Dal 7 all’11 settembre scorso il generale Than Shwe ha visitato la Cina, dopo che nel giugno scorso il premier cinese Wen Jiabao aveva visitato il Myanmar(1). Questo scambio di visite è avvenuto per la commemorazione del sessantesimo anniversario dei legami diplomatici tra i due Paesi. Secondo il Presidente cinese Hu Jintao la visita promuove ulteriormente le relazioni bilaterali e la cooperazione reciproca. A sua volta Than Shwe ha dichiarato al Presidente cinese che, durante la sua visita, sperava di promuovere ulteriormente la già esistente amicizia di buon vicinato, la cooperazione e la fiducia reciproca fra i due Paesi.

Il generale birmano è stato accompagnato da una delegazione di trentaquattro membri, inclusi parenti stretti e ufficiali militari che di recente hanno abbandonato le loro uniformi per poter prendere parte alle imminenti elezioni birmane, che si terranno il prossimo novembre. Infatti la visita di Than Shwe in Cina ha avuto anche lo scopo di cercare il sostegno del governo cinese per le imminenti elezioni birmane, che vengono condannate dai media occidentali.

La Cina è stata molto decisa nel sostenere queste elezioni. Il portavoce ufficiale cinese Jiang Yu, durante una conferenza stampa tenutasi lo scorso 7 settembre, ha così dichiarato: “Ci auguriamo che la comunità internazionale possa fornire un aiuto costruttivo per le prossime elezioni e astenersi da qualsiasi impatto negativo sul processo politico interno e sulla pace e stabilità regionali”. Ha proseguito dicendo: “Una elezione regolare nel Myanmar è nell’interesse fondamentale del popolo birmano e favorevole alla pace e alla stabilità regionale. La Cina rispetta il percorso di sviluppo indipendente scelto dal popolo del Myanmar e si augura che le elezioni possano procedere senza intoppi”(2).

La Cina ha salutato le votazioni birmane come un importante passo sulla via della democrazia mentre i governi occidentali e gli attivisti le hanno denunciate come una finzione con il solo scopo di radicare il regime militare.

Il leader birmano ha ringraziato la Cina per il sostegno al suo Stato e si è impegnato a collaborare con Pechino per mantenere la stabilità al confine, spesso travagliato.

La Cina ha a lungo contribuito a mantenere a galla il Myanmar attraverso legami commerciali, investimenti nelle sue grandi risorse naturali, la vendita di armi e la protezione dalle sanzioni dell’ONU per la violazione dei diritti, in qualità di membro con diritto di veto del Consiglio di Sicurezza. In cambio la Cina ha la garanzia di un vicino stabile e dell’accesso alle materie prime, come il tek e le gemme, del Myanmar.

La Cina è il primo partner commerciale del Myanmar. Il legame tra i due Paesi esiste per vari motivi:

  • cause politiche: la rivolta birmana del 1988 anticipò le manifestazioni di Piazza Tienanmen del 1989. Molti videro più di un collegamento tra i due eventi e la leadership cinese non vuole che la storia si ripeta. Pechino considera assolutamente funesta una destabilizzazione politica del Myanmar e avrebbe anche enormi difficoltà ad appoggiare un movimento democratico straniero senza mettere in discussione le proprie politiche interne;
  • cause economiche: 800 milioni di euro di investimenti cinesi nel Myanmar. La Cina importa legname, gas, petrolio, carbone, nichel, marmo e pesce. In cambio moltiplica investimenti pubblici e privati nelle infrastrutture (autostrade, dighe ecc) e contribuisce a modernizzare l’esercito esportando armi;
  • cause strategiche: dopo il graduale passaggio del Vietnam nell’area di influenza statunitense la Cina non vuole che un altro Paese del Sudest asiatico esca dalla sua orbita.

Secondo una relazione dei media di Stato del Myanmar, la Cina ha inviato 8,17 miliardi di dollari al regime birmano, per quanto riguarda il 2009, che rappresentano i due terzi del suo investimento complessivo negli ultimi due decenni.

