L’Egitto di Muhammad Husnī Mubārak è in ginocchio. Silenziosamente sta vivendo un periodo caratterizzato da caos e violenza, una fase molto simile a quella vissuta dall’Iran pre-rivoluzionario, quando il governo dello scià stava per essere rovesciato dalla rivoluzione khomeinista. Come avvenne nel 1979 a Teheran la legittimità dello Stato egiziano è messa totalmente in discussione, mentre si fa strada un combinato di malcontento popolare e fervore islamico.

Per la prima volta non sono scesi in piazza soltanto i pochi tartassati militanti per i diritti umani, contro Mubarak non lavorano silenziosamente solo i Fratelli Musulmani (la formazione politica islamica che il presidente da trent’anni fa cuocere a fuoco lento), ma anche diverse classi sociali hanno cominciato a ribellarsi e a ricorrere agli scioperi per fare pressione sul governo a difesa dei loro interessi.

Il grande colosso arabo è in fermento almeno dal 2005, quando il movimento per il cambiamento, Kifaya (in arabo significa ‘abbastanza’), avendone letteralmente abbastanza del regime è sceso più volte in piazza al Cairo, prendendo di mira il presidente accusato di impedire al Paese di evolversi e di ostruire il processo per il ricambio generazionale.

Un fenomeno di questa portata è nuovo per l’apatica società egiziana: mai sentita una sola espressione di collera da parte della società civile, ad eccezione delle manifestazioni degli studenti universitari duramente represse, quindi, progressivamente diminuite.

Tra le ragioni che hanno portato alla trasformazione del movimento sociale egiziano, e favorito le classi sociali ad uscire dal loro abituale silenzio ve ne sono due sostanziali:

La prima è l’estrema durezza delle condizioni di vita che gravano su queste fasce sociali. La classe media si è impoverita, ed i poveri sono ormai schiacciati; la seconda ragione è il ruolo esercitato dai giornali indipendenti e di opposizione nel criticare le autorità e nello smascherare le sue pratiche che ha incoraggiato le masse a svegliarsi ed a far sentire la propria collera senza timore.

Sotto Mubārak, soprattutto negli anni novanta, l’Egitto ha conosciuto una pericolosa escalation del terrorismo estremista islamico che avevano come obiettivi non solo simboli istituzionali, ma la stessa popolazione egiziana e soprattutto gli stranieri (1). La cieca furia del terrorismo ha tuttavia isolato gli islamisti presso la stessa maggioranza musulmana della popolazione. Questa perdita di contatto con la base popolare ha condotto a una sconfitta del terrorismo interno. La repressione capillare condotta dalle forza di polizia e dall’esercito ha fatto il resto. Nonostante lo Stato di Mubārak sia uscito rafforzato dalla lotta contro il terrorismo, conserva parecchie debolezze: le difficoltà permanenti dell’economia e le continue sperequazioni sociali; le inquietudini della società civile, ansiosa di una maggiore democratizzazione; la fragilità dell’assetto istituzionale; la diminuzione del peso dell’Egitto sul piano della diplomazia internazionale (2).

Il 2005 è stato l’anno della svolta: il vecchio sistema politico egiziano era caratterizzato da uno stesso capo di Stato dall’assassinio di Sadat nel 1981, una successione incerta, un sistema politico bloccato, una burocrazia corrotta, un partito di maggioranza (il Partito nazionale democratico) ridotto ormai a “cinghia di trasmissione” del potere presidenziale. Le elezioni che si svolsero tra ottobre e dicembre di quell’anno portarono la Fratellanza musulmana a diventare il secondo gruppo parlamentare dell’Assemblea del popolo. Per la prima volta da molti anni esisteva, quindi, in Egitto un’opposizione. L’imprevisto successo ottenuto da questo movimento ha spaventato in primis gli Stati Uniti che hanno quindi immediatamente smesso di insistere sulla democratizzazione egiziana, consentendo al raìs di escludere questo movimento dalle elezioni legislative del 2007. (3)

L’Egitto di oggi sta vivendo una situazione particolare: una crisi politica e partitica. Al suo interno vi sono 24 partiti riconosciuti, ma non esiste una vita politica vera e propria. Vi sono elezioni parlamentari ed elezioni locali, vi è un Consiglio del Popolo e un Consiglio della Shura (i due rami del parlamento egiziano), e vi sono dei consigli locali. Nonostante ciò, non vi è alcuna partecipazione politica, alcuna alternanza al potere, alcun controllo sull’operato del governo (4).

I partiti vengono fondati solo con il beneplacito delle forze di sicurezza, e non dall’appoggio popolare. È dunque l’autorità statale che costituisce i partiti, e non i partiti che danno vita all’autorità statale. L’altro problema fondamentale è che essi, in base alla legge, non possono svolgere il ruolo di un partito , cioè entrare in contatto con la società: non possono organizzare un comizio o un incontro popolare al di fuori della propria sede. Essi sono continuamente sottoposti al controllo ed alla censura. Qualsiasi deviazione da questo contesto espone il partito o alla chiusura ed al sequestro da parte del governo oppure si fa esplodere il partito alimentando le divisioni interne.

