovietica, se questa vorrà svolgere in Europa un ruolo analogo a quello svolto dal Piemonte in Italia o dalla Prussia nel mondo tedesco.

“Non si tratta – scrive Thiriart – di preferire un protettorato russo ad un protettorato americano. No. Si tratta di fare scoprire ai Sovietici, i quali probabilmente ne sono inconsapevoli, il ruolo che essi potrebbero svolgere: ingrandirsi identificandosi con tutta l’Europa. Così come la Prussia, ingrandendosi, diventò l’Impero tedesco”.

Thiriart dichiara perciò di rivolgersi al lettore sovietico della classe dirigente, così come Isocrate si era rivolto a Filippo di Macedonia per esortarlo ad unificare la Grecia, raccogliendo le poleis greche sotto un unico comando politico e militare.

Nel contesto di questo disegno storico, prosegue Thiriart, occorre creare nell’Europa occidentale un partito rivoluzionario che collabori con l’Unione Sovietica, la quale dovrà liberarsi dai vincoli ideologici del dogmatismo marxista. 

Ma dovrà anche evitare la tentazione di instaurare un’egemonia russa sull’Europa, altrimenti la sua impresa fallirebbe, così come è fallito il tentativo napoleonico di instaurare un’egemonia francese. 

Ci si chiederà quale vantaggio si possa ricavare oggi dal progetto “euro-sovietico” di Thiriart, dal momento che l’Unione Sovietica è crollata e si è dissolta quasi trent’anni fa.

Eppure, nonostante la caduta del muro di Berlino, nonostante la dissoluzione dell’Unione Sovietica e l’avanzata della NATO ad est, la Russia continua ad estendere il suo immenso territorio dall’Europa orientale fino a Vladivostok.

Ancora oggi, come nel 1984, la Russia è l’unico Stato veramente indipendente e sovrano in un’Europa che, come nel 1984, è frazionata in una moltitudine di staterelli sottoposti all’egemonia statunitense, impotenti sotto il profilo militare ed incapaci perfino di difendere le frontiere esterne di una “Unione” che è tale soltanto di nome. 

Inoltre, i grandi principi geopolitici sviluppati da Thiriart sono tuttora attuali.

Mackinder e Haushofer

Questi principi geopolitici, dai quali non può prescindere nessuna prospettiva eurasiatista, sono quelli formulati da due padri del pensiero geopolitico. Uno è Sir Halford John Mackinder (1861-1947), che fu professore di Geografia presso l’Università di Oxford e direttore della London School of Economics and Political Science; l’altro è Karl Haushofer (1869-1946), fondatore della prestigiosa rassegna di studi geopolitici “Zeitschrift fur Geopolitik”. 

Mackinder e Haushofer sono i due principali esponenti della teoria geopolitica nota come “continentalista” o come “binaria”, secondo la quale confliggono tra loro, per lo più lungo l’asse est-ovest, due centri di potere mondiale: uno continentale ed uno talassocratico.

A parere di Mackinder e di Haushofer, gli Stati che riescono ad imporre la loro egemonia sul continente eurasiatico prevalgono sulle potenze marittime (sia su quelle periferiche, come l’Inghilterra e il Giappone, sia su quelle esterne all’Eurasia, come gli Stati Uniti).

Tanto Mackinder quanto Haushofer ritenevano che un blocco costituito dalle due potenze “terrestri” russa e tedesca, esteso eventualmente al Giappone, avrebbe sconfitto la talassocrazia britannica ed avrebbe cambiato la storia mondiale.

Naturalmente il britannico Mackinder paventava un’alleanza del genere, mentre il tedesco Haushofer, al contrario, la caldeggiava, perorando l’idea di un’alleanza russo-tedesca nel quadro di un Kontinentalblock, un blocco eurasiatico esteso dall’Europa al Giappone.

In diversi momenti, nel corso del Novecento, un’intesa fra Mosca e Berlino sembrò delinearsi effettivamente. I momenti più significativi in questo senso si ebbero col sostegno tedesco alla Russia nella guerra russo-giapponese (1904-1905), col Trattato di Brest-Litovsk (3 marzo 1918), col Trattato di Rapallo (16 aprile 1922) e infine col Patto di non aggressione tedesco-sovietico siglato a Mosca da Ribbentrop e Molotov il 23 agosto 1939.

Secondo Mackinder esiste una gigantesca fortezza naturale, inaccessibile alla potenza marittima: si tratta di quell’area, compresa fra l’Asia centrale e l’Oceano Artico, dalla quale si irradiarono, fino al XVI secolo, le successive invasioni (di Unni, di Mongoli e Tatari, di Turchi) che hanno interessato la Cina, l’India, il Vicino Oriente e l’Europa.

Il dominio di quest’area, che nella famosa relazione letta da Mackinder il 25 gennaio 1904 alla Royal Geographical Society viene chiamata “area perno” (“pivot area”), garantirebbe il dominio sulla massa continentale eurasiatica e quindi sul mondo.

“La regione-perno della politica mondiale – dice testualmente Mackinder nella conferenza del 1904 – non è forse quella vasta area dell’Eurasia, inaccessibile alle navi ma percorsa nell’antichità da nomadi a cavallo, che oggi sta per essere ricoperta da una fitta rete di ferrovie? In questo luogo, vi sono state e vi sono tuttora le condizioni per una mobilità della potenza militare ed economica di vasta portata e, tuttavia, di carattere limitato. La Russia sostituisce oggi l’Impero Mongolo, così come la sua pressione su Finlandia, Scandinavia, Polonia, Turchia, Persia, India e Cina sostituisce le scorrerie centrifughe degli uomini della steppa. Su scala mondiale occupa la posizione strategica centrale posseduta dalla Germania in Europa, potendo attaccare ed essere attaccata su tutti i fronti, tranne che a nord”.

