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XLIX – La danza delle spade

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La danza delle spade eseguita da Trump e dai dirigenti sauditi ha celebrato la riconferma dell’alleanza che Roosevelt e Ibn Sa‘ûd stipularono nel 1945 a bordo della Quincy. Il vecchio patto si è rinsaldato nel comune impegno di Washington e Riyâd contro l’influenza esercitata dall’Iran e contro le posizioni tenute dai suoi alleati. Palestina, Siria, Libano, Iraq, Yemen sono i terreni in cui Arabia Saudita e Israele, alleati degli USA nella regione, cercano di opporsi all’influenza iraniana.

Descrizione

DOSSARIO: LA DANZA DELLE SPADE

Da un secolo a questa parte, la regione mediorientale sembra destinata ad una perpetua frammentazione, e nulla all’orizzonte fa presagire un’inversione di tendenza. Cause esterne ed interne hanno prodotto un coacervo di settarismo, etnico e religioso, sfruttato da tutte quelle potenze che hanno reso il mondo arabo lo scenario di guerre per interposta persona nelle quali gli Arabi svolgono il ruolo di pedine di un gioco al massacro. In questa situazione, parlare oggi di “unità araba” non solo è fuori moda: è semplicemente chimerico.

Il futuro dello scacchiere siro-iracheno passa dalle scrivanie non solo di Washington ma anche delle potenze regionali coinvolte nella risoluzione delle due crisi. Le due questioni aperte nel breve-medio termine sono la campagna contro l’ISIS (e il suo esito) così come la gestione delle aspettative dell’etnia curda. La sopravvivenza (reale o fittizia) dello “Stato Islamico” ovvero la sua sconfitta determineranno tre possibili macroscenari, nei quali le grandi potenze impegnate nella regione assumeranno posizioni ed atteggiamenti diversi. A questo si sovrapporranno poi la questione curda e le cinque possibili soluzioni, tutte con un livello di probabilità differente, che concorreranno ad aumentare e diversificare le tre strade tracciate con la prima variabile.

La narrazione dei drammatici eventi storici e politici succedutisi nella regione del Vicino Oriente negli ultimi sette anni viene spesso riassunta da molti esperti ed osservatori occidentali nella dinamica di un conflitto religioso tra sciiti e sunniti. Da un’analisi più approfondita delle dinamiche geopolitiche dell’area si evince invece che in realtà la causa principale dell’instabilità della regione non è uno scontro religioso, bensì uno scontro strategico e politico tra Repubblica Islamica dell’Iran e il Regno dell’Arabia Saudita. Occorre perciò demolire la narrativa orientalista che presenta le questioni religiose come l’unico o prevalente motore delle vicende del Levante – regione che secondo la vulgata sarebbe condannata ad un’eterna arretratezza – e risalire alle cause geopolitiche.

L’Iraq post-Saddam Hussein, caratterizzato da contrasti interni di natura confessionale tra la maggioranza sciita e la minoranza sunnita, ha visto l’ascesa dell’Iran come partner politico e militare di Baghdad. I recenti eventi regionali, in primis la “Primavera Araba” e l’ascesa ed affermazione dello “Stato Islamico”, in concomitanza con la politica del governo di Nuri al-Maliki, hanno orientato lo Stato iracheno verso Teheran a discapito dell’Arabia Saudita, che, con il principe erede al trono Muhammad bin Abd al-Aziz al-Saud, ha iniziato recentemente un processo di apertura verso l’Iraq incentrato non solo sull’aspetto politico-militare ma anche su quello economico. Dall’inizio del 2017 appare sempre più chiaro come lo Stato iracheno stia divenendo un altro terreno di scontro tra l’Iran e l’Arabia Saudita.

La Repubblica Islamica iraniana ha svolto un ruolo, se non decisivo, comunque molto importante nell’inferire un colpo mortale alle ambizioni regionali dell’autoproclamato “Stato Islamico dell’Iraq e della Siria”. Negli ultimi anni il ruolo di Teheran, almeno a livello mediatico, oltre che per l’infinita questione nucleare, si è concentrata nella guerra al terrorismo salafita. La fine dell’esperienza dell’ISIS apre nuovi scenari e impone all’Iran nuove priorità, le quali hanno un comune denominatore: la lotta per interposta persona contro i concorrenti regionali di sempre, Israele e Arabia saudita in primis.

