Introduzione

Se qualcuno nutrisse ancora dei dubbi sulla possibilità che i cambiamenti climatici possano influenzare le scelte politiche degli Stati dovrebbe forse prestare più attenzione a quanto stà accadendo nel grande nord. A causa del riscaldamento della temperatura terrestre, la calotta polare, un’immenso ammasso di ghiaccio che occupa gran parte del Circolo Polare Artico, è interessata da un progressivo processo di assotigliamento e restringimento. Poichè tutti gli esperti concordano (sebbene vi siano poi differenze sulla reale entità) nel dire che l’Artico custodisca un vero e proprio tesoro energetico che aspetta solo di essere sfruttato, le rivendicazioni, spesso mutualmente esclusive, delle potenze rivierasche hanno cominciato ad emergere.

La Federazione Russa e la Norvegia sono due degli attori coinvolti in questa sorta di riedizione artica del great game asiatico ottocentesco ed è dalle loro scelte, come da quella degli altri attori coinvolti (USA, Canada, Danimarca), che dipenderà la creazione di un equilibri regionale stabile e legittimato. Se gli aspetti conflittuali e competitivi prevarranno su quelli collaborativi le tensioni travalicheranno di sicuro i confini geografici di quella regione con una carica destabilizzante pericolosa per tutta la politica mondiale.

Ad oggi, ci sembra di poter affermare che i rapporti cooperativi e mutualmente vantaggiosi instauratisi tra Mosca e Oslo nel corso degli anni siano un modello positivo a cui guardare per l’edificazione di un ordine regionale Artico saldo e stabile. Come mostreremo tra breve, gli sviluppi recenti nelle relazioni tra i due Paesi non fanno altro che confermare tale punto di vista.

I recenti sviluppi nelle relazioni tra Norvegia e Federazione Russa

Il trattato internazionale stipulato il 15 settembre scorso a Murmansk tra Federazione Russa e Norvegia è stato definito, e non a torno, un evento storico. Infatti, con la sottoscrizione di tale accordo, Mosca ed Oslo, hanno messo fine ad un processo iniziato nel lontano 1970 e che si è protratto, con alterne vicende, fino allo scorso settembre (tuttavia già il 27 aprile i ministri degli esteri dei due Paesi avevano rilasciato un comunicato congiunto in cui si affermava quanto già detto nello stesso giorno dal presidente russo Medvedev e dal premier norvegese Stoltenberg, vale a dire che era stato raggiunto un accordo preliminare sulla delimitazione dei confini marittimi).

L’accordo, che i due Stati si sono impegnati a ratificare entro la fine dell’anno, ha posto fine al lungo contenzioso sia sui confini marittimi che sui fondali tra i due Stati. Infatti, l’accordo di delimitazione marittima e cooperazione nel Mar Baltico e nell’Oceano Artico ha definitivamente stabilito quali sono i confini tra i due Stati nella vasta area (175,000 Km2) nel Mar di Barent: sebbene la posizione ufficiale dell’Unione Sovietica, fatta propria anche dai negoziatori russi, fosse quella di pretendere una delimitazione del confine che seguisse la linea del meridiano che unisce idealmente il territorio della Federazione Russa al Polo Nord, la Norvegia è riuscita a convincere la controparte a tracciare un confine a metà strada tra l’arcipelago delle Isole Svalbard e quelle della Novaya Zemlya.

Inoltre, come si intuisce dal titolo del trattato, grande risalto, e non solo a livello retorico, viene dato alla cooperazione: si stabilisce infatti che i depositi di minerali che si trovano a cavallo della nuova linea di confine possono essere esplorati e sviluppati congiuntamente dalle aziende dei due Paesi poichè ognuno di quei giacimenti deve essere pensato e gestito come se fosse unico ed indivisibile.

