Fonte: “Global Research

 

Sono emerse nuove prove a sostegno del fatto che il caso del regime del Bahrein contro due attivisti democratici condannati a morte per aver ucciso due poliziotti contenga evidenti falle. Nell’ultimo colpo di scena del controverso processo per omicidio, un impiegato del Ministero dell’Interno ha confessato la non colpevolezza degli uomini in attesa di esecuzione.

 

Il presunto omicidio dei due ufficiali di polizia sarebbe avvenuto nel corso della repressione delle manifestazioni pro-democratiche di inizio anno nel regno del Golfo Persico, alleato degli Stati Uniti. L’episodio è stato interpretato come il pretesto che ha preparato il terreno all’escalation della repressione contro la popolazione civile da parte del Bahrain e delle forze saudite, sfociata in decine di morti e detenzioni di massa.

 

Altri cinque bareniti sono stati condannati all’ergastolo per la loro partecipazione al presunto assassinio dei poliziotti per il quale l’accusa sostiene che i due attivisti hanno deliberatamente investito le vittime con l’automobile quando i due appartenenti alle forze dell’ordine erano stesi a terra.

 

Le raccapriccianti morti sono apparentemente contenute in un video amatoriale che presumibilmente risale al 16 marzo, lo stesso giorno in cui iniziò la violenta repressione da parte delle truppe saudite nella capitale Manama. Il video è stato poi mandato in onda sulla rete pro-governativa Bahrain TV causando, una diffusa repulsione tra il pubblico.

 

I due ragazzi condannati a morte – Ali Al Singace di 19 anni e Abdulaziz Husain di 24 – saranno giustiziati da un plotone di esecuzione se i loro appelli non saranno accolti il mese prossimo.

 

Attivisti per i diritti umani e le famiglie dei condannati affermano che sono stati incastrati dal regime barenita. Essi fanno notare come gli uomini accusati non erano associati tra loro prima e nel momento del presunto crimine, e come provengano da villaggi differenti. La sola cosa che li accomuna è che erano attivi nelle proteste, ciascuno nel proprio villaggio. I promotori della campagna a sostegno dei due ragazzi sostengono che il processo sia stato dominato da motivazioni politiche: per intimidire il movimento degli attivisti, per diffamare la rivolta e per giustificare l’istituzione dello Stato di emergenza da parte del non eletto governo sunnita ed il conseguente violento giro di vite.

 

In primo luogo, gli attivisti per i diritti dei condannati fanno notare come, fatta eccezione per il video, la sola altra prova usata siano state le loro confessioni. Nabeel Rajab del Bahrain Centre for Human Rights afferma che tali confessioni sono state estorte dopo che gli imputati sono stati sottoposti a torture durante le molteplici settimane di detenzione illegale. Inoltre Rajab sottolinea che ai due ragazzi è stata negata la difesa legale; due giorni prima che il processo avesse inizio dinanzi ad un tribunale militare, Mohammed Al Tayer, un avvocato preposto alla difesa dei due imputati, è stato arrestato dal regime. Quando gli imputati sono comparso in tribunale hanno ritrattato le loro confessioni.

In secondo luogo, è stata chiamata in causa la veridicità del video amatoriale, che mostra due veicoli che investono i poliziotti. Se l’iniziale messa in onda del video su Bahrain TV ha scatenato rabbia ed orrore, una più attenta analisi del nastro ha evidenziato diverse falle che inducono a pensare che l’incidente sia architettato.

Ad esempio, dopo il passaggio dei veicoli su uno dei presunti corpi dei poliziotti, si vede un gruppo di giovani che arrivano misteriosamente sulla scena ed iniziano a “violare” il corpo con calci e bersagliandolo a colpi di pietra. Il macabro scenario possiede un’apparenza che sembra seguire un copione. In un passaggio, si vede parte del corpo levarsi dal terreno senza particolare sforzo dopo essere stato preso a calci, suggerendo che la sagoma non sia un essere umano, ma piuttosto un manichino.

