Nei giorni in cui arriva la notizia della denuncia a carico di Massimo Fini, colpevole di avere scritto Il Mullah Omar (edizioni Marsilio), un libro formidabile sul capo taliban, quasi siamo timorosi nel presentare due titoli poco occidentalisti ma “immersi nel Mediterraneo”, ovvero Filosofia della rivoluzione di Gamal Abdel al–Nasser e Socialismo e tradizione di Mo’Ammar Gheddafi. Sicuramente seguirà denuncia.

Da oggi in libreria, dunque, per i tipi Edizioni all’insegna del Veltro, questi due volumi (tradotti in italiano per la prima volta da Claudio Mutti), risultano a maggior ragione preziosi giusto nella contingenza geo-politica. I due autori – non due filosofi, né due letterati – sono stati, infatti, anche capi delle loro nazioni. La figura di Nasser, l’uomo che ha fondato il nuovo Egitto, è entrata nella fabula del sentimento panarabista, quella di Gheddafi, invece, sotto le bombe della stupida guerra in corso, è spiegata attraverso la nostra lente, troppo caricaturale per consentirci la giusta distanza per giudicarlo.

Due libri che sono due bestemmie in tempi di inquisizione democratica. L’editore ha saputo offrire due ghiottonerie in termini di proposta culturale perché ben quattro ingredienti occidentali, ovvero “filosofia”, “rivoluzione”, “socialismo” e “tradizione”, attraverso la lettura data dai due leader che sono appunto “immersi nel Mediterraneo”, restando speculari all’Europa ma per risultare potenziati alla luce di orizzonti sociali e spirituali inauditi, primo fra tutti quello dell’aspirazione araba ad avere un destino comune dal Maghreb al Mashreq, le due ali dell’occidente e dell’oriente panarabo e, secondariamente, conquistare un’epoca di vera indipendenza.

Se l’attualità ci spinge quasi a una morbosa lettura del libro di Gheddafi, trovandovi, oltre all’epica della rivoluzione, un progetto politico coerente malgrado gli anni che tracciano la distanza dal 1° settembre 1960, giorno della fondazione della Repubblica araba di Libia, è un sentimento di rispetto che ci porta nella prosa di Nasser dove, accanto alla ovvia storicità dei fatti narrati, resta viva l’attesa di un evento. È la tappa di una lotta. E “ogni evento è preludio a ogni evento il cui svolgimento non è ancora noto”.

Il leader egiziano, congedandosi dalla vita, si affratella con la nascente rivoluzione libica, la storia di dopo è purtroppo la storia di un lavoro incompiuto, segnato da tragedie e dalla nascita di oligarchie corrotte, uno scacco già presagito da Nasser. “Non era possibile che i sogni si avverassero con un colpo di bacchetta magica, che in un batter d’occhio si cancellassero le orme di tanti secoli, si rimuovessero i relitti di tante generazioni”.

La storia di dopo, dunque la storia di oggi, è quella di un caos in cui resta lontana la meta di una compiuta sovranità per tutte le regioni del Mediterraneo. Europa compresa.

Nessuno ci denunci per favore, ma il vero vantaggio che le popolazioni arabe possono gettare sul piatto del riscatto è, senza dubbio, il Din wa Dawla, ossia l’unità inscindibile di religione e politica, quel sentirsi parte di un’identità che nessuna realpolitik, anche in epoca sovietica, poté cancellare dai propositi politici del Cairo e di Tripoli. E se c’è un ulteriore comune denominatore tra il maestro Nasser e l’allievo Gheddafi, oltre alla ricerca di una terza via contro il capitalismo e contro il marxismo, è nel salvaguardare l’universalità del Corano che non appartiene solo agli arabi, anzi, “non è una teoria umana”, ma è qualcosa che va oltre il tempo e lo spazio. Oltre il socialismo di derivazione borghese. Il Profeta, in uno dei suoi hadith (detti riferiti dalla tradizione), ha detto: “Date al lavoratore ciò che gli è dovuto, prima che il suo sudore con si sia asciugato”.

da Il Foglio, 14 aprile 2011 , p. 2

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