I titoli entusiastici con cui i principali organi d’informazione hanno riportato la presunta, imminente caduta dell’ultraquarantennale regime di Tripoli si inseriscono perfettamente nella tradizionale disomogeneità che ha caratterizzato la natura dei rapporti intrattenuti da Stati Uniti ed Europa con il colonnello Gheddafi.

Nell’arco degli ultimi vent’anni a Gheddafi è stata attribuita la responsabilità dell’azione terroristica del 5 aprile 1986 alla discoteca La Belle di Berlino, dell’attentato del 21 dicembre 1988 al Boeing 747 esploso sui cieli di Lockerbie di quello che il 19 settembre 1989 colpì il DC 10 francese mentre sorvolava il deserto del Téneré in Niger.

Tali azioni, pur rientranti in una lotta combattuta a suon di azioni poco ortodosse commesse da entrambi gli schieramenti (furono americani i missili che piovvero sul palazzo residenziale di Tripoli il 15 aprile del 1986), valsero a Gheddafi il titolo di mandante supremo del terrorismo internazionale oltre all’embargo commerciale alla Libia.

Su Gheddafi pesava l’appoggio alla causa palestinese, la nazionalizzazione dei campi della British Petroleum (1971) e degli impianti petroliferi della OXY (1972) e l’aver sfidato apertamente la lobby petrolifera.

La Libia subì l’isolamento internazionale fino al 2003, quando Gheddafi tornò nelle grazie dei governanti europei risarcendo i parenti delle vittime degli attentati degli anni ’80 e aprendo l’economia libica agli investitori stranieri.

Nel settembre 2003 il Capo del Governo spagnolo José Maria Aznar fu il primo a rompere gli indugi recandosi a Tripoli per farsi garante degli interessi degli investitori iberici che si accingevano a far affluire corpose iniezioni di denaro e capitali in Libia.

Il 25 settembre dell’anno seguente fu il turno di Tony Blair, che atterrò a Tripoli per sovraintendere a una concessione petrolifera del valore di 200 milioni di dollari che il regime di Gheddafi aveva accordato alla Royal Dutch Shell.

Nell’aprile del 2004 Gheddafi raggiunse Bruxelles dove incontrò il Presidente della Commissione Europea Romano Prodi, il quale considerò fieramente l’evento come “Il risultato di cinque anni di discussioni tra me e Gheddafi”.

Sei mesi dopo Silvio Berlusconi presenziò all’inaugurazione di un oleodotto italo – libico , nel corso della quale non esitò a descrivere Gheddafi come “Grande amico di tutta l’Italia”, riferendosi evidentemente agli affari che l’ENI aveva concluso in Libia in relazione allo sfruttamento del giacimento Western Desert e al potenziamento del gasdotto Greenstream che garantiva l’afflusso annuale di 8 miliardi di metri cubi di gas ai terminali siciliani.

Nell’ottobre dello stesso anno il Cancelliere tedesco Gerhard Schroeder raggiunse Gheddafi per partecipare alle trattative che si conclusero con l’assegnazione dei diritti di trivellazione di alcune aree del deserto libico alla compagnia Wintershall.

Gheddafi era conscio del fatto che concedendo qualche apertura alle pesanti pressioni internazionali si sarebbe visto riconosciuto quel ruolo di interlocutore credibile capace di attirare quegli investimenti di cui la Libia aveva urgente bisogno.

Gli fu sufficiente annunciare lo smantellamento dell’arsenale biologico di cui disponeva e rinunciare pubblicamente allo sviluppo dell’energia nucleare per favorire l’archiviazione generale delle colpe che gli erano state attribuite in passato.

L’Italia, i cui interessi in Libia risalgono al 1911, ha sempre mantenuto uno stretto legame con il regime di Muhammar Gheddafi.

Furono libici i fondi che nel 1976 furono versati nelle casse di una FIAT regolarmente bisognosa di liquidità per mantenersi attiva sul mercato italiano e internazionale.

I dati risalenti ai primi mesi del 2011 rivelavano invece che la Libia era il quinto tra i paesi fornitori dell’Italia coprendo oltre il 4% delle importazioni totali, mentre il mercato italiano costituiva circa il 17% delle importazioni libiche, con un interscambio complessivo stimato nel 2010 di circa 12 miliardi di euro.

La Libia era il primo fornitore di greggio e il terzo fornitore di gas per l’Italia, così come quest’ultima era il terzo Paese investitore tra quelli europei (petrolio escluso) e il quinto a livello mondiale.

L’importanza che il mercato libico rivestiva per il nostro Paese era dimostrata anche dalla presenza stabile in Libia di un numero esorbitante di aziende italiane.

Fin dai tempi di Enrico Mattei l’ENI fu una delle principali compagnie estrattive di petrolio e gas operanti in Libia e aveva ottenuto da Gheddafi i diritti di sfruttamento dei giacimenti fino al 2045.