Il rapporto tra i due Paesi si traduce in uno scambio commerciale di 2,91 miliardi di dollari, oltre il dieci per cento in più rispetto al 2008. Un rapporto che sembra intensificarsi sulla sete di energia cinese e le ingenti capacità dei giacimenti di gas e petrolio “Made in Myanmar”. Il governo birmano ha da tempo dato il via libera agli investimenti cinesi per migliorare i propri porti e le infrastrutture necessarie al trasporto delle risorse energetiche dal mar delle Andamane fino alla provincia cinese dello Yunnan.

Nel giugno 2010 sono iniziati i lavori di costruzione del gasdotto doppio (petrolio e gas naturale) da parte della CNPC (China National Petroleum Corporation), che parte dal porto oceanico di Kyaukpyu, sulla costa occidentale del Myanmar, e attraverso il Paese arriva nella provincia dello Yunnan, in Cina.

Questo progetto ha un’implicazione strategica poiché così la Cina non sarà più dipendente dallo Stretto di Malacca per il trasporto di petrolio e gas dal Medio Oriente alla Cina. Per salvaguardare questi oleodotti e ottenere l’accesso all’Oceano Indiano, la Cina sta sviluppando vari porti sulla costa del Myanmar e potrebbe aumentare la sua presenza navale nell’Oceano Indiano.

Uno dei principali progetti è stata la costruzione della diga di TaSang, la più alta del Sudest asiatico, capace di incrementare la disponibilità di potenza ed energia, con una capacità di 7.100 MW.

A beneficiare di queste opere sono anche due province della Cina, il Sichuan e lo Yunnan. Quest’ultima, considerata la sua posizione geografica al confine tra Myanmar, Laos e Vietnam, rappresenta un punto focale per lo sviluppo economico, tanto che nel 2008 il volume di scambi tra lo Yunnan e il Myanmar ha raggiunto una cifra pari a 1,19 miliardi di dollari (oltre la metà dell’interscambio totale con la Cina, che è stato di 2,4 miliardi di dollari).

Nel 2009 i legami tra i due Paesi si erano allentati quando combattimenti fra forze ribelli e l’esercito della giunta costrinsero decine di migliaia di profughi a passare il confine con la Cina. Però il generale birmano ha ribadito che il suo Paese vuole collaborare con la Cina per il mantenimento della pace e della stabilità delle regioni di confine.

Gestire i confini tra i due Paesi non è impresa da poco: si tratta infatti di 2.192 km, difficili da controllare a causa della presenza di minoranze etniche, di traffici illeciti di droga, di mancanza di regolamenti e di un’alta percentuale di malati di HIV/AIDS.

Pechino non ha concesso loro lo status di rifugiati e ha organizzato l’immediato rientro.

Si tratta di una questione controversa perché il governo cinese garantisce la sopravvivenza delle minoranze etniche birmane assicurando assistenza economica e mantenendo le frontiere aperte per lo scambio commerciale, nello stesso tempo utilizza i rapporti stabiliti con le minoranze etniche per avanzare richieste al regime birmano. Il Myanmar ha più volte dichiarato il proprio disappunto per il comportamento della Cina e ha chiesto il suo intervento per sedare gli scontri a fuoco tra ribelli. Il risultato è stato però nullo, soprattutto se si considera che i cinesi sono i principali fornitori di armi di queste minoranze.

Il Myanmar è un Paese che dipende molto da Cina e India.

La dura repressione delle proteste del 2007(3) hanno spinto gli Stati Uniti e l’Unione Europea a inasprire le sanzioni verso il regime. Anche nelle fasi più acute della repressione però i Paesi asiatici, che sono anche i principali investitori e partner commerciali del Myanmar, hanno rifiutato di adeguarsi alle sanzioni e condannare il regime birmano. L’accesso alle risorse del Myanmar, soprattutto legname e gas naturale, fa indubbiamente gola sia al governo cinese sia a quello indiano(4).

