Ormai da qualche anno in Oriente si è formato un contrappeso allo strapotere americano che preoccupa e fa discutere gli occidentali, ed un paese in particolare, gli Stati Uniti.

Sembra di essere tornati alla diplomazia ottocentesca di Bismark, quando lo strapotere di un paese innescava immediatamente i meccanismi dell’equilibrio di potenza, ovvero di bilanciamento da parte di tutti gli altri che anelavano alla leadership a quel tempo solo, o meglio, soprattutto europea. Per lo meno, è in questi termini che ‘da noi’ si parla dei movimenti politico – economici che rimescolano le carte nel medio ed estremo oriente, e se ne ragiona non sempre in termini del tutto corretti.

Questo punto merita di essere approfondito e precisato, non prima però di aver percorso a grandi passi la parabola evolutiva dei rapporti tra la Repubblica Popolare Cinese e la Repubblica Islamica Iraniana.

Insufficienza ed abbondanza si compensano

Negli anni ’70 del secolo scorso in Cina è cominciato il cosiddetto ‘risveglio’, grazie all’opera di Deng Xiaoping che ha inaugurato la politica della porta aperta, per la verità non nuova in Cina, e di liberalizzazione economica. Le conseguenze di questa nuova splendente fase sono state avvertite nella crescita esponenziale del bisogno di ulteriori fonti di energia. Infatti, le risorse locali di petrolio e gas (rispettivamente il 2% e 1% delle risorse mondiali) sono state sufficienti a soddisfare il fabbisogno interno solo fino ai primi anni ’90 ma, successivamente, la spaventosa crescita demografica e tutti i suoi portati hanno reso la Cina un paese fondamentalmente dipendente dalle importazioni dell’oro nero. Ad oggi infatti, è il numero due dei consumi energetici su scala mondiale, avendo sorpassato nel 2004 anche il Giappone come secondo paese importatore di petrolio.

Una prima causa del crescente bisogno energetico per la Cina è dunque il boom economico e demografico che dalla seconda metà degli anni ’90 non l’ha più abbandonata (anche se con picchi e discese della curva economica). Un’altra ragione va individuata nella necessità di sostituire il carbone come fonte primaria di energia, carbone che fino a qualche anno fa forniva 3/4 dell’energia domestica totale. Infatti, com’è intuibile, l’aumento dei consumi ha provocato un aumento direttamente proporzionale dell’inquinamento e del degrado ambientale, per cui è diventato urgente sostituire il carbone con un altro combustibile meno inquinante, il gas. Vi è ancora un’altra motivazione, l’ultima, a giustificare l’altissimo livello di domanda energetica, ed è il boom dell’industria automobilistica.

Ecco spiegati i principali fattori che hanno posto fine all’autosufficienza energetica cinese negli anni ’90.

All’antipodo troviamo l’Iran, paese dall’enorme disponibilità energetica e relativo basso tasso di sfruttamento della stessa. Gli interessi dei due paesi non potevano collimare in modo migliore: uno ha un pressante bisogno di energia, l’altro ne ha grande disponibilità, sicché l’Iran è diventato il secondo fornitore di petrolio della Cina, dopo l’Arabia Saudita.

Le loro strade si intersecarono già a partire dall’epoca dello shah, nel 1974, quando la Cina acquistò per la prima volta l’oro nero iraniano, e da allora la collaborazione si è andata stringendo sempre più, diventando sempre più consistente anche in termini monetari1.

Ma, dal momento che l’antica saggezza ci insegna che quella del do ut des è una regola sempre valida sin dalla notte dei tempi, qual è il guadagno per l’Iran?

Verrebbe da dire finanziario e commerciale. Infatti. Ma oltre al guadagno evidente derivante dalla vendita del greggio, l’Iran ha trovato nella Repubblica Popolare Cinese anche un valido sbocco commerciale per le sue risorse, prevalentemente metalli (propano, ferro, alluminio, marmo, rame, cromo, ghisa, piombo, ecc.). Il discorso è in ogni caso a doppio senso: anche la Cina ha trovato nell’Iran un mercato in cui inserire i propri prodotti e la propria manodopera (in Iran infatti, al di là delle infrastrutture legate all’estrazione e raffinazione del petrolio, ha costruito anche dighe, ponti, porti, aeroporti ecc.).

