Ci si chiede se si debba pensare al Kosovo come ad un debole pedone isolato nello scacchiere geopolitico europeo o piuttosto come ad un solido avamposto centrale. Se sul suo ruolo ci sono ancora pareri contrastanti, possiamo affermare con certezza che è il crimine organizzato il giocatore principale di questa partita. In seguito alla proclamazione dell’indipendenza del Kosovo nel febbraio 2008, sui siti russi appariva una barzelletta che poi, forse, tanto ironica non era: «Il produttore dell’eroina ha riconosciuto l’indipendenza del distributore». Ci si riferiva, evidentemente, al fatto che l’Afghanistan, uno dei leader mondiali nella produzione di droga, avesse per primo riconosciuto l’indipendenza del Kosovo. È noto come l’Esercito di Liberazione del Kosovo, Uck, Ushtria Çlirimtare e Kosovës, fosse considerato internazionalmente un’organizzazione terroristica. È d’altronde ancora in attesa di giudizio uno dei leader della suddetta organizzazione, Ramush Haradinaj, accusato di finanziare l’Uck attraverso il traffico d’organi. Desta un po’ sospetta anche la posizione di Hasim Tachi, ora Primo Ministro dello Stato kosovaro, in passato una delle figure più importanti all’interno dell’Uck. Se qualcuno ritiene eccessivo ed imprudente definire il Kosovo come uno “Stato criminale”, malgrado tale sia l’opinione di numerosi studiosi, alcune fatti storici sono innegabili: fino al 1998, Il Dipartimento di Stato USA teneva l’Uck nella “lista nera” delle organizzazioni terroriste internazionali. Improvvisamente la situazione cambiò: l’Uck riceveva aiuti, soprattutto dagli USA, e sorgeva Camp Bondsteel, la più grande base militare nordamericana al di fuori dei suoi confini. Qual è l’intreccio che permette e giustifica questa sorta di legalizzazione dell’illegalità?

Il crimine organizzato ed i traffici illegali

L’aumento esponenziale del crimine organizzato era il primo risultato del crollo dell’Unione Sovietica. A partire dagli anni ’90, iniziava una corsa esasperata verso la ricchezza e la sopravvivenza. E come era possibile nel nuovo mondo del capitalismo diventare “business men” e concludere affari? La strada più semplice e redditizia era quella dell’illegalità: migrazione, traffico di droga, prostituzione, riciclaggio. E come qualsiasi altro tipo di business che si rispetti, anche il crimine organizzato aveva delle zone di produzione, Afghanistan e Colombia, distribuzione, Messico e Balcani e di consumo, Europa, Giappone e Stati Uniti. Nello scenario kosovaro convivevano serenamente organizzazioni mafiose, bande criminali ed aggregazioni criminali. Le prime erano claniche ed essenzialmente di tipo familiare; le seconde erano versatili e disponibili a muoversi sul territorio nazionale ed estero (soprattutto Italia); le ultime collaboravano per occasionali opportunità illecite. Il Kosovo non era paese di partenza o di arrivo dei flussi illegali quanto piuttosto un territorio di “stoccaggio” dei materiali. Era un grande “magazzino”, cerniera fra l’Albania e la Serbia. I flussi migratori illegali attivi tutt’ora sono: Albania – Kosovo – Serbia – Croazia – Slovenia e Austria (o Italia); Albania – Kosovo – Montenegro – Bosnia – Croazia – Italia; Albania – Kosovo – Serbia – Bosnia – Croazia/Slovenia/Austria/Italia. Questo tipo di traffico diventava particolarmente sfruttato durante le guerre dell’ex Jugoslavia. Durante quel periodo era molto difficile distinguere fra il flusso legale ed il flusso illegale di migranti, poiché le due realtà, molto spesso, tendevano a sovrapporsi. Può forse aiutare la distinzione convenzionalmente utilizzata fra «trafficking in human beings» e «smuggling of migrants», dove con la prima definizione si intende la tratta di persone al fine di sfruttamento, mentre con la seconda si delinea il contrabbando di migranti. Molto spesso il traffico iniziava come ipotesi di «smuggling» trasformandosi poi in vera e propria tratta. In un’indagine della Procura della Repubblica di Bari del 2003, si erano ipotizzate delle rotte di viaggio il cui costo andava dai 3300 euro ai “soli” 2500 se si decideva di passare dal Kosovo alla Grecia, per poi andare in Macedonia, ed infine in Italia attraverso il porto di Ancona.

Il Kosovo è fortemente legato alla criminalità albanese: lo era già nel ’92 quando cominciavano ad arrivare le armi di contrabbando dall’Albania al Kosovo, delineando un complicato commercio di petrolio, armi e droga. I padroni della droga kosovari, albanesi e macedoni diventavano i nuovi ricchi. I kosovari controllano, insieme agli albanesi, importanti flussi di eroina che, dalla Turchia, giungono nell’Europa centrale e meridionale. Fra i due “vicini di casa” vi era collaborazione anche per l’importazione dalla Spagna di cocaina, per poi distribuirla in Europa. Il sempre più fiorente traffico di persone mutava radicalmente: ci si accorgeva del minor utilizzo della convenzionale rotta verso l’Adriatico. La criminalità si è raffinata, utilizzando aerei di linea o comodi autobus nei quali far viaggiare le donne verso ovest. Il reclutamento avviene attraverso la promessa di matrimonio o di un lavoro nel paese di destinazione, l’uso della violenza oppure l’acquisto della ragazza direttamente dalla famiglia. I distretti albanesi più coinvolti in questo tipo di traffico sono quelli di Berat, Fier, Shijaku, Laci, Valona. Anche il traffico di narcotici è una delle attività più popolari del crimine. I canali che facilitano questo traffico sfruttavano le vie della Turchia, Bulgaria, Albania e Kosovo, finendo in Serbia.

È un fatto di cronaca recente l’indagine della polizia internazionale su una presunta rete mondiale di traffico di esseri umani diretti verso il Kosovo allo scopo di “rimuovere i loro organi per poi trapiantarli in altre persone”, come spiega il procuratore Jonathan Ratel. Fra gli accusati, un ex funzionario del Ministero della Sanità.

Ci si interroga su come poter efficacemente e tempestivamente intervenire in questo triste scenario: pare necessaria una dettagliata analisi delle zone di maggior interesse da parte dei trafficanti, una raccolta di dati che permettano una precisa descrizione del fenomeno, ed un maggior dialogo con le vittime.

Si auspica che l’Europa prenda concreti provvedimenti poiché non può permettersi di avere al suo interno un’entità che viene definita da alcuni studiosi un “narco-Stato”.


* Eleonora Ambrosi è dottoressa in Scienze Linguistiche (Università Cattolica di Milano)

Articolo precedente

Sándor Márai, Il vento viene da ovest. Recensione di Claudio Mutti

Articolo successivo

L'esercito colombiano è già in Honduras