Questo importante sviluppo intervenuto nelle relazioni tra i due Paesi non rappresenta di certo una rottura con il passato. Al contrario, esso va ad innestarsi sul trend positivo che ha caratterizzato, nonostante tutto, le relazioni russo – norvegesi negli ultimi anni. A tal proposito, basti pensare che nel 2008 il commercio bilaterale ha raggiunto i 2.4 miliardi di dollari e, sebbene nel 2009, la crisi economica ha avuto serie ripercussioni su tale volume d’affari, durante la prima metà del 2010 si è verificata una crescita del 14,5% degli scambi rispetto all’anno precedente. Segno che l’impatto della crisi è stato metabolizzato e che un’inversione di tendenza è già in corso. Ma questo ai due Paesi non basta e da ambo le parti esiste la volontà politica, supportata da indubbi vantaggi economici e commerciali, di approfondire ed ampliare la collaborazione.

Come avremmo modo di vedere tra breve la spinta alla cooperazione dato dal nuovo trattato stipulato tra i due Paesi non si limita di certo allo sfruttamento congiunto delle risorse, idrocarburi in primis, presenti sulla linea di confine ma va oltre e rafforza, come già detto i trend in atto. Detto ciò, ci sembra fuori discussione il fatto che l’energia, e tutto ciò che vi ruota attorno, rivesta un’importanza centrale non solo nella cooperazione attule ma anche e soprattutto in quella futura: se ad esempio si tiene conto del fatto che la parte meridionale della piattaforma del Mare di Barent collocata di fronte alle coste norvegesi e russe è ritenuta così ricca di gas che potrebbero mettere in ombra il giacimento di Shtokman è normale che si aprano spazi ulteriori di cooperazione in tale settore e dunque non è casuale che Mosca nutra grande interesse per l’expertise maturato dai norvegesi nel campo dell’efficienza energetica, dell’innovazione, delle fonti di energia rinnovabili e per le competenza nello sviluppo dei giacimenti offshore (non si dimentichi che al contrario i russi detengono una lunga e gloriosa tradizione di sviluppo e sfruttamento dei giacimenti onshore).

E’ molto probabile dunque che la collaborazione nello sviluppo di nuovi giacimenti petroliferi e gasiferi porterà ad un rafforzamento della partnership russo – norvegese e, come avremmo modo di analizzare più dettagliatamente nel prossimo paragrafo, l’Oceano Artico, ancor più del Mar Baltico, sarà il vero banco di prova su cui testare e mettere al lavoro la cooperazione tra i due Paesi.

Comunque, anche a costo di ripeterci, ci preme sottolineare nuovamente come il nuovo accordo andrà a rafforzare una cooperazione che già esiste. A tal proposito, uno degli esempi più indicativi a riguardo è lo sviluppo del giacimento gasifero di Shtokman che si trova all’interno del Circolo Polare nel settore russo del Mar Baltico. Il giacimento si trova ad una profondità di circa 330 metri ed è collocato a circa di 500 kilometri offshore dalla penisola di Kola.

Il progetto Shtokman sarà il progetto industriale più grande mai realizzato nella storia a nord del Circolo Polare Artico. Con i suoi 3,8 milioni di miliardi di metri2 di gas stimati esso promette di essere uno dei giacimenti più ricchi del mondo. Esso rappresenta il progetto russo più ambizioso dalla fine dell’URSS e per tale motivo è stato dichiarato di assoluta priorità dal governo

Visti i costi elevati che l’investimento comporta (stimati in circa 25 – 30 miliardi di dollari) e l’expertise richiesto nello sviluppo offshore, Gazprom, a cui Mosca ha affidato la licenza di sviluppo del giacimento, ha optato per la creazione di una Joint venture con delle compagnie straniere: nel 2007 è stata creata la Shtokman Development Company (SDC) formata da Sevmorneftegaz (una sussidiaria di proprietà di Gazprom che detiene il 51% delle azioni), la francese Total (25% delle azioni) e la norvegese Statoil (24% delle azioni).

La struttura societaria della SDC è abbastanza peculiare: Sevmorneftegaz è l’unica proprietaria della licenza di esplorazione e produzione per il giacimento e dei diritti di vendita degli idrocarburi estratti. La SDC è proprietaria ed utilizzerà le infrastrutture per 25 anni (a partire dall’inizio dei lavori). Alla scadenza di tale termine, l’intera infrastruttura dovrebbe essere trasferita alla Sevmorneftegaz mentre Total e Statoil dovrebbero trasferire le loro quote azionarie della SDC a Gazprom.