 

Ci sono numerose altre anomalie che minano la credibilità del video dell’accusa. Alcuni critici notano che l’incidente si verifica al mattino ore prima dell’intervento delle forze del Bahrein, saudite e di altri Paesi del Golfo, per allontanare i manifestanti nell’area nelle vicinanze del Pearl Monument, il centro nevralgico delle proteste. Ciò contraddice il fatto che i giovani potevano aver deliberatamente linciato i poliziotti in un parcheggio a pochi metri dal Pearl Monument, occupato dalle forze statali. Effettivamente, un fermo immagine a campo largo, mostra la massiccia presenza di militari lungo il perimetro della scena.

 

Ancora, come fanno i poliziotti ad isolarsi da migliaia di altri militari? Perchè non ci sono tracce di sangue sul terreno dopo che i corpi sono ripetutamente investiti e colpiti dalla folla?

 

Inoltre, i veicoli presumibilmente coinvolti negli omicidi non sono mai stati recuperati come prova, né sottoposti ad alcuna analisi forense.

Uno dei due ragazzi condannati a morte, Ali Al Singace, è stato poi mostrato con una gamba rotta al tempo del presunto incidente in cui egli avrebbe dovuto guidare uno dei veicoli.

 

Nel corso del procedimento giudiziario, i media controllati dal governo barenita hanno pubblicato fotografie e nomi dei due ufficiali di polizia, i quali, è stato specificato, erano le vittime del linciaggio. I nomi sono Kashef Mandhoor e Mohammed Al Balooshi. Ma c’è un assai diffuso sospetto tra la popolazione che le vittime non siano state uccise nelle circostanze richiamate dall’accusa nel corso del processo. Un’ipotesi è che essi possano essere stati effettivamente uccisi dal regime per essersi rifiutati di partecipare alla sanguinosa repressione contro i manifestanti e che le loro identità siano state poi utilizzate per perseguire i sette attivisti.

 

Ora, un dipendente del Ministero dell’Interno, Ahmed Mansour, ha dichiarato, attraverso un video del Bahrain Centre for Human Rights, di aver assistito all’incidente che sarebbe costato la vita ai due poliziotti. La testimonianza di Mansour è stata tradotta in inglese dall’arabo per Global Research. Egli dichiara di essere l’uomo in abiti civili che, si può vedere nel video dell’accusa, raccoglie un fucile da terra vicino ad una persona prostrata dal dolore investita da un veicolo in fuga.

 

Mansour non dice esplicitamente se la figura a terra sia un manichino o no, né che l’intero episodio sia una messa in scena. Cosa egli afferma senza mezzi termini è che i sette uomini condannati per l’omicidio non erano sul luogo dell’incidente. I due ragazzi avrebbero guidato i due veicoli e investito i due poliziotti. L’impiegato del Ministero contraddice questa ricostruzione. Afferma, infatti, che nessuno dei due accusati si trovava sui due veicoli.

 

 

Risulta difficile non concludere che l’intero episodio sia stato una vile macchinazione; un processo-show il cui reale intento è stato quello di colpire l’intera opposizione politica. Disgraziatamente, affinchè il regime che gode del sostegno degli Stati Uniti raggiunga tale obiettivo, due giovani innocenti andranno incontro alla fucilazione ed altri cinque all’ergastolo.

 

Nella stessa settimana in cui il testimone del Ministero dell’Interno rilasciava le sue dichiarazioni che certificano l’ingiusta condanna degli uomini coinvolti, il re del piccolo Stato del Golfo ha tenuto un discorso alle Nazioni Unite a New York. Re Hamad bin Isa Al Khalifa ha assicurato ai delegati presenti che il suo regno rispetta “i diritti umani universali”- non, evidentemente, se tali diritti sono quelli degli attivisti che si oppongono al suo regime.

 

(Traduzione di Diego Del Priore)

 

Finian Cunningham è corrispondente di Global Research a Belfast. E’ stato espulso dal Bahrain per il suo giornalismo critico il 18 giugno del 2011.

 

 

 

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