Le manifestazioni di protesta scoppiate nella regione del Kashmir, in conseguenza degli appelli a bruciare il Corano pronunciati dal reverendo Terry Jones negli Stati Uniti, e che hanno portato alla morte di una ventina di persone negli scontri con la polizia indiana, mettono in luce la complessità etnica e confessionale che caratterizza la valle del Kashmir, di cui bisogna tener conto per capire la storia di questa popolazione e per trovare una soluzione ai problemi che l’attanagliano.

Nonostante le radici dell’attuale conflitto in Kashmir risalgano al tempo dello smembramento dell’impero britannico, la regione è rimasta relativamente pacifica fino a pochi decenni fa. Il Kashmir, infatti, ha una lunga tradizione di convivenza e tolleranza fra diverse culture e religioni, in cui per secoli, musulmani, indù, cristiani e buddisti hanno vissuto insieme in armonia; i kashmiri stessi ne sono sempre stati orgogliosi ed anche Gandhi li lodò per la loro natura amante della pace, definendo il Kashmir “un raggio di speranza nell’oscurità”.

In questi ultimi anni, però, si assiste anche in Kashmir al tentativo di “islamizzazione” teso ad eliminare le altre minoranze – sikh, indù e cristiane. La prima domanda che viene logico porsi è quale sia stato il motivo, o i motivi, che hanno portato a questo cambio di rotta; questo cambiamento non potrà che arrestare la parabola di emancipazione di questo popolo, già bloccato dalle rivendicazioni pakistane e dalle ingerenze indiane, trasformandone la coscienza sociale e la percezione del conflitto al di fuori dei suoi confini.

Per analizzare questo fenomeno, pur esteso, si può innanzitutto volgere lo sguardo alle lotte per l’autonomia kashmira nei confronti dell’India, che sono progressivamente aumentate in questi ultimi mesi: solo da giugno sono stati uccisi più di 80 dimostranti, tra i quali molti giovani, nella maggior parte dei casi in scontri con i servizi paramilitari indiani. Ad innescare l’escalation di violenze, tre mesi fa, è stata l’uccisione di un 17enne durante una manifestazione di sfondo indipendentista, e da allora le autorità indiane tentano di contenere costantemente e con più vigore le proteste della popolazione. Per la prima volta da molti anni l’India ha deciso di dispiegare nel Jammu e Kashmir migliaia di soldati, dopo aver accusato i militanti di Lashkar-e-Taiba, un gruppo separatista con base in Pakistan, di aver fomentato le proteste.

Il Paese vicino, infatti, viene accusato di sostenere e talvolta canalizzare le rivolte degli autonomisti per sfruttarle a proprio vantaggio e a discapito dell’India.

Bisogna però riportare la dichiarazione del leader separatista Syed Ali Shah Geelani, subito dopo le ultime proteste sfociate nell’incendio della scuola cristiana. Seyed Ali, che al momento si trova agli arresti domiciliari posti dalle autorità indiane, ha incoraggiato ”tutti i musulmani a proteggere i membri delle comunità delle minoranze e i loro luoghi religiosi. Dobbiamo mantenere ad ogni costo la secolare armonia e fratellanza tra comunità per cui il Kashmir è famoso nel mondo”. Anche Ali Ashgar Engineer, musulmano indiano e responsabile del centro Studi sulla società e il secolarismo di Mumbai, conferma le parole di Geelani, affermando che la maggior parte della gente in Kashmir è contro la violenza, si oppone al terrorismo e alla radicalizzazione.

Da ciò, si può dedurre che in effetti lo spirito dei kashmiri non sia effettivamente mutato; probabilmente la loro frustazione viene utilizzata da attori esterni (primi fra tutti il Pakistan stesso, ma anche l’Afghanistan e altri Paesi non necessariamente mediorientali) per raggiungere indirettamente altri obiettivi, noncuranti, ovviamente, delle conseguenze che tali azioni possono provocare nella situazione di questo popolo.

Alcuni studiosi, invece, riconducono gli episodi che si stanno susseguendo in questa regione al fenomeno, ancor più vasto, dello scontro di civiltà, secondo cui vi è una contrapposizione netta tra la civiltà occidentale e quella dell’Islam. Le religioni sono infatti determinanti nel caratterizzare le diverse civiltà, al punto che si parla della religione come “sistema culturale”.

Perciò è importante, sopratutto dopo gli eventi dell’11 settembre 2001, in cui non pochi hanno riconosciuto la conferma della tesi dello scontro fra civiltà e relative religioni, verificare se e in che misura esse potranno giocare un ruolo per l’attenuarsi dei conflitti in vista della costruzione di un nuovo ordine internazionale.

Si è ormai diffusa la tendenza a fornire una spiegazione principalmente culturale per le difficoltà di convivenza, per le guerre, per il terrorismo, quasi a coprirne le altre ragioni. Sempre più spesso le caratteristiche etnico-religiose diventano categorie politiche manipolate o manipolabili, dalle quali si dipartono conflitti anche molto intensi. Il Kashmir ne è un esempio lampante.

