Con l’avvenuta conferma del suo arrivo in Arabia Saudita, il Presidente della Tunisia Zine El Abidine Ben Ali ha scritto l’ultimo atto di una lunga e fortunata carriera politica, bruscamente interrotta dalla fuga a cui è stato costretto dai moti di piazza o, secondo giornalisti come Giuliana Sgrena del Manifesto, da un aperto pronunciamiento militare. E’ stato giallo fino all’ultimo sulla destinazione finale del suo esilio: all’inizio si era parlato di Francia, dove sembra confermato che si trovino alcuni suoi familiari, riparati in uno dei lussuosi resort di EuroDisney. Ma Sarkozy ha subito negato, quasi con sdegno, che il Presidente tunisino potesse trovarsi Oltr’Alpe. Un’altra teoria diffusasi poco dopo parlava di una sua fuga a Malta, scortato da caccia libici: un qualche ruolo dell’influente vicino tripolino nella crisi ci deve essere stato, dato che sembrano confermati contatti tra l’ex presidente e il Colonnello, che nei prossimi giorni potrebbe addirittura inviare un proprio messaggio al popolo tunisino.

L’odio della popolazione si sfoga intanto contro i veri simboli del potere, le ville e i negozi appartenenti al vasto clan familiare del Presidente, accusato di lucrare tangenti su ogni transazione sopra i 100.000 dollari compiuta nel Paese e di aver sfruttato le privatizzazioni per impadronirsi di circa metà delle imprese tunisine. Il potente genero del Presidente, Sakher Materi, deputato e magnate dei mass media, da alcuni accreditato come suo possibile successore, è scomparso nel nulla, anche se alcune voci, poi smentite lo davano in fuga negli Emirati Arabi, se non già agli arresti. E del resto, a far esplodere una difficile situazione sociale ha contribuito anche la serie di dispacci di Wikileaks in cui la moglie di Ben Alì, ex parrucchiera divenuta spregiudicata donna di potere, veniva descritta come il centro del sistema di corruzione ascritto al Presidente, talmente ramificato da far definire la Tunisia un autentico “Stato mafioso.”

Non si placano intanto le proteste sociali in tutto il Nord Africa, con alcuni giornali dei paesi vicini che incitano, oramai apertamente, a prendere esempio dai fatti di Tunisi. E un certo nervosismo, tra gli altri Uomini Forti della sponda sud del Mediterraneo, è di sicuro evidente: ne è prova il calmiere imposto dal Governo algerino, la scarsa attenzione riservata alla fuga del Presidente dai giornali ufficiali egiziani, la stessa ipotesi che Gheddafi possa rivolgersi ai cittadini del piccolo Stato rivierasco per invitarli alla calma. La rivolta tunisina ha catturato l’attenzione anche dei palestinesi più militanti, come i membri della Jiahd Islamica, che hanno manifestato nella striscia di Gaza a sostegno della rivolta, o gli esuli e immigrati in Gran Bretagna, raccolti attorno al giornale “Al Quds”, che, assieme ad alcuni media libanesi, hanno definito i fatti di Tunisi come la prima “intifada popolare” che sia riuscita a scalzare dal potere uno dei tanti autocrati arabi.

Ma chi è Ben Alì, il Faraone detronizzato della Tunisia ?

Un Silovik a Tunisi

Zine El Abidine Ben Ali nasce ad Hammam Sour nel 1936, in quella Tunisia che dal 1897 era protettorato francese. Fin dalla scuola secondaria si era unito al Partito Socialista Destouriano, una formazione di sinistra nazionalista guidata dal futuro, leggendario padre della Patria Habib Bourghiba: il giovane militante era stato temporaneamente espulso da scuola per ritorsione, ma tornato sui libri aveva brillantemente proseguito i suoi studi in nella Scuola Speciale militare Inter-Servizi di Saint -Cyr, quindi come artigliere prima in Francia e poi in Texas. Entrato nella burocrazia tunisina nel 1964, ascese rapidamente alla guida dei servizi segreti militari, che diresse per 10 anni prima di venire destinato alla carriera diplomatica, dapprima come attachè militare in Spagna e Marocco, poi come ambasciatore in Polonia con in mezzo un incarico triennale da Direttore Generale della Sicurezza Nazionale. La sua carriera di civil servant e di alto ufficiale dei servizi segreti lo rende la scelta privilegiata dell’oramai anziano presidente Bourghiba per affrontare le rivolte del pane e le sollevazioni dei fondamentalisti islamici che squassano il paese tra il 1983 e il 1984: la situazione è tesissima, Gheddafi è sceso apertamente in campo contro la Tunisia dopo aver a suo tempo proposto addirittura una federazione con la piccola repubblica.

