Introduzione
Alla luce delle recenti pressioni esercitate da Washington sul governo libanese per attuare un piano di disarmo totale di Hezbollah entro la fine del 2025, il Libano si trova nuovamente al centro di una dinamica regionale a rischio di implosione. L’ipotesi di affidare all’esercito libanese (LAF) il compito di neutralizzare la Resistenza sciita, in cambio di un progressivo ritiro israeliano dal sud del Paese, è stata formalmente discussa dal governo libanese in una riunione straordinaria del 7 agosto. In quella sede, il Consiglio dei ministri ha approvato gli “obiettivi presenti nel documento statunitense”, proposti dall’inviato speciale della Casa Bianca Tom Barrack.
Il piano, articolato in quattro fasi, prevede: il disarmo completo di Hezbollah, il ritiro delle forze israeliane da cinque villaggi libanesi attualmente occupati lungo il confine, la cessazione dei bombardamenti israeliani, il rilascio dei prigionieri libanesi, la definizione di confini precisi tra Libano, Israele e Siria, un sostegno internazionale all’esercito libanese e l’avvio della ricostruzione nazionale con fondi statunitensi, francesi, qatarioti e sauditi[1].
Tuttavia, l’approvazione del piano ha subito da subito una battuta d’arresto simbolica e politica: tutti i ministri sciiti si sono ritirati dalla seduta prima del voto, segnalando così il rifiuto politico dell’intera componente sciita del governo[2]. Hezbollah ha denunciato la decisione come un “grave peccato” e Amal, il secondo partito sciita del Libano, ha accusato l’esecutivo di aver fatto “concessioni gratuite al nemico”[3].
La questione del disarmo della Resistenza non è nuova, ma assume oggi una portata totalmente inedita, in un momento di massima vulnerabilità statale e sociale. Il Libano esce da sei anni di crisi economico-finanziaria e da una guerra regionale durata oltre un anno (ottobre 2023 – novembre 2024), terminata unilateralmente con un cessate il fuoco israeliano mai rispettato. Tel Aviv ha mantenuto le sue posizioni militari oltre la linea blu, ha proseguito i bombardamenti e continua a violare la tregua in maniera sistematica, come confermato anche da una recente relazione di Human Rights Watch, che accusa Israele di crimini di guerra nel sud del Libano tra settembre e novembre 2024[4].
Proprio mentre il governo approvava il documento statunitense, Israele ha colpito la regione di Baalbek con un’incursione, uccidendo un civile libanese, e ha lanciato un drone contro un’auto nella valle della Bekaa, causando due morti e otto feriti. Il giorno precedente, un bambino di undici anni e un operaio siriano erano stati uccisi in un attacco a Touline, nel sud del Paese[5].
In questo contesto, parlare di disarmo della Resistenza non significa discutere di un’opzione strategica interna, ma piuttosto di una ridefinizione forzata degli equilibri di sicurezza del Paese sotto ricatto esterno, in un quadro di ostilità militare ancora attiva. Il presente saggio si propone di analizzare le implicazioni profonde di questa pressione, articolando l’analisi attorno a tre assi principali: la condizione materiale e politica dell’esercito libanese; il ruolo di Hezbollah nella struttura di sicurezza del Paese; e il rifiuto popolare — documentato — di qualsiasi processo di disarmo imposto dall’alto.
Una forza armata logorata
Il Libano si trova in uno stato di crisi sistemica. La bancarotta del sistema bancario, il collasso dei servizi pubblici, l’iperinflazione e l’assenza di riforme hanno lasciato il paese privo di strumenti efficaci per affrontare qualunque forma di instabilità militare. In questo quadro, l’esercito libanese (LAF) rappresenta una delle poche istituzioni ancora operative, ma la sua tenuta è messa a dura prova.
I soldati sono sottopagati — spesso con stipendi inferiori ai 100 dollari mensili, a causa del crollo della lira libanese — e molti di loro non riescono neppure a sostenere i costi quotidiani per raggiungere le caserme. In numerosi casi, il personale militare è costretto a svolgere un secondo lavoro o a contare sull’assistenza familiare per sopravvivere. La mancanza di risorse non è solo materiale ma anche operativa: il LAF è privo di mezzi moderni, carburante, munizioni in quantità sufficiente e logistica indipendente, il che lo rende strutturalmente dipendente dagli aiuti esterni, in particolare dagli Stati Uniti.
A questa debolezza materiale si aggiunge la natura confessionale dell’apparato militare, che riflette la composizione settaria del sistema politico libanese. Sebbene la retorica ufficiale presenti il LAF come “nazionale e unitario”, in realtà la sua struttura è frutto di un equilibrio tra quote confessionali non scritte ma consolidate: cristiani maroniti, sciiti, sunniti e drusi coesistono all’interno della stessa gerarchia, portandovi inevitabilmente con sé culture strategiche divergenti e fedeltà multiple.
Qualunque tentativo di trasformare l’esercito in uno strumento di repressione interna rischierebbe di rompere questa fragile coesione, facendo esplodere contraddizioni latenti. Il LAF non è preparato né psicologicamente né politicamente ad affrontare un’operazione di disarmo diretto contro Hezbollah, che — oltre a essere una forza armata — rappresenta una componente sociale, culturale e politica profonda della comunità sciita libanese.