Negli anni ’70 – ‘80 la Repubblica Islamica è stata oggetto di diverse sanzioni anche unilaterali – da parte cioè soltanto degli Stati Uniti – che hanno causato il rapido deterioramento dell’intera infrastruttura petrolifera, vale a dire degli impianti di indagine del sottosuolo, estrazione e raffinazione del greggio. A questo si aggiunge l’Iran-Lybia Sanctions Act che l’amministrazione Clinton ha emesso nel 1995 e che imponeva pesanti sanzioni a compagnie o soggetti privati che investissero più di $ 20 milioni nelle fonti energetiche iraniane o nelle strutture ad esse connesse. Ciò ha ulteriormente compromesso la possibilità di modernizzare ed ampliare il proprio apparato energetico da parte dell’Iran. Per la Cina invece, il suddetto atto è risultato essere una benedizione, la porta che le avrebbe dato accesso alle risorse energetiche dell’Iran per un periodo di tempo il più lungo possibile. Infatti, consapevole della necessità di quest’ultimo di scandagliare le vaste risorse di greggio e ricostruire le proprie infrastrutture, obsolete e distrutte dalla guerra, la Cina ha proposto di farsi carico della risistemazione delle attrezzature e di iniziare una collaborazione per le attività di indagine del sottosuolo e costruzione di nuovi e più tecnologici pozzi di petrolio e gas.

Percorrere tale strada ha portato alla stipulazione di accordi commerciali e di collaborazione sempre più impegnativi anche dal punto di vista finanziario e si è rivelato estremamente vantaggioso soprattutto per la controparte estremo – orientale: oggi la Cina è il primo partner commerciale dell’Iran.

Sulla base di questa panoramica generale riguardo la natura e gli andamenti dei rapporti economici tra i due paesi non possiamo che convenire con Ali Akbar Saheli, precedente rappresentante dell’Iran all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, che ha parlato di complementarietà dei due paesi.

Gli interessi economici non sono tutto

Tuttavia, non è sufficiente una convergenza d’interessi perché accordi miliardari vengano siglati2. Anche la politica ha rivestito un ruolo da protagonista in tutto questo, con particolare riferimento allo scacchiere internazionale.

È proprio su questo piano che da qualche anno a questa parte si sta riesumando un linguaggio da Guerra Fredda nella nostra parte di globo terracqueo, che vede un blocco occidentale immutato ma una grossa novità in quello orientale, l’Iran.

In questa ottica particolare, l’ Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO) – organizzazione per la cooperazione a livello regionale che vede coinvolti tutti i paesi dell’Asia centrale dalla Russia alla Cina fatta eccezione per il Turkmenistan – sembra aver assunto la prerogativa di sfidare l’unipolarismo degli Stati Uniti, che esercitano un’egemonia incontrastata ormai da anni.

Fino ad ora però. E forse la sindrome da guerra fredda è alimentata anche dalle parole del presidente cinese Hu Jintao che nel 2009 ha espresso la sua benedizione ad una collaborazione tra Pechino e Teheran per cercare di influire sugli sviluppi della politica globale perché ‘altrimenti i responsabili degli attuali problemi internazionali governeranno nuovamente il mondo’.

Un passo importante è stato l’ingresso dell’Iran nella SCO – che osservava da vicino già dal 2005 – avvenuto nel 2008, quando inoltrò formale richiesta di essere inserito come membro permanente dell’organizzazione; è una tappa con un proprio valore intrinseco perché aggiunge un tassello di natura non economica al partenariato con la Cina, quindi di carattere politico – diplomatico e che, tra l’altro, ha portato l’Iran a compiere passi più lunghi di quanto la Cina stessa si fosse dimostrata disposta a compiere. Ma allargando per un momento l’inquadratura a tutto il panorama internazionale, tale evento possiede anche un’importanza estrinseca poiché ha avuto come conseguenza quella di alimentare ulteriormente il senso di minaccia per lo strapotere americano, in quanto rappresentava la definizione anche sul piano politico di quella contrapposizione dapprima esistente soltanto sul piano economico.

