Mentre a Quito è stato appena sventato un presunto colpo di Stato ai danni del Presidente Rafael Correa, da pochi giorni in Venezuela si sono concluse le ultime elezioni parlamentari.
Secondo i dati ufficiali forniti dal “Consejo Nacional Electoral” (CNE), dei 165 seggi disponibili dell’Assemblea Nazionale, 98 sono andati al “Partido Socialista Unido de Venezuela” (PSUV), 65 all’opposizione, riunita per l’occasione nella “Mesa de Unidad Democrática” (MUD), e i restanti due seggi al partito “Patria Para Todos” (PPT), ex sostenitore dell’attuale Governo.
Altri tre seggi sono invece riservati ai rappresentanti indigeni.
Per quanto riguarda il “Parlatino” (Parlamento Latinoamericano), dei 12 posti disponibili, 6 sono andati al Governo e 5 all’opposizione, l’ultimo posto è stato assegnato anche in questo caso alla rappresentanza indigena.
Nonostante, dunque, le numerose dichiarazioni riportate dalla maggior parte delle testate giornalistiche “occidentali”, il Governo venezuelano non è caduto in nessun baratro senza possibilità di risalita; la maggioranza è stata raggiunta e Chávez porta a casa l’ennesima vittoria.A differenza dell’ultima legislatura, il PSUV non ha però raggiunto la maggioranza assoluta o meglio la maggioranza qualificata, che consiste nei 2/3 o i 3/5 dell’Assemblea Nazionale, che ricordiamo rappresenta uno degli organi fondamentali del sistema democratico venezuelano, da cui dipende: la selezione e la designazione dei magistrati del “Tribunal Supremo de Justicia” (TSJ), dei rettori del CNE e dei membri del “Poder Ciudadano”, oltre ad essere uno degli organismi controllori del potere esecutivo.
Tuttavia, in un momento di crisi globale, come quello cui il Governo di Chávez si trova ad affrontare, le elezioni dello scorso 26 settembre possono essere considerate come una vittoria vera e propria, dato anche l’elevato numero di seggi ottenuti che gli consentono di stare comunque al riparo da possibili impedimenti.
Vittoria che tutto sommato può dirsi tale anche per i partiti dell’opposizione che in questo caso ritornano a ricoprire un ruolo significativo all’interno dell’Assemblea Nazionale, causa anche il totale boicottaggio delle elezioni parlamentari del 2005, a ben vedere infatti, più che una vittoria può essere considerata una riappropriazione degli spazi lasciati alle ultime elezioni.
Tuttavia, un calo di preferenze fra l’elettorato del PSUV è innegabile, lo stesso Chávez ha affermato come si sperava di raggiungere la maggioranza dei 2/3 (anche l’opposizione vede comunque diminuire i seggi rispetto all’ultima elezione non boicottata).
Secondo Julio Fermín, membro del “Equipo de Formación, Información y Publicaciones” (EFIP) di Caracas, le ragioni chiave che spiegano tale tendenza sono due.
Innanzitutto, la dispersione dei partiti legati al PSUV (PPT in primis), in contrasto alla convergenza, decisiva, ottenuta dal MUD; in secondo luogo, la continua competizione e le conseguenti divisioni all’interno del PSUV stesso, causa di mancata efficienza ed efficacia nella gestione pubblica, di alcuni casi (pochi ma significativi) di corruzione amministrativa, e la scarsa capacità di controllo nelle politiche di sicurezza e di lotta alla criminalità.
Interessante sarà dunque capire come Chávez tenterà di incrementare la popolarità passata, in vista delle elezioni municipali del 2011 e soprattutto delle elezioni presidenziali del 2012.
Di certo però se l’opposizione non smetterà di essere un’accozzaglia di partiti moderati di sinistra e partiti di destra, difficilmente riuscirà ad avere la meglio sul Presidente venezuelano. Ciò che manca è, infatti, proprio una figura leader che faccia da reale antagonista di Chávez e al suo PSUV, i risultati non mancano, ma fra elezioni parlamentari ed elezioni presidenziali c’è una bella differenza, in quanto a popolarità del leader.Da un punto di vista che va oltre i confini del Venezuela, la vittoria dell’attuale Governo di Caracas, ben si pone nei confronti delle vicinissime elezioni presidenziali in Brasile e delle future elezioni presidenziali in Argentina, consolidando quindi il ruolo di quella che si potrebbe definire sinistra latinoamericana che fatta eccezione di Lula e del suo Governo, non gode in questo periodo di ottima salute, sottoposta com’è alle strette della crisi e ai pericoli golpisti che minacciano il bolivarismo, ossia l’integrazione sovrana.

*Stefano Pistore (Università dell’Aquila, Contribuisce frequentemente al sito di “Eurasia”)

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