La religione è uno degli aspetti della cultura che più sono chiamati in causa, e l’Islam, sopratutto dopo gli attacchi dell’11 settembre, assume un ruolo esplicativo importante. Essa viene infatti regolarmente accostata, se non addirittura sovrapposta al fondamentalismo e alle sue azioni di terrorismo.

In realtà l’Islam non porta in sè i semi del fondamentalismo. Anzi, quest’ultimo è il frutto di una precisa concatenazione storica di eventi che svolgendosi ha creato le premesse perchè l’Islam venisse fondamentalmente ridotto ad ideologia politica. Identificare l’Islam con il fondamentalismo e l’intolleranza è abbastanza semplicistico ed eccessivo. Anche il fondamentalismo, come altri fenomeni identitari occidentali, è “l’invenzione di una tradizione”, che crea deliberatamente un passato in grado di giustificare specifiche tendenze ideologiche e determinate strategie geopolitiche.

Spesso l’atteggiamento conflittuale, sia individuale sia sociale, manifesta la mancanza del desiderio di approfondire la conoscenza dell’altro che si associa ad una scarsa consapevolezza di se stessi e della propria cultura. La soluzione più semplice è, evitando il problema di fondo, demonizzare l’altro al fine di rassicurare se stessi.

L’individualismo e il materialismo che caratterizzano l’Occidente moderno, perseguendo la libertà individuale e il profitto materiale, hanno tagliato l’identità europea, che vacilla non perché qualcuno ce l’abbia strappata, ma perchè a noi sembrava inutile, dal punto di vista economico, politico ed esistenziale. Siamo noi i nemici della nostra identità, dei nostri valori, non l’Islam.

Puntare il dito contro l’Islam, accusandolo di minacciare le nostre tradizioni e la nostra identità, non ha senso ed è anzi la diretta conseguenza di una mistificazione che nasce dalla condizione di miseria culturale in cui versa l’Occidente.

Europa e Islam sono realtà profondamente disomogenee fra loro, ma proprio per questo potrebbero realizzare un interscambio proficuo; siamo però incapaci di riconoscere la profonda collaborazione avuta fra la civiltà europea e quella musulmana. Studiando il passato con più fedeltà storica, potremmo scoprire che le relazioni tra musulmani e cristiani non si limitavano solo all’ambito dello scontro e delle guerre (che pur ci sono state), ma erano basate sulla reciprocità e sull’interazione, viste giustamente più utili e più funzionali ad un equo sviluppo delle popolazioni.

Questa impostazione è l’antitesi di quanto sostenuto da Bat Ye’ or, la studiosa dell’Islam cui si deve l’elaborazione del concetto di “Eurabia”, definita “un coacervo di società lacerate tra la xenofobia, il desiderio di riscatto, l’autodifesa e la disperazione, nel graduale sfaldarsi dei loro leader politici, disperatamente aggrappati ai cliché che hanno costruito in trent’anni. Eurabia esiste laddove ci sono donne velate e le leggi della sharia sono applicate, quando l’ideologia islamica e antisionista fiorisce, dove le istituzioni democratiche non sono che il ricordo scarnificato del proprio passato”.

Ma se ciò sta avvenendo la responsabilità è solo dell’occidente e di nessun altro; occidente inteso in senso ampio, comprendendo quindi non solo il continente europeo ma anche l’America.

Oltre ad essere storicamente infondata, questa visione è anche causa di pericolose giustificazioni di una serie di conflitti tutti riconducibili al raggiungimento di una forma di globalizzazione che, dietro lo scontro delle culture, nasconde quello degli interessi economici.

Se proprio si vuole parlare di Eurabia (sarebbe meglio “Eurasia”), la si dovrebbe intendere come un’unica entità costituita da molteplici società che spesso si differenziano notevolmente nei vari ambiti della vita sociale, politica e religiosa, ma che nel complesso si elevino ad unico e forte soggetto in grado di perseguire un fine comune che si stacchi dalle perduranti logiche geopolitiche, ormai anacronistiche e controproducenti (per l’Europa stessa, ma evidentemente non per altri), che vengono però ancora portate avanti con forza proprio perchè manca la consapevolezza di essere “Eurasia”.

L’attuale contrapposizione e la visione dei rapporti tra l’occidente e l’Islam come una guerra continua, è una mistificazione intollerabile ormai giunta all’apice; credendo nell’incompatibilità, fatta di luoghi comuni, si maschera e si snatura la ricchezza del pensiero politico islamico, così come la sua possibilità di sviluppare teorie democratiche che non siano il risultato di una semplice importazione occidentale.

L’obiettivo che si dovrebbe cercare di ottenere sarebbe tentare di esplicitare il più possibile questo preconcetto ostile col quale si pensano i rapporti e gli scambi tra Europa e Islam, al fine di abbattere i pregiudizi e smontare i processi storici che li hanno creati, cercando di trasformare lo scontro in un incontro perchè sarebbe solo una misera illusione vincere la nostra debolezza identitaria combattendo la forte identità degli altri.

* Sabrina Cuccureddu è laureanda in Scienze politiche e relazioni internazionali (Università “La Sapienza” di Roma)


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