Ora, dai suoi forzieri fluiscono petroldollari contro il regime filo-occidentale, seppur eterodosso, di Tunisi, che vanno a finanziare non solo i sindacati in protesta, ma anche e sopratutto i gruppi islamisti, i cui esponenti più militanti vengono addestrati in territorio libico e impiegati in azioni di guerriglia contro il gasdotto Transmed, avveniristico progetto off-shore realizzato negli anni ’70 dalla compagnia di bandiera algerina Sonatrach e dall’ENI-Saipem verso la Sicilia e che attraversa la Tunisia, pur venendo gestito dall’ENI su pressione di Algeri, che ha aperto un contenzioso con Bourghiba per il suo sostegno al Marocco contro il Fronte Polisario. Ben Alì, ministro degli Interni, guida i reparti anti-sommossa nel povero Sud del Paese, per poi passare al movimento studentesco, forte nelle Università: l’ordine regna nuovamente a Tunisi.

Il nostro ascende all’incarico di Primo Ministro, e da qui spicca rapidamente il volo quando viene avvicinato dal governo italiano, secondo i racconti dell’Ammiraglio Fulvio Martini, per scongiurare l’esplodere di una grave crisi geopolitica: siamo nel 1986, e nel Paese la minaccia libico-islamista si salda nuovamente ai tumulti sociali. All’inzio del 1987, una serie di attentati del fondamentalismo islamico colpisce le installazioni turistiche da cui il Paese ricava molta valuta forte, mentre la corruzione tocca l’apice e il Presidente Bourghiba sembra bloccato dalla sua stessa senilità, col rischio che l’Algeria intervenga militarmente per garantire la sicurezza del gasdotto. Nonostante l’opposizione di Parigi, che vorrebbe imporre un proprio candidato, il governo Craxi, in collaborazione con gli algerini, il SISMI e l’ENI, fornisce a Ben Alì il sostegno necessario per un golpe bianco, col Presidente che viene dichiarato incapace di intendere e di volere da una commissione medica. Gli USA, in rotta con Bourghiba dopo la sua indignata reazione per l’attacco alla sede dell’OLP di Tunisi, restano benevolmente a guardare, felici che Parigi si indebolisca e pronti a approfittarne per iniziare a loro volta quella penetrazione in Africa che, secondo Wikileaks , la Francia cesserà di contrastare solo con la Presidenza Sarkozy.

Ben Alì, salito al potere nel 1987, arresta 30.000 tra militanti comunisti e islamisti, ne tortura alcune migliaia e pare ne faccia anche sparire alcuni, ma decide di aprire al multipartitismo, pur non lasciando spiragli per sfidare il suo potere: nei 25 anni che seguiranno, prenderà sempre tra il 99,6 e il 90% dei consensi, mentre il suo partito, il socialdemocratico RCD, si collocherà in una più modesta fascia 70-80.

La Cina del Mediterraneo
Questa efficace definizione del Sole 24 Ore rende molto bene l’idea dello sforzo politico di Ben Alì nei 25 anni successivi: l’autocrate moderato prosegue nello sforzo inaugurato dal suo predecessore e difende una rigorosa laicità dello Stato, marginalizzando ulteriormente gli islamisti ma senza indulgere in contrapposizioni frontali, seguendo lo schema di collocare la Tunisia come ponte tra Islam e Occidente. In quest’ottica, Ben Alì privatizza parte dell’ingente patrimonio statale, e con una accorta politica di incentivi fiscali e di liberalizzazioni dei flussi di capitale attira le aziende occidentali, che iniziano a delocalizzare parte dei loro processi produttivi nel Paese. Contemporaneamente, viene mantenuto in piedi il complesso e generoso sistema delle “provviste di pane”, l’equivalente delle nostre tessere annonarie, che garantiscono un minimo di pane e zucchero a tutti i cittadini, offerto a un prezzo sussidiato.

