Il clima in BH si era iniziato a riscaldare già in primavera, quando gli screzi tra i serbi e bosniaci musulmani uscirono dai tradizionali schemi. Mentre dal menu del parlamento bosniaco scompariva l’insalata srpska, irritando non poco la sensibilità dei ministri serbo bosniaci che da parte loro cercavano di reintegrare la carne di maiale, la Republika Srpska scatenava il putiferio con la proposta di un referendum che metteva in discussione l’autorità dell’Alto Rappresentante, Mr. Inzko, che a sua volta lo dichiarò incostituzionale, attirando l’attenzione internazionale fino a diventare argomento di discussione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Un po’ più a sud, a Mostar, nasceva l’Assemblea Nazionale Croata, ufficialmente in difesa degli interessi dei croato bosniaci e a bilanciare una non parità in seno al governo della Federazione. E fu così che i croati dell’Erzegovina approfittarono della rabbia generale per l’esclusione di HDZ e HDZ 1990 dal Gabinetto Federale per creare ciò che da tempo volevano creare, ottenendo il consenso dell’elite Serba della Republika e risuscitando i vecchi timori dei bosniaci musulmani per l’agognata formazione di una terza entità.

Alla calda primavera seguì una calda estate. Lo scompiglio generale si acuì poi con la mancata formazione del governo federale dovuta all’opposizione dei leader della RS e dei due maggiori partiti croati alla nomina di Slavo Kukic alla carica di Primo Ministro.

Nella terra del “tutto può succedere”, durante la più grave crisi istituzionale dalla fine della guerra, l’alleanza ostile tra bosgnacci e bosniaci croati sembra ormai in direzione d’arrivo mentre una nuova e più bizzarra alleanza serbo-croata sembra invece consolidarsi.

 

La frustrazione dei croati-bosniaci

 

Fin dall’immediato dopoguerra, la parte croata dell’Erzegovina lamentava l’ingiustizia per non aver ottenuto un quasi stato proprio, così come era accaduto per i serbi della Republika Srpska, e per dover condividere la Federazione con i bosgnacci in una situazione d’inferiorità decisionale.

La parte bosniaco-croata accusa, oggi più che mai, la Federazione di non rappresentare gli interessi di bosgnacci e bosniaci-croati allo stesso modo e rimproverano, non del tutto a torto, i bosgnacci di volere la Bosnia Erzegovina tutta per loro, marginalizzando culturalmente e politicamente gli altri gruppi etnici.

Il sistema politico bosniaco si è infatti dimostrato incapace di rappresentare le preferenze politiche croate. Ciò a causa di un sistema elettorale a quote1 che fa risonare la visione bosniaca-musulmana, provocando inevitabilmente malumori e conflitti. Neppure il rappresentante croato della Presidenza tripartita, Zeljko Komisic, membro del SDP, Social Democratic Party, può considerarsi espressione dei croati della BH che, per la maggior parte, non lo votarono. Komisic fu infatti eletto grazie al voto dei bosgnacci che si assicurarono così due sedie presidenziali su tre.

Un sistema a quote traballante che mal si presta a rappresentare gli interessi dei bosniaci tutti, anch’esso studiato a tavolino dalla comunità internazionale e istituzionalizzato fin dalle primissime elezioni. Comunità internazionale che, come spesso accade, sembra appoggiare il gruppo etnico attaccato e martoriato più di tutti durante la guerra. Senso di colpa in recupero. Nulla di nuovo. Medesima equazione vista ripetersi in varie parti del mondo, ricompensa in termini d’appoggio multisettoriale per gli attaccati, a bilanciare i non pochi errori commessi dalla stessa comunità internazionale durante il conflitto. Politiche e atteggiamenti internazionali molto spesso di parte, che non hanno certo facilitato la riconciliazione tra croati e bosgnacci e che al contrario hanno perpetuato e acutizzato le tensioni.

 

Prima alleati, poi in guerra, poi costretti vicini di casa intolleranti e infine alleati ostili. Questa, riassunta all’osso, la complicata relazione croato-bosgnacca dal 1992 ad oggi. Relazione che, considerata meno problematica rispetto alla ben più (in)popolare relazione ostile serbo-bosgnacca, non ha mai ricevuto adeguate attenzioni e non ha mai preoccupato troppo. Fino ad oggi, fino a quando non viene categorizzata dall’ICG tra le cause scatenanti della peggior crisi a livello nazionale dalla fine della guerra.