Ciò che è accaduto con i partiti si sta ripetendo con i sindacati. Vi sono sindacati sospesi ormai da almeno 16 anni, fra cui si possono ricordare quello dei medici, ingegneri, dei farmacisti, dei dentisti, degli insegnanti, dei commercianti e degli agricoltori.

In sostanza, il regime non si è accontentato soltanto di monopolizzare il potere, ma ha voluto “nazionalizzare” il settore pubblico, affinché nessuna voce in Egitto si levasse al di sopra di quella del partito di governo.(5)

Nel 2011 scadrà il sesto mandato presidenziale del longevo faraone. Nel corso del suo lungo regno Mubarak ha reso l’Egitto un sistema apparentemente impermeabile al cambiamento, infrangibile e invulnerabile, impassibile a qualsiasi sfida politica. Il faraone è alla fine non solo del suo mandato, ma forse anche dei suoi giorni, anche se il segreto della sua malattia viene tenuto nascosto. L’Egitto e tutta la regione si interrogano non su un fenomeno inevitabile ovvero la morte di un leader, ma sulla sua successione, sul sistema che rimarrà in piedi dopo la sua scomparsa.

Per anni i possibili candidati designati alla successione del raìs sono stati: Gamal Mubarak, 47 anni, banchiere, ha studiato a Londra e negli Stati Uniti, e Omar Suleiman, 74 anni, non solo è il capo dei servizi segreti egiziani, ma anche coordinatore di tutto l’apparato militare e di sicurezza che governa il Paese con lo stato d’emergenza dai tempi di Sadat.

È da almeno sei anni che il vecchio leader prepara il figlio alla successione: lo ha nominato segretario generale del comitato politico del Partito nazionale Democratico e lo ha più volte spinto all’estero. Sono tanti gli esempi di autocrazia araba simili a questo: dal giovane Assad in Siria, a Saif el Islam che sostituirà Muhammar Gheddafi in Libia. Ma Gamal Mubarak non sembrerebbe in grado di svolgere questo ruolo per svariati motivi. In primis perché il delfino si è sempre occupato solo di affari e mai di geopolitica, sicurezza interna e gestione del potere. Nelle relazioni con gli altri paesi arabi, con Israele e sulla questione palestinese egli non si è mai pronunciato. Il rischio è che nella regione di fronte a una crescita di peso impressionante come quella della Turchia, l’Egitto possa assumere una posizione di secondo piano.

L’altro problema è che cresce nell’opinione pubblica egiziana l’opposizione al tawrith al sulta (la successione dinastica della carica presidenziale) ritenendola offensiva per il paese che nel 1952 si proclamò repubblica presidenziale (6). Inoltre, Gamal non è nemmeno visto di buon occhio dalle forze armate dove i suoi sostenitori sono piuttosto scarsi.

Ma c’è un evento che ha cambiato le carte in tavola: il ritorno al Cairo di Mohammed El Baredei il 19 febbraio scorso, accolto da circa mille persone all’aeroporto del Cairo. Si tratta dell’ex segretario generale dell’agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) che, dopo dodici anni di assenza dal paese, è comparso nell’arena politica egiziana dichiarandosi pronto a partecipare alla corsa presidenziale, a condizione che il governo approvi una nuova costituzione che garantisca una competizione leale e onesta (7).


Il quadro che si può fare sui futuri sviluppi della situazione è questo: il faraone continuerà a esercitare i suoi poteri fino alla fine dei suoi giorni, quando si aprirà un periodo transitorio gestito dall’esercito che si concluderà con l’approvazione di un nuovo documento costituzionale. Sarà probabilmente Omar Suleiman l’uomo di potere in questo periodo di passaggio. La nazione è divenuta proprietà di un’elite, che l’amministra e se la trasmette in via ereditaria di generazione in generazione.

La società egiziana è divenuta un corpo senza testa, dunque, sono molti gli egiziani che cercano un nuovo eroe. Il dittatore ha già scelto chi lo sostituirà con l’appoggio dei servizi segreti e dell’esercito. Ma stavolta si trova contro una nuova generazione di egiziani, i ragazzi in nero, che combattono violenze e ingiustizie soprattutto grazie ad internet e che sperano che El Baradei possa essere l’uomo in grado di riformare il sistema politico egiziano.

* Chiara Cherchi è dottoressa in Scienze politiche

Note:

(1) L’attentato più clamoroso fu compiuto a Luxor nel 1997 e causò la morte di una sessantina di turisti;

(2) Nonostante il paese sia stato riammesso sia nella Lega Araba sia nella Conferenza islamica fin dagli anni ottanta, il suo schieramento sempre più netto a favore degli USA ha indebolito enormemente la sua capacità contrattuale soprattutto nei confronti dei paesi emergenti o nei confronti del contenzioso israelo-palestinese;

(3) Sergio Romano, Con gli occhi dell’Islam, Longanesi, Milano, 2007, pp.144-146;

(4) www.aljazeera.net;

(5) www.medarabnews.com;

(6) Nel 1952 Gamal Abd el-Nasser rovesciò la monarchia di re Farouk;

(7) www.temi.repubblica.it/limes.

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