Egitto ed Iran riapriranno il loro spazio aereo al transito di vettori di linea, che collegheranno Il Cairo con Teheran. Ad annunciarlo il 5 ottobre scorso il portavoce del ministero dell’aviazione civile egiziano, Samih Hefni, nel corso di una conferenza stampa. La decisione arriva dopo 30 anni di isolamento diplomatico e di silenzio politico tra i due Paesi. A suggellare l’intesa tra l’aviazione civile egiziana e la compagnia aerea nazionale iraniana un accordo che prevede l’istituzione di 28 voli settimanali tra Il Cairo e Tehran. Il ponte aereo che collegherà le due capitali in modo piuttosto frequente sembra suggerire ciò: Egitto ed Iran hanno optato per la reciproca apertura dei cieli come primo passo verso la politica della riavvicinamento. Ma la realtà dei fatti è ben diversa. Lo dimostrano innanzitutto le dichiarazioni del portavoce del ministero degli Esteri egiziano, nelle quali si precisa che l’accordo punta solo a rafforzare i rapporti economici e commerciali tra i due Paesi “mai interrotti in 30 anni di silenzio”. Al contrario, i legami politici “sono ben altra cosa. E richiedono delle condizioni che l’Egitto ha esposto in passato”.

Lo dimostrano anche gli sforzi diplomatici compiuti di recente tanto dall’Iran quanto dall’Egitto in direzione di una ripresa dei rapporti bilaterali. Il 26 giugno 2007, in occasione del summit di Sharm el Sheikh – il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad annunciò l’intenzione di ristabilire dei contatti con l’Egitto. Il primo passo in questa direzione sarebbe stata la riapertura dell’ambasciata iraniana al Cairo – chiusa da un trentennio, ma ad una condizione: anche il governo egiziano avrebbe dovuto mostrare apertura verso l’Iran. A dicembre dello stesso anno, l’Egitto rese pubblica l’intenzione di inviare quello stesso mese un suo emissario nella capitale iraniana, al quale spettava il compito di esaminare lo stato dei rapporti bilaterali dei due Paesi. Nel contempo, il presidente egiziano Hosni Mubarak rivelò gli sforzi compiuti dal governo per riportare alla luce il programma nucleare sepolto sotto una ventennale moratoria, varata in seguito al disastro di Chernobyl (1986). Una volontà, quella espressa dal presidente egiziano, che ha animato e orientato l’iter politico nazionale degli ultimi 3 – 4 anni, fino all’annuncio ufficiale del 31 agosto scorso: l’Egitto darà presto avvio alla realizzazione della sua prima centrale nucleare che sorgerà nella località di al-Dabaa sul Mar Mediterraneo, a pochi chilometri di distanza dalla città di Alessandria. Il complesso industriale deputato alla produzione di energia nucleare nascerà al fine di soddisfare essenzialmente necessità civili e, soprattutto, allo scopo di imprimere uno slancio al processo di sviluppo economico egiziano. I lavori di costruzione della centrale avverranno sotto gli occhi vigili dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) e dureranno all’incirca due anni. Costo dell’operazione? All’incirca 1,5 miliardi di dollari. L’Egitto rilancia così il suo programma nucleare per scopi esclusivamente pacifici e civili, appellandosi al “diritto inalienabile” dei Paesi Arabi a servirsi di energia nucleare per soddisfare esigenze prettamente sociali. Ricordiamo che l’Egitto è incluso nella sfera dei Paesi firmatari del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (ratificato il 1 luglio del 1968 ed entrato in vigore nel 1970).