I rapporti tra Cina e Myanmar sono da sempre basati su una relazione di convenienza, in cui entrambe le parti traggono innegabili benefici. La Cina può sviluppare la sua economia grazie all’estrazione e all’esportazione delle materie prime come gas, petrolio e legname. Inoltre la posizione strategica del Myanmar permette a Pechino di avere una porta di accesso all’Oceano Indiano. Il Myanmar invece approfitta della posizione di partner chiave della Cina per evitare l’isolamento internazionale e poter contare su un appoggio all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Riguardo agli arresti domiciliari di Aung San Suu Kyi (5), la posizione ufficiale della Cina è stata ambigua poiché ha invitato a rispettare il giudizio del governo birmano mentre, invece, in forma privata ha espresso la propria collaborazione per trovare un accordo con l’opposizione e una soluzione per il rilascio della signora Suu Kyi e degli altri prigionieri politici, a patto di poter mantenere una stabilità nelle relazioni politiche ed economiche con il Paese.

È proprio la mancanza di una posizione decisa da parte del governo cinese che spesso provoca le proteste della comunità internazionale, in seria difficoltà a stabilire relazioni con il regime dittatoriale.

La maggior parte dei Paesi occidentali contesta questa relazione bilaterale e, ogni volta che accadono eventi sanguinosi nel Myanmar, la comunità internazionale accusa la Cina di non fare abbastanza pressione sul governo affinché attui riforme concrete di cambiamento. Pechino ha infatti un approccio molto diverso dall’Occidente e segue la regola di “non ingerenza” negli affari interni dei Paesi con cui stipula accordi politici ed economici.

L’aiuto del governo cinese ha avuto effetti immediati sul Myanmar che, chiuso in un nazionalismo esasperato, era ormai diventato uno dei Paesi più poveri del mondo.

Dopo la recente visita del generale birmano a Pechino il governo cinese si è impegnato a concedere un prestito di 30 miliardi di yuan (circa 4,2 miliardi di dollari) senza vincoli di interessi al Myanmar. A confermare la notizia è stato il Ministero birmano per la pianificazione nazionale e lo sviluppo economico (MNPED) lo scorso settembre, che parla di “patto fra Cina e Myanmar per un prestito senza interessi” ottenuto al termine del faccia a faccia fra il generale birmano e Hu Jintao. Un funzionario del MNPED sottolinea che il prestito trentennale intende agevolare la costruzione di impianti a energia idroelettrica, strade, ferrovie e lo sviluppo di programmi di informatizzazione. Però questa somma di denaro rischia di vincolare il governo militare birmano all’influenza cinese, con una conseguente invasione di aziende e lavoratori dalla Cina.

Il continuo bisogno di materie prime per rimanere competitivi a livello mondiale induce il governo cinese a sfruttare i Paesi poco sviluppati e la politica di non ingerenza permette a Pechino di chiudere gli occhi davanti agli abusi dei diritti umani condotti dai regimi dittatoriali. Il Myanmar rimane dunque una delle priorità nel piano di investimenti della Cina e proprio questo gli offre l’opportunità di continuare la politica di isolamento. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea pensano quindi che la soluzione migliore sia spingere la Cina a intervenire in modo pressante sul regime dittatoriale birmano, non comprendendo che il modo di operare è completamento diverso dai canoni degli occidentali.

Il prossimo banco di prova saranno le elezioni politiche di novembre, in cui Pechino potrebbe essere un attore fondamentale, assicurando uno svolgimento trasparente e credibile e creando i presupposti per un reale cambiamento(6).


* Carla Pinna è dottoressa in Scienze Politiche (Università di Cagliari)


(1) Wen Jiabao è stato il primo premier cinese a varcare i confini birmani negli ultimi sedici anni; durante la visita ha intrattenuto colloqui diretti con il generale Than Shwe e con altri funzionari di primo piano del regime, sottoscrivendo una serie di accordi bilaterali

(2)www.eurasia-rivista.org

(3) Alla protesta non violenta messa in atto per le strade della capitale dai monaci buddhisti il governo rispose con le armi, con una repressione armata da parte dell’esercito

(4) Analysis ISPI

(5)Nel giugno scorso è stata nuovamente condannata dalla giunta militare a 18 mesi di arresti domiciliari

(6)temi.repubblica.it/limes


Le opinioni espresse nell’articolo sono dell’Autrice, e potrebbero non coincidere con quelle di “Eurasia”

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