La Tunisia, pur non riuscendo a infrangere una dipendenza dall’export verso il mercato europeo che anzi si rafforza, diviene meta di ricchi investimenti e di forti flussi turistici, garantiti da un regime saldo che però col tempo è costretto a stringere ulteriormente le maglie della repressione: dopo il 2004 viene varata una legge antiterrorismo in risposta a un attentato di Al Qaeda, che viene usata equanimemente contro gli islamisti e le ONG locali e occidentali, tanto da far inserire Ben Alì nelle liste nere di Freedom House e Amnesty International. Non sorprendentemente, Francia e Italia sono i due principali partners del Paese, in cui operano le nostre imprese più importanti, da ENI a Unicredit, da Mediaset (tramite Nessma, rete privata locale) a Mediobanca, oltre a circa 750 imprese minori (su 2500 aziende straniere complessivamente presenti nel Paese), mentre i grandi gruppi della distribuzione francese, Auchan e Carrefour, punteggiano le strade tunisine, pronti a riversare opportunità su una classe media che in questi 25 anni prospera e cresce, sorretta dai massicci investimenti statali nell’istruzione a tutti i livelli, che rendono la Tunisia l’unico paese nord africano con un tasso di analfabetismo quasi nullo e contribuiscono a secolarizzare ulteriormente una società che, negli anni ’90, trova i suoi eroi in avvocati e imprenditori, anziché nei martiri islamisti come nella vicina Algeria.

Ma non è tutto oro quello che luccica: nel Sud e nell’interno del paese lo sviluppo industriale tarda ad arrivare, mentre il rallentare dell’economia esaurisce le opzioni a disposizione dei giovani, e talentuosi, diplomati e laureati tunisini, troppo qualificati per gli unici settori che ancora resistano, il tessile e il turistico. Senza la valvola di sfogo di una immigrazione che i governi della sponda nord iniziano a combattere con sempre maggior vigore, la gioventù urbana algerina si ritrova sempre più frustrata, proprio mentre nelle città più lontane dai palazzi del potere e dalla valuta forte del turismo iniziano a scoppiare i primi scioperi. A nulla serve rendere penalmente rilevante la “diffusione di dati falsi sull’economia del Paese”: la crisi morde anche nel paradiso del Mediterraneo occidentale, costringendo il Governo a tagliare i sussidi alimentari proprio mentre si avvicina una impennata dei prezzi alimentari, che stavolta viene avvertita forte anche nei centri urbani più sviluppati, e non solo nel centro-sud agricolo. Quando due giovani studenti disoccupati, circa un mese fa, al culmine dell’ondata di proteste per i rincari, si suicidano nelle piazze, uno appiccandosi il fuoco e l’altro folgorandosi con due cavi elettrici, la rabbia dei ceti medi traditi dall’inflazione, dalla disoccupazione, dalla speculazione internazionale e dalle barriere doganali e migratorie degli Stati europei, esplode con violenza e si salda con quella delle campagne e delle città industriali.

Effetto Sorpresa

Ben Alì non si aspetta una rivolta di tale vigore: il Presidente, oramai 75enne, pensa alle prossime elezioni del 2014, convinto che non vi sia comunque alternativa a lui (e in gran parte ha ragione, data la vacuità dei suoi oppositori, il carattere incolore dei suoi tecnocrati e l’odio che ispirano i suoi familiari), e reagisce meccanimente come negli anni ’80. La polizia spara sulla folla, e iniziano a contarsi i primi morti, mentre vengono chiuse le Università per disperderne i giovani occupanti. Ben Alì cerca di isolare i manifestanti, accusandoli di essere eterodiretti dal fondamentalismo islamico, per rassicurare sulla bontà delle sue intenzioni sia la comunità internazionale che la popolazione. La censura di Internet, affidata a capaci ufficiali dei servizi segreti e capillare fin nel controllo delle e-mails, viene stretta ulteriormente, ma non abbastanza da poter impedire che posta elettronica, social networks, server all’estero e sms permettano a gruppi di giovani manifestanti di coordinare quotidianamente le azioni di protesta. Gli scontri non accennano a calmarsi, e alle prime vittime, sul cui numero c’è ampia confusione, la comunità internazionale chiede al Presidente di allentare la presa, con USA e Gran Bretagna in prima fila nel denunciare la repressione, e la popolazione sempre più infuriata per pallottole che vanno giocoforza a uccidere sopratutto vecchi operai e agricoltori e giovani di neanche vent’anni che chiedono un lavoro.