Obiettivo di questo breve studio è cercare di dimostrare l’inconsistenza della narrativa occidentale  e saudita sul conflitto yemenita, che, agitando lo spauracchio dell’ingerenza iraniana, riduce il confronto sul piano dello scontro settario e del mero contenimento al progetto di espansione egemonica della Repubblica Islamica nella regione. La conoscenza delle vicissitudini storiche dello Yemen e delle peculiarità della dottrina islamica zaydita si rende necessaria per smascherare la propaganda di una coalizione che sta distruggendo un’intera popolazione ed un movimento politico-religioso radicato nella tradizione spirituale del territorio yemenita.

Da quindici anni a questa parte, la collocazione internazionale della Turchia risulta piuttosto ondivaga e controversa, così come le sue prospettive geopolitiche: tuttavia all’incirca dalla metà del 2016 – cioè dal periodo in cui si è formato il governo Yıldırım e si è poi consumato il tentato colpo di Stato – si è assistito a un deciso riposizionamento di Ankara in senso più eurasiatista. L’articolo presenta un aggiornamento sulle recenti iniziative turche nello scenario del Vicino Oriente, in particolare in relazione a Siria, Qatar e Gerusalemme.

Si è soliti parlare della cosiddetta questione palestinese a far data dal 1916, quando venne siglato l’accordo Sykes-Picot sulla spartizione del Vicino Oriente. Ma le radici della tragedia che ancora devasta la Palestina affondano nell’Ottocento, e quello a cui assistiamo da un secolo è soltanto la contraffazione dei fatti, operata dalla coscienza sporca dell’Occidente.

La tesi prevalente fra i movimenti di solidarietà verso i palestinesi si attesta sulla interpretazione del sionismo come “colonialismo”, a cui si aggiunge forma distinta ed autonoma quella di “colonialismo di insediamento”. Questa tesi è criticata opponendo la tesi enunciata da Gilad Atzmon del sionismo come forma di primatismo razziale a carattere globale, richiamando il ruolo delle comunità ebraiche nei singoli Paesi della Diaspora.

ORIENTE E OCCIDENTE

I media “politicamente corretti” ci ricordano quotidianamente che la Corea del Nord rappresenta una possibile minaccia nucleare per gli Stati Uniti d’America e per i loro alleati in Asia, così come un fattore di destabilizzazione della sicurezza mondiale. Ma il comportamento della Repubblica Democratica di Corea è davvero così irrazionale? O le esercitazioni militari di Pyongyang non rappresentano altro che un programma di autodifesa e la richiesta di riconoscimento dello status internazionale della Corea del Nord? Perché la Penisola coreana si trova al centro della strategia geopolitica statunitense di accerchiamento e conquista dell’Eurasia.

Le relazioni russo-britanniche sono storicamente caratterizzate dall’alternanza di lunghi periodi di contrapposizione e brevi ma intensi periodi di alleanza. La recente visita di Boris Johnson a Mosca, nel cuore di una fase di contrapposizione, non porterà nei prossimi mesi a una soluzione dei motivi di tensione. Depotenziati dagli eventi del secondo dopoguerra, però, Russia e Regno Unito non costituiscono una minaccia reciproca, e il lungo termine potrebbe portare a una riconciliazione.

DOCUMENTI

Il presente articolo, scritto al termine del 1941, si propone di determinare il concetto di “spazio vitale” nella prospettiva dell’edificazione della “nuova Europa”.

“Gli Stati Uniti sono una nazione plutodemocratica tipica ed esemplare. È dunque più che normale che tutta la loro vita politica sia dominata dal potere del denaro. Il popolo americano è così condizionato che, in generale, approva questo sistema e vi partecipa. Il sogno di ogni Americano medio è di diventare un big boss nel big business. (…) Non esiste un popolo americano che possa avere una coscienza politica differente da quella dei suoi dirigenti. Il “popolo” americano ha la coscienza politica delle sue élites di potere Esso subisce questa coscienza. Non c’è divorzio tra il popolo americano e i suoi padroni di Washington o di New York. C’è soggezione intellettuale”.  Da “L’Europe Communautaire”, n. 28, aprile 1966, pp. 36-40.