Oltretutto, sulla definizione politica del binomio Cina – Iran non tutti gli esperti sono d’accordo, ma questo lo si vedrà poco più avanti con l’analisi della presa di posizione di un personaggio dell’opinione pubblica iraniana in particolare, tuttavia rappresentativo della linea di pensiero.

Nell’agosto del 2009 si sono verificati degli scontri di carattere prevalentemente etnico nello Xinjian, i cui abitanti sono per la maggior parte musulmani. Dopo le iniziali dichiarazioni di sostegno alla popolazione musulmana dell’area da parte iraniana, ci sono stati una serie di incontri chiarificatori tra esponenti della diplomazia e del governo di entrambi gli stati, che hanno portato a stabilire che i suddetti scontri erano stati fomentati da separatisti politicizzati, e dunque estranei alle dinamiche degli scontri religiosi e/o etnici. Da parte iraniana, in ogni caso, si è tentato di mediare tra la preoccupazione che giustamente ha attraversato l’opinione pubblica interna in seguito ai disordini dello Xinjian e la salvaguardia delle relazioni bilaterali con la Cina; la politica de facto ha seguito invece senza tentennamenti la direzione del sostegno al governo cinese, per esempio accogliendo con un plauso la legge anti-secessione emanata per soffocare anche legalmente ogni velleità indipendentista di Taiwan, ed appoggiando la politica della one – China seguita da Pechino, in cui rientra la legge stessa.

A Teheran, del resto, non sembra aver fatto particolare breccia il voto favorevole espresso dalla Cina riguardo nuove sanzioni da imporre all’Iran; pochi giorni dopo il via libera del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite alle nuove sanzioni per il programma nucleare fortemente voluto dal presidente iraniano (accadeva nel giugno del 2010), quest’ultimo si è recato all’Expo di Shanghai per la “Giornata Nazionale dell’Iran”, come tappa conclusiva di un tour di tre nazioni, e nell’ambito del suo intervento ha benedetto gli stretti legami tra i due paesi e, anzi, ha espresso l’augurio per una collaborazione – cooperazione ancora più fitta e proficua perché “abbiamo ottime relazioni con la Cina e non abbiamo motivo alcuno per indebolirle… Il problema sono gli Stati Uniti”, disconoscendo parallelamente il valore legale delle sanzioni che erano state da poco commissionate al suo paese.

Cina, Iran e resto del mondo

Questo excursus ci ha portati direttamente al punto: zelanti, gli Stati Uniti si sono preoccupati di informare Pechino che le mosse politico – diplomatiche fatte verso l’Iran di Ahmadinejad è esattamente quello che non si deve fare, a meno di minare il tentativo di fare terra bruciata attorno a Teheran – e a cui da Washington si sta lavorando ormai da un po’ di tempo.

È così, infatti, che in Occidente viene vissuta l’entente bilaterale Pechino – Teheran, vale a dire come una coalizione, come uno strumento per vanificare gli sforzi d’oltreoceano per evitare che un paese fondamentalista, islamico, nemico di Israele e dell’Occidente possa avere accesso alla tecnologia nucleare, sebbene il suo presidente abbia più volte dichiarato che non si userebbe per fini bellici bensì energetici, appunto.

La paura più grande dell’Occidente si basa sul valore strategico che esso stesso presume insito in tale alleanza, che invece nasce solo ed esclusivamente sulla base dei rispettivi interessi particolari la cui soddisfazione ha portato i due paesi in modo del tutto naturale ad avvicinarsi; abbiamo visto come questo sia vero soprattutto nei campi economico ed energetico.