Chiaramente i costi di sviluppo del giacimento saranno ripartiti in base alla partecipazione azionaria. Al momento lo schema di finanziamento dell’intero progetto dovrebbe derivare da prestiti (60%) e da capitale messo a disposizione dalle aziende coinvolte (40%).

Ad oggi, a causa della crisi economica ancora in corso e dei mutamenti intervenuti nel mercato globale dell’energia (non si dimentichi che Shtokman è un progetto pensato, fin dall’inizio, come totalmente orientato all’esportazione verso il mercato statunitense ed europeo, infatti una delle pipeline che andrà a rifornire srà proprio il Nord Stream. Ora, con la rivoluzione verificatasi in america con l’estrazione e lo sfruttamento delle fonti di gas non convenzionali, che ha portato gli USA a piazzarsi al primo posto come produttore di gas nel 2009, è chiaro che ci si trova di fronte ad un mutamento del mercato mondiale del gas) il progetto ha subito una serie di rinvii e, sebbene nessuno metta in discussione la sua realizzazione, molti dubitano che la data del 2016 come inizio della produzione commerciale possa essere rispettata.

Come abbiamo detto la spinta ulteriore all’approfondimento delle relazioni tra i due Paesi non si limita solo alle questioni energetiche. Infatti, è stato firmato da poco un accordo che prevede l’abolizione del regime dei visti per i cittadini di entrambi i Paesi che vivono all’interno di un’area di 30 Km a partire dal confine per un periodo di massimo 15 giorni. Unitile sottolineare quanto importante sia tale accordo, il primo del genere stipulato tra la Federazione Russa e un Pase dell’area Schenghen.

Un’altro passo importante, su cui l’accordo di settembre non può non aver giocato un ruolo determinante, è l’annuncio, dato pochi giorni fa, dell’imminente inizio di negoziati tra i Paesi EFTA (Norvegia, Svizzera, Islanda e Lichtenstein) e Federazione Russa, Bielorussia e Kazakhstan (riuniti come sappiamo in una Unione doganale di recente creazione) per dare vita ad un accordo di libero scambio tra le due aree.

Last but not least, l’accordo di settembre avrà ricadute positive sul settore ittico: la delimitazione dei confini marittimi renderà la base legale per la pesca in entrambi i Paesi più chiara e ridurrà le possibilità di conflitto. L’accordo, potrebbe rivelarsi utile anche alla creazione di regole comuni e condivise per la pesca.

Le ricadute strategiche della cooperazione russo – norvegese sull’area Artica

Gli occhi degli Stati che si affacciano sull’Artico, e non solo quelli, sono sempre più puntati verso la Calotta polare o, per essere più precisi, verso ciò che si dovrebbe celare sotto di essa. Gli esperti stimano che sotto i ghiacci che occupano buona parte dell’Oceano Artico siano custoditi delle riserve naturali pari a 10 miliardi di tonnellate di idrocarburi o, per dirla in altri termini, circa di 25% dei giacimenti mondiali non ancora sfruttati. Tali risorse, potrebbero presto essere accessibili a causa del riscaldamento globale che stà provocando una ritirata dei ghiacci.

Ad oggi, il Circolo Polare non è considerato parte di alcuno Stato ed è amministrato dall’Autorità Internazionale dei Mari con sede in Jamaica mentre in base alla Convenzione ONU sul diritto del mare del 1982, meglio conosciuta come Convenzione di Montego Bay (che gli USA non hanno sottoscritto e a cui quindi non possono appellarsi), ogni Paese ha il diritto di sfruttare le risorse che si trovino all’interno di un’area di 200 miglia nautiche (322 Km circa) dal proprio territorio. Tuttavia, la Convenzione stabilisce che tale limite possa essere esteso nel caso in cui si riesca a dimostrare che la struttura della placca oceanica altro non sia che un prolungamento naturale di quella della propria nazione. Tale possibilità unita al progressimo scongelamneto dei ghiacci ha portato molti degli Stati che si affacciano sull’Artico a rivendicare porzioni più ampie di quelle che già detengono. Ad esempio, Russia e Canada sostengono che la dorsale sottomarina di Lomonosov che si estende tra Groenlandia e Federazione Russa è un’estensione delle rispettive placche continentali e, di conseguenza, ne rivendicano il diritto a sfruttare le risorse presenti nella zona. Già nel 2001 Mosca presentò una richiesta alla Commissione per la Convensione del diritto del mare in cui rivendicava il possesso della preziosa striscia di terra subacquea, ma la domanda fu stata respinta con la motivazione che servivano ulteriori di prove. I russi si misero immediatamente al lavoro per collezionare un numero maggiore di prove a sostegno della propria tesi (e a detrimento di quella Canadese) e nel 2007 diedero anche vita ad un’azione, dimostrativa ma priva di significato giuridico (cosa che canadesi e danesi, anch’essi volonterosi di provare i legami tra Groenlandia e la Dorsale di Lomonosov, si sono subito affrettati a ribadire), degna di un romanzo di Jules Verne: due piccoli sottomarini avevano piantato una bandiera russa in titanio a oltre 2.400 metri di profondità su un punto della dorsale di Lomonosov. Al di là di questa azione coreografica, la partita in corso è molto seria in quanto in ballo vi è una superficie di circa 1 milione di Km2 ricchissima di petrolio, gas e metalli.