Dopo la prima guerra mondiale, in Democratic Ideals and Reality (1919), Mackinder sposta ad ovest l’“area perno” e la ribattezza con un termine caratteristico che ha avuto una grande fortuna: Heartland,  “territorio cuore”, “territorio centrale”. Ritenendo che il pericolo per l’Inghilterra provenga dalla Germania, Mackinder sposta i confini del Heartland più ad ovest, includendovi i bacini del Baltico e del Mar Nero, nonché tutta l’Europa centro-orientale fino alla linea Elba-Adriatico.

Così può enunciare questa celebre formula: “Chi guida l’Europa orientale domina il Heartland. Chi guida il Heartland domina il World Island [l’“Isola-Mondo”, espressione con cui Mackinder designava il Continente Antico: Eurasia ed Africa]. Chi guida il World Island, domina il mondo”.

Nel 1943, quando considera più pericolosa la Russia, colloca i confini del heartland più ad est[26].

In ogni caso, per impedire l’unità continentale ed assicurare alle potenze marittime il predominio sul resto del mondo, Mackinder ribadisce che occorre interporre un diaframma tra la Germania e la Russia.

A quanto pare, non sono parole cadute nel vuoto. Se riflettiamo sullo sforzo teorico di Mackinder e dei geopolitici anglosassoni ed atlantici che sono venuti dopo di lui (da Mahan e Spykman fino a Brzezinski), possiamo concludere dicendo che alle prospettive eurasiatiche da Roma e da Mosca corrispondono altrettante prospettive antieurasiatiche: quelle di Londra, di Washington e di Tel Aviv.

 


NOTE

[1] M. Eliade, L’épreuve du labyrinthe. Entretiens avec Claude-Henri Rocquet, Paris 1978.

[2] “La Stampa”, 20 ottobre 1983.

[3] G. Tucci, Ciro il Grande. Discorso commemorativo tenuto in Campidoglio il 25 maggio 1971, Roma 1971, p. 14.

[4] G. Tucci, cit. in: Raniero Gnoli, Ricordo di Giuseppe Tucci, cit., p. 9.

[5] C. Mutti, Esploratori del Continente. L’unità dell’Eurasia nello specchio della filosofia, dell’orientalistica e della storia delle religioni, Effepi, Genova 2011.

[6] Ed. it. Bizantinismo e mondo slavo, Parma 1987.

[7] K. Leont’ev, Bizantinismo e mondo slavo, cit., cap. I.

[8] N. Berdiaeff, Constantin Leontieff, Parigi 1926, pp. 251.

[9] Ivi, pp.85-86. 

[10] Ivi, p.86.

[11] Ivi, p. 250.

[12] Ivi, p.250.

[13](K. Leont’ev, Bizantinismo e mondo slavo, cit., cap. V.

[14]  A. Ferrari, La Russia tra Oriente e Occidente. Per capire il continente-arcipelago, Milano 1994, pp. 43-45.

[15] P. Sériot, N. S. Troubetzkoy, linguiste ou historiosophe des totalités organiques ?, in: N. S. Troubetzkoy, L’Europe et l’humanité. Écrits linguistiques et paralinguistiques, Sprimont 1996, p. 17.

[16] L. Gumilëv, Gli Unni. Un impero di nomadi antagonista dell’antica Cina, Torino 1972.

[17] A. Ferrari, La Foresta e la Steppa. Il mito dell’Eurasia nella cultura russa, Milano 2003, p. 255.

[18] “Eurasia”, 1/2004, p. 9.

[19] A. De Benoist – A. Dugin, Eurasia. Vladimir Putin e la grande politica, Napoli 2014, p. 100.

[20] A. Dugin, L’idea eurasiatista, “Eurasia”, I, n. 1, ott.-dic. 2004, pp. 15-16.

[21] C. Terracciano, Europa-Russia-Eurasia: una geopolitica “orizzontale”, “Eurasia” 2/2005, apr.-giugno 2005, pp. 181-197.

[22] J. Thiriart, Entretien accordé à Bernardo Gil Mugarza (1982), in Le prophète de la Grande Europe: Jean Thiriart, Heartland 2018, p. 349.

[23] J. Thiriart, La Turquie, la Méditerranée et l’Europe, “Conscience européenne”, 18, luglio 1987.

[24] Il discorso di Thiriart, tenuto il 18 agosto 1992, fu pubblicato su “Den’”, un quindicinale pubblicato in 200.000 copie; la versione italiana si trova nei nn. 4/2015 e 4/2017 di “Eurasia”.

[25] J. Thiriart, L’Impero Euro-sovietico da Vladivostok a Dublino, Parma 2018.

[26] J. H. Mackinder, The Round World and the Winning of the Peace, in “Foreign Affairs”, XXI, luglio 1943.

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Claudio Mutti
Claudio Mutti, antichista di formazione, ha svolto attività didattica e di ricerca presso lo Studio di Filologia Ugrofinnica dell’Università di Bologna. Successivamente ha insegnato latino e greco nei licei. Ha pubblicato qualche centinaio di articoli in italiano e in altre lingue. Nel 1978 ha fondato le Edizioni all'insegna del Veltro, che hanno in catalogo oltre un centinaio di titoli. Dirige il trimestrale “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”. Tra i suoi libri più recenti: A oriente di Roma e di Berlino (2003), Imperium. Epifanie dell’idea di impero (2005), L’unità dell’Eurasia (2008), Gentes. Popoli, territori, miti (2010), Esploratori del continente (2011), A domanda risponde (2013), Democrazia e talassocrazia (2014), Saturnia regna (2015).