Ma emergono le prime, gravi fratture, anche all’interno del regime: Ben Alì prova a imporre il coprifuoco, ma il Capo di Stato Maggiore Rashid Ammar preferisce dimettersi piuttosto che autorizzare il fuoco sui dimostranti, e ben presto interi reparti dell’Esercito, inviati nel Sud in rivolta, solidarizzano con la popolazione e impediscono alle forze di polizia lealiste di intervenire, arrivando vicini allo scontro a fuoco. Di fronte all’aperto rischio di un golpe militare, il Presidente capisce di essersi spinto troppo oltre: alla polizia viene revocata l’autorizzazione a sparare, e prima il Ministro degli Interni Rafik Belhaj Kacem , considerato un “falco” della repressione, poi l’intero governo, vengono costretti alle dimiissioni da Ben Alì, che poi compare in TV per annunciare che non si ricandiderà alle prossime elezioni del 2014 che sarà fermata la censura dei media e che verranno imposti dei calmieri su generi alimentari che la popolazione inizia a procurarsi da sé, saccheggiando i supermercati sotto lo sguardo benevolo dei soldati che dovrebbero presidiare le piazze, ma che sono sempre più lontani dal Governo. Al primo ministro in carica, il rispettato tecnocrate moderato Mohammad Ghannouch spetterebbe il compito di formare un nuovo Esecutivo e traghettare il Paese verso nuove elezioni legislative entro 6 mesi.

Ma il tentativo del Presidente di gestire la transizione fallisce: nonostante il suo Partito organizzi una forte e partecipata manifestazione a suo sostegno, i tumulti non si placano e i dimostranti tornano a scontrarsi con forze di polizia che, forse conscie di essere vicine al momento della resa dei conti, sembrano sparare di propria iniziativa, quasi in un remake di Romania 1989, mentre i giovani in rivolta circondano il Ministero degli Interni. Una organizzazione di esuli attiva con un proprio sito internet da Londra e con suoi gruppi di militanti sul posto, Takriz, tra le più attive nell’uso dei nuovi media durante la rivolta ma su cui pesano sospetti non chiari di “deviazione dall’esterno”, adesso soffia apertamente sul fuoco, invitando in maniera piuttosto irresponsabile i dimostranti a assalire e saccheggiare le sedi del RCD e i ministeri.

Scacco matto al Re di Tunisi

Non è ancora ben chiaro cosa abbia spinto Ben Alì a ritirarsi solo il giorno dopo l’annuncio del reincarico a Ghannouch: le dichiarazioni ufficiali dei mass media occidentali e tunisini parlano di una fuga improvvisa dopo aver incaricato Ghannouch di formare un consiglio costitiuzionale di 6 membri, prodromo di un futuro governo di unità nazionale con le opposizioni. Ma altre fonti, tra cui PeaceReporter e, per la penna di Giuliana Sgrena, il Manifesto, parlano apertamente di un colpo di Stato militare, con il palazzo presidenziale circondato dall’Esercito e il presidente posto di fronte all’alternativa tra arresto immediato o fuga in buon ordine. Sia come sia, Ghannouch assume la Presidenza ad interim della Repubblica constatata l’impossibilità del Presidente a svolgere le sue funzioni, senza che questo plachi gli scontri: per l’ala dura della protesta Ghannouch, che nel suo discorso di insediamento si è presentato al Parlamento con un vistosa cravatta viola, il colore simbolo del RCD, è solo un burattino nelle mani dell’ex Presidente.

Ma Ghannouch non si ferma, e da onesto e laborioso tecnico si mette al lavoro: affida la Presidenza della Repubblica, sempre seguendo scrupolosamente la Costituzione, al Presidente della Camera Fouad el-Mabzaa, che gode anche lui di buona fama. Ghannouch, ovviamente reincaricato alla premiership, conferma le aperture fatte da Ben Alì e apre il futuro governo a tutte le opposizioni legali (quindi, non ai partiti sciolti dal governo con l’accusa di fiancheggiare il fondamentalismo islamico), mentre il neoPresidente della Repubblica annuncia nuove elezioni generali entro 6 mesi.

Non è ancora chiaro se questo basterà a stabilizzare il Paese, e a incamminarlo sulla via di una stabile democrazia parlamentare: proprio oggi, i detenuti di un super-carcere del regime hanno tentato una fuga di massa appiccando il fuoco all’edificio e scontrandosi con le guardie carcerarie in una apocalittica battaglia tra fumo e fiamme, costata la vita ad almeno 40 di loro. La peculiare situazione della Tunisia, piccolo paese laico, dalla vivace società civile, aperto e con una collaudata tradizione politica e di Stato sociale, potrebbe risultare forte abbastanza da lasciar pensare che il miracolo tunisino sopravviverà a questa transizione improvvisa senza cadere vittima degli oramai molto deboli fondamentalisti islamici. Ma è certo chiaro che, dopo il Termidoro della rielezione plebiscitaria di Mubarak, qualcosa di grosso è in movimento nell’Africa del Nord e nel Vicino Medio Oriente.

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