Il 2 maggio 1962 il capo del movimento Giovane Europa, Jean Thiriart, scrisse una lettera al generale Perón, che dal 1960 si trovava in esilio a Madrid; la risposta del generale non si fece attendere. Il rapporto tra i due uomini continuerà e il 7 novembre 1968 Perón rilascerà a Thiriart una lunga intervista che sarà pubblicata su “La Nation Européenne” (n. 30, febbraio 1969).

Aḥmad Yāsīn (1936-2004) è stato la guida storica del Movimento di Resistenza Islamica noto con il nome di Ḥamās, da lui fondato il 9 dicembre 1987. Nell’intervista, rilasciata al giornalista Aḥmad Manṣūr nell’aprile del 1998 e raccolta nell’opera Lo šayḫ Aḥmad Yāsīn, martire all’epoca dell’intifāḍah, il padre spirituale di Ḥamās ha fornito la propria testimonianza sui seguenti argomenti: l’inizio della resistenza armata palestinese; la nascita e il ruolo del movimento Fatḥ; la relazione tra Fatḥ e i Fratelli Musulmani; la funzione dell’Organizzazione di Liberazione della Palestina e delle Forze di Liberazione Popolare; l’influenza di Ğamāl ‘Abd al-Nāṣir sui Palestinesi; la fondazione, nella Striscia di Gaza, del Movimento Islamico nel 1973 e dell’Associazione Islamica nel 1976.

Imran N. Hosein, Jerusalem in the Qur’an. An Islamic View of the Destiny of Jerusalem, Masjid Jami’ah, Trinidad – Tobago 2014, pp. 24-33. – Nato a Trinidad da genitori indiani, Shaykh Imran Nazar Hosein ha studiato presso diverse istituzioni islamiche, tra cui l’Università di Karachi e l’Università di Al-Azhar. Professore di scienze islamiche, ha insegnato in Asia e in America; ha diretto varie istituzioni islamiche, tra cui l’Istituto di Studi Islamici Aleemiyah a Karachi; è autore di numerosi libri e svolge un’intensa attività sulla rete informatica. Attualmente vive ed insegna a Kuala Lumpur.

INTERVISTE

L’Hujjatulislam Abolfazl Emami Meybodi ha frequentato il seminario islamico di Qom per 23 anni, fino al grado di “Ijtihad”, che è il più alto grado di studi. Contemporaneamente ha completato il percorso universitario con il dottorato in “Relazioni Internazionali” presso l’Università Internazionale Al-Mustafa (Qom, Iran). In quattordici anni di attività di ricerca sulle tematiche nuove legate agli studi islamici, ha scritto decine di articoli, pubblicati in Iran o presentati nelle conferenze; alcuni sono stati tradotti in italiano.

Dottore di ricerca in Sociologia e sistemi politici presso l’Università degli studi di Parma, laureato in Scienze politiche con una tesi sul pensiero di Herbert Marcuse, attualmente lavora presso la Fondazione Collegio Europeo di Parma di cui coordina il Master in Advanced European Studies. Insegna Storia delle Istituzioni europee presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università di Parma. I suoi studi attuali vertono su temi legati al governo e alle politiche dell’Unione Europea, alla trasformazione dei concetti di Stato e sovranità. Ha curato (con Diego Melegari) i volumi La rivoluzione dietro di noi. Filosofia e politica prima e dopo il ’68 (Manifestolibri, 2008) e Populismo e democrazia radicale. In dialogo con Ernesto Laclau. (Ombre corte, 2012).

Emanuele Castelli è ricercatore a tempo determinato in Scienza Politica presso l’Università di Parma, dove insegna Scienza Politica e Politica Internazionale. È autore di due volumi sulla Teoria delle Rivoluzioni, co-curatore di un volume sui conflitti identitari (insieme a Filippo Andreatta) e autore o co-autore di diversi capitoli di libro e articoli scientifici.

RECENSIONI e SCHEDE

Arthur Moeller van den Bruck, Tramonto dell’Occidente: Spengler contro Spengler? (Gabriele Repaci)

Anthea Roberts, Is International Law International? (Davide Ragnolini)

Giuliano Marrucci, Cemento rosso. Il secolo cinese, mattone dopo mattone

Roger Coudroy, Ho vissuto la resistenza palestinese. Un militante nazionalrivoluzionario con i Fedayin

Indice bibliografico degli articoli concernenti: Palestina, Iran, Turchia.

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