L’esclusione dei due maggiori partiti croati dal Gabinetto Federale, l’impasse nella formazione del governo della Federazione, il crescente scontento, seguito di pari passo dalla volontà politica di imboccare strade nuove, hanno agevolato in marzo la formazione dell’Assemblea Nazionale Croata. A giocare un ruolo decisivo sul da farsi: la memoria storica, che ricorda ai bosniaci-croati il periodo prebellico quando godevano di una loro regione: l’Erzeg-Bosna, appendice della Croazia e supportata da Zagabria. Tale supporto venne meno nel ’94 quando Tudjman fu costretto dalle potenze occidentali ad abbandonare i connazionali bosniaci e fu spinto in un’alleanza con i bosniaci musulmani contro i Serbi. Suddetta alleanza fu sancita poi dagli accordi di Dayton in una sola unità amministrativa e istituzionale a stragrande maggioranza musulmana. Oggi, ricreare l’Erzeg-Bosna continua ad essere il sogno del cassetto per la maggioranza dei bosniaci-croati dell’Erzegovina.

 

Il programma politico croato, con soggetto inspiratore l’Erzeg-Bosna, era noto fin dall’inizio di quest’anno. Stavolta gli ideatori si guardano bene dal cadere nella trappola costituzionale che li blocco nel 2001, quando il membro croato della presidenza tripartita Ante Jelavic provò a formare la medesima assemblea senza però nascondere le intenzioni dichiaratamente autonomiste e indipendentiste. Jelavic fu immediatamente rimosso dalla presidenza per decisione dell’Alto Rappresentante per azioni anticostituzionali.

Dieci anni dopo, l’Assemblea Nazionale Croata viene creata su iniziativa del Croatian Democratic Union party (CDU) e di HDZ-1990. Nessuno parla di indipendenza ma piuttosto di autonomia, di coordinamento delle attività dei bosniaci-croati, di progetti di sviluppo. Politicamente si dichiara che non sarà riconosciuto nessun governo che escluda i maggiori partiti croati. L’Alto Rappresentante storce il naso, stavolta non può gridare ad azioni illegali ma fa ben intendere che la costituzione di strutture parallele non sarebbe tollerata.

 

Solidarietà serba, nuova alleanza?

 

Dall’altra parte, i Serbi guardano con una certa simpatia alla nascita del nuovo organo. Appoggio e solidarietà ai bosniaci croati, il giro di ruota. È Dodik a dichiarare per primo che la nuova Assemblea Nazionale Croata non rappresenta una minaccia per la RS e non viola gli accordi di pace; ed e’ sempre il presidente della RS a supportare, non troppo velatamente, la spinta autonomista croata.

I Serbo-bosniaci sono ancora affianco dei bosniaci croati nel respinge fermamente la candidatura di Kukic, appoggiato dal SDP, dal Bosnian Party for Democratic Action (SDA) e dai due partiti croati minoritari, a Primo Ministro della Federazione. Per i due parti croati maggiori, HDZ e HDZ 1990, l’unico candidato legittimo è Borjana Kristo e la leadership serba dichiara che supporterà solamente un “legittimo” rappresentante croato, ovvero esponente dei due partiti maggiori. È l’elite serba a giocare un ruolo decisivo nella bocciatura di Kukic, che a metà luglio non riuscì a reggere alla seconda tornata elettorale in parlamento.

 

La divisione tra bosniaci e croati si acutizza anche sul campo culturale quando i presidenti di HDZ e HDZ 1990 annunciano di voler formare un Accademia delle Arti e delle Scienze con base a Mostar, probabilmente in risposta alla neonata Accademia delle Scienze e delle Arti fondata in giugno dai Muftì bosniaci. Si ricorderà il ruolo giocato dall’Accademia di Belgrado delle Scienze nel dissolvimento della ex-Yugoslavia, e quanto le divisioni politiche diventino ancora più pericolose quando l’asse del conflitto si sposti dal contesto politico a quello delle scienze, vere o presunte. Preoccupati i tanti che sostengono che tali istituzioni servono solo ad accelerare il processo di distruzione del paese e dall’altra parte conquistate le simpatie dell’elite serbo-bosniaca che non vede niente di male nella formazione di tale Accademia e, soprattutto, si chiede perché mai i bosgnacci avrebbero il diritto ad avere un’Accademia loro, perlopiù poco scientifica, e i Croati no.

È ormai evidente che la leadership serba stia applicando la strategia mirante a supportare una rappresentanza croata forte, abbastanza forte da contrastare la controparte bosniaco musulmana e abbastanza forte da costituire il suo migliore alleato interno.

Non solo la RS simpatizza con i croati dell’Erzegovina ma ricuce vecchi strappi con la Croazia. Il rapporto di inimicizia tra i due paesi confinanti, che ha rappresentato una costante nelle ultime due decade, con picchi di tensione nel 2008, quando la Croazia riconobbe il Kosovo, si vede oggi completamente trasformato. Quest’anno Dodik incontra il presidente croato Ivo Josipovic in diverse occasioni. Cordialità, sorrisi e simpatie si respirano nell’aria. Dodik fa ammenda per i crimini commessi durante la guerra e discute con il presidente croato di temi riguardanti rifugiati, inquinamento e nuove cooperazioni economiche tra Croazia e RS.