La Libyan Investment Authority possedeva il 2% circa di Finmeccanica, con la quale era stata sviluppata una cooperazione paritetica altamente strategica inerente il settore dei trasporti, dell’aerospazio e dell’energia.

Ansaldo Sts, AgustaWestland e Selex, società controllate da Finmeccanica, si erano aggiudicate contratti per un giro di affari che superava il miliardo di euro nel potenziamento del sistema ferroviario e nell’elicotteristica.

Impregilo aveva vinto i bandi relativi alla costruzione di tre poli universitari e alla realizzazione di numerose opere infrastrutturali a Tripoli e Misurata.

La Libyan Investment Authority e la Central Bank of Libya avevano acquisito quote del colosso finanziario Unicredit sufficienti per collocarsi al primo posto tra gli azionisti.

Aziende come Alitalia, Telecom, Anas ed Edison avevano anch’esse ottenuto ricchi contratti in Libia.

Come è noto, non era solo il governo di Roma a mantenere cospicui rapporti diplomatici e commerciali con Tripoli, ma anche quelli di quasi tutti i principali paesi europei.

Gli stessi Stati Uniti si erano gettati alle spalle le vecchie tensioni favorendo una distensione dei rapporti culminata con una lettera in cui il Presidente George W. Bush auspicava una “Normalizzazione dei legami politici, economici, commerciali e culturali” con il regime di Gheddafi.

La Libia rimaneva, alla prova dei fatti, un paese non indebitato e detentore di vaste riserve valutarie che necessitava della modernizzazione delle infrastrutture.

Era in possesso insomma di tutte le credenziali per attirare gli interessi dei grandi paesi industrializzati.

Il punto nodale rimane però il petrolio.

La Libia, collocandosi al nono posto tra i paesi produttori, detiene riserve petrolifere stimate in 36 miliardi di barili.

Il fatto poi che gran parte dei giacimenti si situi a poco più di 1500 metri di profondità rende particolarmente economiche le operazioni estrattive.

Se l’ENI era riuscita ad attestarsi su posizioni di dominio, un ruolo comunque rilevante in Libia erano riuscite a ritagliarselo le aziende Total (Francia), Repsol (Spagna) e OMV (Austria).

Le compagnie europee avevano quindi guadagnato cospicue posizioni di vantaggio rispetto alle proprie concorrenti statunitensi, condizionate dall’embargo disposto a suo tempo dal Presidente Ronald Reagan nei riguardi della Libia.

Non è tuttavia unicamente il petrolio l’argomento che sta alla base della recente campagna di discredito ripristinata nei confronti di Gheddafi da quegli stessi paesi che fino a pochi mesi prima non avevano esitato a concludere affari più che redditizi con il regime di Tripoli.

Le ragioni dell’attacco della NATO alla Libia preliminarmente approvato in sede ONU e ammantato da false e ipocrite considerazioni di natura umanitaria vertono sul riassetto degli equilibri che reggono quella particolare regione scossa da consistenti tumulti popolari.

Agli storici dissidi tra la Tripolitania e la Cirenaica sono andati a sovrapporsi le tensioni interne al regime, spaccato in due fazioni che si contendevano il predominio.

Dalle frizioni interne alla Libia è scaturito un conflitto a bassa intensità che molti osservatori hanno istantaneamente accostato a quelli tunisino ed egiziano ignorando le enormi differenze che attestavano la particolarità specifica dell’affaire libico.

A differenza di Tunisia ed Egitto, la rivolta di Libia apparve fin dall’inizio scarsamente omogenea e rivelò il reale gradimento popolare di cui godeva il regime di Gheddafi.

I bombardamenti targati NATO giunsero sulla Libia per evitare che Gheddafi assestasse il colpo definitivo alle tribù che avevano animato la rivolta.

Tribù salutate entusiasticamente come forze democratiche dai principali organi informativi occidentali mentre si accingevano a sventolare antichi vessilli inneggianti alla monarchia filo britannica di Re Idris abbattuta proprio da Gheddafi.

Tribù che una volta decaduto il minimo comun denominatore che ha reso possibile la loro coesione costituito dalla condivisa ostilità nei confronti di Gheddafi riprenderanno a combattersi tra loro innescando una guerra civile affine a quelle che hanno martoriato per interi decenni le popolazioni dell’Africa nera.

Tribù che uno studio condotto dall’accademia militare di West Point nel dicembre del 2007 riguardante il segmento spaziale che da Bengasi, passando per Darna, si estende fino a Tobruk ha rivelato esser parzialmente composte da un numero esorbitante di terroristi che avevano combattuto in Afghanistan e in Iraq contro le medesime forze d’occupazione da cui hanno recentemente ricevuto forniture di armi ed equipaggiamenti.