A spiegare perché non si tratta di un’alleanza strategica, e perché non è nata come tale, interviene il punto di vista di Mohsen Shariatinia. Perché un’alleanza possa essere definita tale è necessario che le parti coinvolte condividano degli scopi, degli obbiettivi in vista dei quali si rende necessario concertare un’azione comune sulla base di certi principi esplicitati nell’alleanza stessa. Non è il caso dell’Iran e della Cina, che attualmente hanno priorità differenti: il primo ha come prima voce in agenda il completamento del programma nucleare, con buona pace degli Stati Uniti; la seconda, intende dare seguito al suo programma economico che dovrebbe potenziarne ulteriormente la crescita.

Altro fattore che manca nel nostro caso concreto è la presenza di una comune minaccia, motivazione che da sola ha giustificato nel corso della storia la gran parte delle alleanze. Se di minaccia si può parlare al giorno d’oggi – almeno nel significato ‘classico’ del termine – la rispettiva posizione internazionale non è comunque accostabile per ricchezza interna, peso specifico di ciascuno sul bilanciere globale, paesi affini e ‘nemici’ ecc. Questi, sono tutti fattori che li distanziano nettamente anche volendo ragionare in termini di ‘alleanza difensiva’. Mettendo poi in primo piano le ragioni delle rispettive priorità politico – economiche interne, diviene visibile anche il trait d’union che unisce queste al secondo fattore mancante, la comunanza di una minaccia e/o di un nemico. La Repubblica Islamica mantiene in vita il suo programma nucleare perché sente la necessità di difendersi dalla soffocante pressione di Israele e Stati Uniti, se non materiale si direbbe almeno politica e psicologica, nella convinzione che una volta portatosi al loro stesso livello quanto meno con gli armamenti, avrà maggior potere contrattuale nei loro confronti, nonché più in generale sullo scenario internazionale. La Repubblica Popolare Cinese non ha tali preoccupazioni.

L’evidenza che Shariatinia adduce a riprova di tutto questo è il voto favorevole della Cina all’imposizione di nuove sanzioni alla Repubblica di Ahmadinejad: se la loro fosse un’alleanza strategica, spiega, un comportamento del genere da parte di Pechino non sarebbe stato neanche ipotizzabile.

Se non proprio la cooperazione sino – persiana, sicuramente la SCO può rappresentare, e di fatto è così, uno strumento per controbilanciare l’invadenza e la presenza più o meno trasparente della super potenza occidentale, soprattutto da quando al suo interno può annoverare la Repubblica Islamica. Potrebbe infatti non essere fantascienza vedere dietro gli obbiettivi ufficialmente dichiarati dell’organizzazione l’intento di riappropriarsi del controllo della propria zona, di far valere in qualche modo il diritto di prelazione di ciascuno stato membro sul proprio territorio.

A sostegno di questa ipotesi potrebbe essere citato il fallimento degli sforzi statunitensi di isolare l’Iran a seguito dell’attuazione del suo programma nucleare, fallimento ascrivibile in buona parte alla Cina ed alle relazioni intessute con l’Iran; da parte sua, i continui tentativi di Washington di alienargli il sostegno degli altri paesi ha creato una sorta di circolo vizioso per cui più questi si intensificano più le relazioni con la Repubblica Popolare si intensificano.

È forse a causa di questo blocco orientale – è proprio il caso di dirlo, alimentato dal petrolio – che in Occidente aleggia lo spettro, lontano e diverso, della Guerra Fredda.

* Paola Saliola è dottoressa in Lingue e civiltà orientali presso l’Università La Sapienza di Roma


1  Per una breve ma dettagliata panoramica dei vari accordi commerciali, vedasi http://www.eurasia-rivista.org/cina-e-iran-alleati-nel-vicino-oriente/4891/

2  Ultimo soltanto in ordine di tempo quello da quattro miliardi di dollari in base al quale Pechino si impegna a fornire all’Iran un consistente numero di inceneritori entro un anno. Per maggiori dettagli, si veda http://www.thepeninsulaqatar.com/business-news/159106-iran-and-china-sign-4bn-core-project-pacts.html

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