Tutto questo ci dimostra come la situazione sia ancora alquanto magmatica e anche potenzialmente foriera di tensioni: solo ora comincia a delinearsi un ordine regionale ed il gioco delle alleanze tra le cinque potenze artiche (in cui Mosca gioca un ruolo preminente), al di là di quelli che sono i buoni rapporti che intercorrono tra alcune di esse, è ancora tutto da decidere. Purtroppo, quando ci sono in ballo risorse così ingenti molti Stati sono portati ad osare piuttosto che a limitare le proprie richieste e, se dall’altra parte vi sono Stati decisi a non cedere, la via verso una soluzione concordata perde terreno. Tuttavia, esistono modi anche più cooperativi con cui gestire le relazioni con gli altri Stati artici e su cui forgiare un ordine regionale stabile e legittimato: il modo cooperativo con cui Nrovegia e Federazione Russa si relazionano e risolvono le proprie dispiute ne è la riprova.

Con molta probabilità, anche se in nessun documento ufficiale viene affermato esplicitamente, Mosca stà cercando di far avanzare le proprie pedine verso l’Artico guadagnando Oslo alla propria causa di rivendicazione della Dorsale di Lomonosov: l’importanza data dal Cremlino al rapporto con le compagnie norvegesi, in particolare la Statoil, potrebbe essere un tentativo di mostrare quali vantaggi ulteriori si potrebbero ottenere dall’essere partner di Gazprom in un’avventura come quella Artica nel caso in cui le rivendicazioni russe fossero accettate, grazie anche all’appoggio norvegese, in sede ONU. Tuttavia Mosca, consapevole dell’approccio rigorosamente giuridico che i norvegesi hanno nelle relazioni internazionali, puntano tutte le loro carte nel raccogliere prove che dimostrino in modo inequivocabile che detengono dei diritti sulla Dorsale di Lomonosov.

Al di là del potenziale sostegno che la Norvegia potrebbe dare alle rivendicazioni russe, che potrebbero anche non sortire l’effetto sperato da Mosca poichè esistono altri 3 attori importanti nella regione che potrebbero non avere alcuna intenzione di darla vinta al Cremlino anche di fronte a prove schiaccianti, è importante notare come la partnership energetica russo – norvegese possa svelare tutte le sue potenzialità nella zona artica su cui la Federazione Russa detiene diritti riconosciuti da tutti (le 200 miglia marine).

Questa zona ha per Mosca un’importanza assolutamente fondamentale: sebbene solo il 2% della popolazione russa viva nell’area Artica, la regione contribuisce a creare il 14% del PIL ed il 25% delle esportazioni del Paese. Tale area custodisce l’80% delle riserve di gas naturale, il 90% del nickel e cobalto ed il 60% di copper di tutta la Federazione Russa.

La autorità russe considerano la zona fondamentale per il benessere economico e sociale futuro e per la posizione di Mosca nel mercato golbale. Per tale motivo nel settembre 2008 è stata adottata la nuova strategia artica intitolata ‘fondamentali della politica statale della Federazione Russa nell’Artico fino al 2020 ed oltre’. In tale documento programmatico si sottolinea l’importanza strategica della regione per l’economia nazionale per via delle sue risorse naturali e dei futuri trasporti marittimi e della sua utilità nel permettere a Mosca di rimanere una potenza artica rilevante. Una delle priorità strategiche del documento è quello di definire i limiti della piattaforma russa entro il 2015.