Tribù gravitanti attorno al nucleo etnico Harabi, pesantemente legato alle frange integraliste direttamente coinvolte nella guerriglia sudanese, i cui principali esponenti sono l’attuale Segretario del Consiglio Nazionale Libico Mustafa Abdul Jalil e Comandante dell’Esercito Nazionale di Liberazione Libico Abdul Fatah Younis, ucciso alla fine di luglio.

Il fatto, inoltre, che l’addestramento delle milizie islamiche che hanno sconvolto il Sudan, provocato la dura repressione del governo di Khartoum che ha a sua volta funto da trampolino di lancio per l’emissione di un mandato di cattura nei confronti del Generale Omar Hassan Al Bashir e per la secessione del Sudan del Sud, sia stato svolto da Israele conferisce un fattore determinante nel minare la presunta spontaneità che numerosi osservatori hanno sostenuto essere alla base delle rivolte.

Tribù che contribuiranno a scatenare quella geopolitica del caos propugnata dagli Stati Uniti perché funzionale ai loro interessi strategici, che nel caso specifico coincidono con la destabilizzazione di un turbolento paese ricco di petrolio mantenuto sufficientemente saldo da Muhammar Gheddafi per quattro decenni consecutivi.

Il reale punto di svolta nell’economia della guerra civile libico è però coinciso con la richiesta avanzata dal Presidente venezuelano Hugo Chavez relativa al rimpatrio dell’oro depositato nei forzieri di Londra, per adempiere il quale la Gran Bretagna si è vista costretta ad intervenire molto più massicciamente di quanto non avesse fatto finora a sostegno dei ribelli.

Nell’arco del suo lungo mandato Gheddafi aveva accumulato corpose riserve auree (si tratta di quasi 150 tonnellate di metallo) di cui la Gran Bretagna ha attualmente urgente bisogno per far fronte alla mossa di Chavez che ha fatto lievitare cospicuamente il valore all’oncia del metallo giallo.

Il Primo Ministro David Cameron ha quindi deciso di sciogliere le ultime riserve relative e di insinuare la diretta presenza britannica nel conflitto, scelta obbligata dettata dalla necessità di ottenere l’oro necessario da restituire al Venezuela evitando di sospingere alle stelle il valore della materia prima in questione e di esporre il paese al reale rischio di fallimento.

Malgrado ciò, l’intraprendenza degli aggressori europei finirà inesorabilmente per urtare contro uno nuova Suez (crisi del 1956) predisposta ancora una volta dagli Stati Uniti al fine di mandare in frantumi i loro ultimi residui colonialisti.

L’installazione di nuove basi nel cuore del Maghreb atte a rafforzare il contingente Africom si congiungerà con il rafforzamento della guerriglia islamica addestrata da Israele dando vita a una sinergia capace di proiettare l’influenza statunitense verso sud, nelle zone interessate dalla penetrazione cinese.

Mentre il paese finirà per trasformarsi in una nuova Somalia affacciata sul Mediterraneo, il saccheggio delle ricchezze naturali libiche procederà senza intoppi.

Intanto la demonizzazione del “tiranno” Gheddafi procede senza soste, con scomuniche e anatemi pronunciati da quegli stessi soggetti che in altre non lontane fasi politiche non avevano scorto alcun problema nel trattare con Tripoli e nel ricevere Gheddafi con gli onori normalmente riservati ai grandi leader.

Dopo le menzogne sui bombardamenti sulla folla che secondo numerose fonti erano stati eseguiti dall’esercito libico su ordine del regime di Tripoli e prontamente smentite dai rilevamenti satellitari russi si era passati alle montature relative alle fantomatiche fosse comuni in cui le forze governative avrebbero sepolto i corpi dei “manifestanti” preliminarmente trucidati.

Come Niculae Ceausescu era stato additato come responsabile del falso carnaio di Timisoara per mezzo di cadaveri debitamente disseppelliti e agitati dai suoi oppositori come vittime del regime, Muhammar Gheddafi è stato condannato senza appello come responsabile delle stragi di Tripoli con l’ausilio di un’analoga metodologia mistificatoria.

Gheddafi, in sostanza, non è più il credibile interlocutore di qualche anno fa ma è tornato ad essere il vecchio terrorista della discoteca La Belle, del Boeing di Lockerbie e del DC 10 sul deserto del Téneré che in procinto di cadere – malgrado siano mesi che la sua fine è reiteratamente stata data come imminente – avrebbe ordinato alle forze rimastegli fedeli di aprire il fuoco sui bambini.

Questa la versione dei ribelli, ripresa e riportata da tutti i principali quotidiani e telegiornali europei e statunitensi che ogni giorno di più dimostrano di aver ereditato il testimone di propugnatori della retorica di guerra che fin dai tempi delle Guerre Puniche ha regolarmente distorto la realtà con le più colossali menzogne e mistificazioni.

 

* Giacomo Gabellini è collaboratore di Conflitti & Strategie

 

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