È significativo analizzare le posizioni assunte dal governo egiziano in merito all’utilità e allo sfruttamento dell’energia nucleare per scopi civili. Il risveglio in questa direzione è iniziato a maturare nel 2006. Non solo l’Egitto, ma anche Emirati Arabi e Arabia Saudita hanno dato avvio ad una serie di studi finalizzati a chiarire quali vantaggi avrebbe portato l’impiego dell’energia nucleare sul versante economico e civile. Innanzitutto, un risparmio orientato all’abbattimento di sprechi e dispendio di energia, di fatto provocati dalla crescente pressione demografica e dal conseguente aumento di domanda interna. Ciò obbligherebbe gli Stati a prepararsi ad un eventuale aumento di produzione della energia elettrica (salita, ad esempio, del 9%/anno negli Emirati Arabi tra 2001 e 2007, e del 7%/anno in Egitto). Al di là dei vantaggi economici a medio e lungo termine, alcuni analisti hanno rintracciato delle motivazioni più profonde che animano il desiderio degli Stati arabi a munirsi di un programma nucleare individuale: prestigio, orgoglio nazionale e ragioni precipuamente politiche. Ed è proprio il caso dell’Egitto. All’annuncio fatto dal presidente Mubarak il 31 luglio scorso in merito alle intenzioni di “scongelare” il proprio programma nucleare, è di fatto seguita la reazione del governo iraniano. Tehran ha mostrato pieno interesse per il progetto egiziano, cogliendo in esso una lauta occasione per fare affari con l’Egitto. Il presidente Ahmadinejad non ha perso tempo e si è fatto avanti con la sua proposta: instaurare una cooperazione reciproca in materia di energia nucleare. L’offerta però è caduta nel vuoto. I motivi? Riassumibili in una sola parola: competizione. L’Egitto nutre da sempre l’ambizione di essere considerato un leader regionale. Perciò, lo sviluppo e la creazione di un programma nucleare è considerata una sfida politica cui dover rispondere. Al prestigio si aggiunge l’orgoglio nazionale. Se si scatenasse una ipotetica corsa al nucleare, l’Egitto non vorrebbe di certo rimanere indietro. Prima della sospensione di qualsiasi attività legata alla produzione di energia nucleare, causata dalla catastrofe di Chernobyl del 1986, l’Egitto aveva alle spalle una lunga tradizione di ricerca in questo campo (attualmente dispone di un team di 5000 scienziati e tecnici nucleari, i quali possiedono conoscenze tra le più avanzate in ambito atomico nella regione). In virtù di tali aspirazioni, la Repubblica Islamica dell’Iran viene vista come un concorrente da sfidare. In altre parole, tanto l’Egitto quanto gli altri due paesi arabi (Emirati e Arabia Saudita) non vorrebbero permettere che Tehran diventi l’unico governo della regione ad avvicinarsi alla possibilità di disporre di un programma nucleare. Se da un lato è piuttosto evidente l’elevato grado di inconciliabilità d’interessi tra i due Paesi, dall’altra si potrebbe quasi dire che qualcosa sta iniziando a muoversi, seppur con molta lentezza. L’inaugurazione di un ponte aereo potrebbe apparire come un piccolo passo verso una nuova fase storica e politica.

È opportuno essere prudenti e non parlare in modo avventato di rinnovata amicizia tra Egitto ed Iran. E questo è assai evidente se si prendono in considerazione i trascorsi dei due Stati: le dispute politiche e le profonde discrepanze culturali. La trentennale diatriba tra Egitto e Iran, per non andare troppo oltre con i ricordi (ad esempio, al 1955 anno in cui l’Iran degli Shah Pahlavi aderì al Patto di Baghdad, in segno di protesta contro l’Egitto di Nasser e la sua politica filo – comunista), affonda le sue radici nel terreno dissestato della Rivoluzione Islamica del 1979 – evento che cambiò radicalmente la fisionomia politica, economica, sociale e culturale dell’Iran – e nel riconoscimento di Israele come stato da parte dell’Egitto, in seguito alla firma del Trattato di Camp David (1978). L’accordo poneva fine a 30 anni di ostilità tra Egitto ed Israele (l’ultimo episodio bellico era stata la guerra del Kippur nel 1973) e ne decretava un impegno reciproco: Israele si sarebbe impegnata a restituire la Penisola del Sinai al suo legittimo proprietario, l’Egitto; mentre quest’ultimo si sarebbe dovuto discostare dalle posizioni radicali dell’OLP.