Inoltre, il governo russo dovrebbe adottare, in tempi brevi, un programma per lo sviluppo strategico dell’Artico al fine di convogliare le proprie forze e risorse verso uno sviluppo infrastrutturale (inteso nel senso più ampio del termine) della regione. Le tre priorità russe sono:

  1. creare buone condizioni di vita per i cittadini dell’area rispettando usi e costumi degli abitanti del luogo;

  2. supportare lo sviluppo economico attirando capitali russi e stranieri;

  3. sviluppare le infrastrutture ecologiche e scientifiche nella regione;

Lo sviluppo di una regione così ampia ed impervia richiede uno sforzo che il governo russo da solo non può sostenere. E’ per questo infatti che nel secondo punto si parla esplicitamente dei capitali stranieri, la cui importanza è difficilmente sottovalutabile. E’ chiaro che in questo caso la partnership con la Norvegia, che altrove ha dimostrato di funzionare molto bene, può fare la differenza poichè oltre al denaro i norvegesi sono in grado di portare tutta la loro esperienza nello sviluppo dei giacimenti offshore e di risparmio energetico. Detto questo, ci sembra abbastanza difficile che i capitali stranieri in generale e quelli norvegesi in particolare possano affluire nella zona se Mosca non rivedrà la propria legislazione: al momento solo Gazprom e

Rosneft sono autorizzare a compiere esplorazioni e sviluppare progetti poichè tutta l’area artica russa offshore è classificata come strategica. Lodevole è dunque l’impegno del ministro delle risorse naturali, Yuri Trutnev, che ha presentato una bozza di legge volta a de-monopolizzare le esplorazioni e la produzione offshore al fine di incentivare le compagnie straniere ad inserirsi nei progetti artici di Mosca. Una decisione del genere permetterebbe di cementare ancor di più la partnership energetica con Oslo ed averlo al proprio fianco nelle rivendicazioni sulla Dorsale di Lomonosov.

Conclusione

Le relazioni tra Federazione Russa e Norvegia possono e devono essere guardate dagli altri attori artici come ad un modello di cooperazione da imitare. Chiaramente esistono differenze di vedute anche importanti tra i due (la NATO è una di questi: Mosca considera la presenza dell’Alleanza Atlantica nell’Artico come pericolosa e preoccupante mentre Oslo, membro NATO, sostiene che tale presenza incoraggia la cooperazione con Mosca ed è compatibile con lo sviluppo delle relazioni russo –norvegesi), ma tutto sommato sembra che a prevalere siano gli elementi centripeti su quelli centrifughi.

L’assetto che assumerà il sistema regionale artico dipenderà dalle azioni di tutti gli Stati presenti: è chiaro che un sistema poco legittimato e basato solo ed esclusivamente sui crudi rapporti di forza sarebbe una fonte di tensione per tutto il mondo. Chiaramente Mosca spera nel meglio, probabilmente consapevole di essere uno Stato che geograficamente detiene una posizione assolutamente invidiabile nella regione, ma è anche pronta a far fronte ad una militarizzazione dell’area: la Flotta del Nord rimane in costante stato di ‘active combat duty’ ed i missili russi possono raggiungere il 90% dei principali centri economici mondiali.

Tornando al trattato stipulato tra Federazione Russa e Norvegia lo scorso settembre ci sembra di poter affermare che ci si trovi di fronte al tipico caso di win-win situation: da un lato rafforza le pretese russe di presentarsi come una superpotenza energetica avvalendosi delle necessarie tecnologie norvegesi e dall’altro premette alla Norvegia di restare, nel breve e nel medio periodo, uno dei maggiori attori energetici nonostante il temutissimo declino nelle sue riserve offshore (fatta eccezione per quelle resesi disponibili dopo la stipulazione del trattato) grazie all’accesso ai progetti condivisi che verranno realizzati assieme ai russi.

* Alessio Bini, dottore in Relazioni internazionali (Università di Bologna), collabora con “Eurasia”

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