 

Complice della nascita del nuovo amore: la struttura governativa voluta dalle potenze “salvatrici”, a seconda dei punti di vista, che oramai fa acqua da tutte le parti. Ciò perché, semplicemente, non è supportata dal consenso dei tre gruppi etnici che usano quella stessa struttura come campo di battaglia tra obiettivi politici inconciliabili.

 

Diverse sono le voci che supportano l’idea della separazione. Molti i sostenitori di un distaccamento della RS e di una sua eventuale unione alla Serbia, che considerano questa la più naturale delle evoluzioni. Non certo la più semplice. I sostenitori della secessione mancano spesso di considerare l’effetto domino che indubbiamente provocherebbe una secessione della RS, si rafforzerebbero le spinte indipendentiste dell’Erzegovina e gli effetti collaterali, considerata l’alta percentuale di bosgnacci che vivono nella regione, sarebbero di gran lunga più importanti dei benefici. Per non parlare poi delle conseguenze che un distaccamento della RS provocherebbe in altre parti dell’Europa, nord del Kosovo in primis.

 

Estendendo il discorso a Serbia e Croazia, è improbabile, alla luce degli accadimenti più recenti, che i due stati supportino una secessione delle rispettive regioni sorelle. Serbia e Croazia sono infatti in una fase cruciale nel processo di adesione all’UE; la Serbia ha fatto il grande balzo in avanti con la cattura degli ultimi grandi ricercati per crimini di guerra, Mladic e Hadzic, e la Croazia ha appena portato a termine con successo i negoziati per accedere all’UE nel 2013. Per i due stati pochi o nulli sarebbero i vantaggi derivanti da un ipotetico sostegno alle spinte indipendentiste della RS e dell’ Erzegovina. Meglio mantenere buoni rapporti di vicinato, ma che ognuno se ne stia a casa propria.

Indubbiamente sia i serbo-bosniaci che i croato-bosniaci sono ben consapevoli di tutto ciò, ed è probabilmente questa consapevolezza che li spinge a trovare altre alleanze, all’interno della stessa BH. Alla luce di questa consapevolezza l’alleanza improbabile serbo croata all’interno della stessa BH troverebbe tutta la sua ragion d’essere tale da poter esser considerata l’evoluzione logica della relazione improbabile.

 

Voci per la sopravvivenza

 

Né i serbo-bosniaci né i croati bosniaci parlano più tanto di secessione. Non è conveniente parlare di secessione di questi tempi.

Dodik sostiene che la BH non può continuare ad esistere nello stato attuale ma può sopravvivere solo sotto forma di unità confederata all’interno della quale la RS (e conseguentemente anche l’Erzegovina) godrebbe di una larga autonomia, attraverso il trasferimento di processi decisionali al livello locale e lasciando sotto la direzione federale solo difesa, politica monetaria e internazionale.

Dello stesso parere sembrerebbero i leader dei due partiti croati maggiori, sicuramente quietati dal fatto che i croati dell’Erzegovina votano anche alle elezioni croate e vedono rappresentate le loro preferenze politiche, se non nello stato in cui abitano, nello stato di cui vorrebbero forse far parte.

Diverso il parere di Bakim Izetbegovic che prende atto del fatto che una BH multietnica guidata da un governo centrale non funziona. Tutti gli sforzi avrebbero fallito secondo B. Izetbegovic che suggerisce ai bosgnacci di concentrarsi sul consolidamento della loro autorità politica in aree a maggioranza bosgnacca, mentre serbi e croati sarebbero liberi di andare per le loro strade.

Proposta alquanto pericolosa da far sembrare Dodik addirittura tra i più ragionevoli, cosa che non spesso accade.

 

Dalla comunità internazionale l’invito ad un strategical political rethink che vedrebbe la stessa comunità internazionale, troppo intromessa nelle attività politiche locali, fare un passo indietro.

Il ruolo della comunità internazionale si ridurrebbe a quello di supervisione delle attività dello stato che dovrebbe essere incoraggiato a iniziare il cammino delle riforme, politico-istituzionali, sulla base dello schema di Dayton. Chiaro l’assunto che l’integrità territoriale della BH non si discute.

 

 

1 Il sistema delle quote viene applicato per la maggior parte delle cariche federali. Questo fa in modo che vi sia un candidato per ogni gruppo etnico; ogni cittadino vota poi per in candidato che più gli aggrada, a prescindere della provenienza etnica.

Articolo precedente

The conflict over the Nile water

Articolo successivo

Dopo le rivolte arabe: il nuovo Mediterraneo