La Rivoluzione Khomeinista aveva di fatto sancito la fine inesorabile della monarchia e il conseguente tramonto della famiglia reale dei Pahlavi. Il 16 gennaio del 1979, il detronizzato monarca persiano e la sua famiglia salirono a bordo del Boeing Aquila Imperiale che li avrebbe condotti in terra egiziana, al cospetto del Presidente Sadat. In Egitto, lo Shah rimase fino alla sua morte, avvenuta un anno dopo l’esilio (1980). Le sue spoglie sono attualmente conservate nella moschea di al–Rifa’i, al Cairo. L’ospitalità offerta dal presidente egiziano Sadat all’ex Shah di Persia non fu vista di buon grado dalla nascente Repubblica Islamica dell’Iran. Il conseguente rifiuto dell’Egitto di consegnarlo nelle mani degli Ayatollah, venne interpretato da Tehran come un affronto politico. Nel 1980, un anno dopo la Rivoluzione – i rapporti diplomatici tra i due Paesi s’incrinarono.

A infliggere il colpo di grazia definitivo ci pensò il Trattato di pace siglato tra Egitto ed Israele nel 1979, a seguito degli accordi di Camp David del 1978. L’Egitto fu il primo paese arabo a firmare un accordo di pace e riconoscere Israele come stato. La firma del trattato di pace rappresentò un momento di svolta. Come sempre accade, ben presto se ne videro gli effetti. La crepa che si era aperta nei rapporti tra Egitto ed Iran si era trasformata in una frattura profonda e inguaribile. L’Egitto cominciò a guardare con sempre maggior interesse agli Usa. Ma la goccia che fece naufragare definitivamente i rapporti bilaterali tra Egitto ed Iran, fu il sostegno offerto dalla establishment egiziana guidata da Sadat all’Iraq, nel conflitto Iran/Iraq (1980). L’Iran rispose alla presa di posizione egiziana con una provocazione: chiamare una strada della capitale iraniana con il nome dell’assassino del presidente egiziano Sadat. Da allora Egitto ed Iran non ebbero più nessun contatto, fino ad oggi.

Gli effetti di questa crisi diplomatica durata un trentennio sono ancora tangibili. E si colgono perfettamente nelle parole e nelle dichiarazioni rilasciate attualmente da vari rappresentanti governativi egiziani. “I legami politici sono ben altra cosa. E finché l’Iran non accoglie le richieste che l’Egitto ha esposto in passato, non potrà mai esserci un contatto”. Questa frase riassume in sé la natura e l’essenza delle problematiche di fondo insite nelle relazioni Egitto –Iran. Affinché l’Egitto possa realmente avvicinarsi all’Iran sul piano della politica è necessario che: Tehran arresti la sua ingerenza negli affari interni dei Paesi Arabi. Oggi, in molti paesi arabi c’è la crescente percezione di dover fronteggiare una minaccia pericolosa guidata dall’Iran. Questo paese, sta cercando in ogni modo di estendere la propria influenza sui paesi arabi fino al Mediterraneo, facendo presa sulle minoranze sciite dislocate in Iraq, in Arabia e nei Paesi del Golfo, da tempo marginalizzate dalla maggioranza sunnita. E da un lato proprio le ambizioni dell’Iran di Ahmadinejad e dall’altro la brama di Paesi come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi e soprattutto l’Egitto di emergere e contrastare il crescente influsso sciita, sembrerebbero costituire un ostacolo invalicabile e un freno per una nuova stagione di rapporti bilaterali tra i due Paesi.

* Pamela Schirru è laureanda in Filosofia Politica (Università di Cagliari)

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