Imporre al LAF l’onere di disarmare Hezbollah significa chiedergli non solo ciò che non può fare, per ragioni logistiche e operative, ma ciò che non vuole fare, per ragioni politiche, morali e simboliche. Come ha osservato un diplomatico libanese in forma anonima: “Come potete chiedere all’esercito libanese di fare a Hezbollah ciò che Israele non è riuscito a fare a Hamas, in uno spazio più piccolo e con l’uso dell’aviazione?”[6]
Va inoltre ricordato che il prestigio simbolico dell’esercito libanese è stato costruito negli ultimi decenni proprio sulla sua neutralità interna e sulla sua funzione di mediazione tra le diverse comunità, non come attore armato in conflitti politici. Invertire questo ruolo, trasformandolo in esecutore di una politica imposta dall’esterno e rivolta contro un attore politico interno riconosciuto da milioni di cittadini, rischia di compromettere irrimediabilmente la sua tenuta istituzionale.
In uno scenario di crisi, la possibilità che settori del LAF rifiutino di eseguire ordini percepiti come illegittimi — o che si saldino informalmente con la Resistenza per proteggere la stabilità interna — non può essere esclusa. Paradossalmente, la spinta a disarmare Hezbollah potrebbe produrre l’effetto opposto: la militarizzazione del conflitto politico e l’erosione dell’ultima istituzione statale credibile rimasta in piedi nel Libano post-crisi.
Hezbollah e l’equilibrio di deterrenza
Hezbollah non è un attore esterno al sistema: è parte integrante dell’architettura politica, sociale e militare del Libano contemporaneo. Nato nel 1982 durante l’occupazione israeliana del Libano meridionale, il movimento ha evoluto la propria funzione da milizia di resistenza armata a soggetto istituzionalizzato, con rappresentanza parlamentare, incarichi ministeriali e una rete parallela che garantisce accesso a sanità, istruzione e assistenza sociale in aree dove lo Stato è storicamente assente.
Nel contesto della comunità sciita, e in particolare nel sud del Libano e nella Beqāʿ, Hezbollah rappresenta non solo un esercito alternativo, ma un attore sovrano, capace di coniugare funzione difensiva, rappresentanza politica e assistenza civile. Questo triplice ruolo gli conferisce una legittimità profonda, non delegabile né trasferibile alle istituzioni centrali, percepite spesso come inefficaci o compromesse.
Lungi dall’essere una minaccia per l’unità nazionale, Hezbollah è considerato da una parte significativa della popolazione come componente essenziale della difesa collettiva, soprattutto alla luce della continua aggressività israeliana al confine meridionale. Dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 a Gaza, il movimento ha mantenuto uno stato di mobilitazione permanente, rispondendo ai bombardamenti israeliani con attacchi calibrati contro infrastrutture militari nel nord di Israele, pur evitando l’escalation generalizzata. Questo comportamento conferma la sua autonomia decisionale e la capacità di gestione strategica della forza.
Il suo arsenale, composto da decine di migliaia di razzi, missili anticarro, droni, sistemi radar e capacità di guerra elettronica, lo rende nettamente superiore sul piano operativo al LAF, e comparabile a una forza armata statuale per livello di organizzazione e prontezza tattica. Tuttavia, nonostante questa superiorità, Hezbollah non ha mai cercato di imporsi come forza dominante a livello nazionale, né ha tentato di militarizzare le istituzioni centrali. Al contrario, ha mantenuto un profilo di equilibrio interno, nel rispetto degli accordi politici interconfessionali e della fragile stabilità nazionale.
L’attuale posizione del movimento si fonda su una logica di deterrenza calibrata, volta a mantenere una soglia di pressione su Israele senza oltrepassarla, salvaguardando al tempo stesso l’equilibrio interno libanese. Questa funzione di contenimento è percepita come cruciale dalla sua base e, in misura crescente, anche da settori sunniti e cristiani che vedono nel movimento un deterrente contro l’imprevedibilità israeliana.
In tale quadro, un tentativo di disarmo forzato non verrebbe percepito come misura interna di stabilizzazione, ma come un’aggressione alla sovranità nazionale, condotta per conto di potenze straniere. Il disarmo, in queste condizioni, non avrebbe il carattere di una riforma condivisa, ma assumerebbe i tratti di una resa imposta, di una rottura del patto interno, e della fine della pluralità armata come meccanismo difensivo di ultima istanza.
Inoltre, va considerato che Hezbollah si considera l’erede diretto della resistenza libanese contro l’occupazione israeliana, e questa narrazione è profondamente radicata nella memoria storica del Paese. Disarmarlo senza prima ottenere il ritiro israeliano da tutto il territorio nazionale, la fine dei raid e il rilascio dei prigionieri, equivarrebbe — nella percezione della base — a rinunciare all’unico strumento rimasto a difesa della dignità nazionale.
In questo senso, il disarmo forzato non soltanto è irrealistico: è pericoloso, perché rompe un equilibrio di dissuasione che, per quanto imperfetto, ha garantito finora la tenuta del Libano come entità statuale autonoma.
L’opinione pubblica come ago della bilancia
A confermare la distanza tra le aspettative strategiche di Washington e la realtà sociale e politica del Libano, è un sondaggio pubblicato dal Consultative Center for Studies and Documentation (CCSD), condotto tra il 27 luglio e il 4 agosto 2025 su un campione rappresentativo di 600 cittadini di diverse aree e appartenenze religiose.
I risultati sono eloquenti: il 58% degli intervistati si oppone all’ipotesi di disarmo della Resistenza se non accompagnata da una strategia difensiva nazionale concordata. Il dato non solo smentisce l’esistenza di un consenso trasversale, ma mette in luce una polarizzazione che riflette fedelmente la composizione settaria del paese: il 96% degli sciiti rifiuta l’idea del disarmo, ma anche tra i sunniti (50%), i drusi (46%) e i cristiani (32%), il consenso verso tale proposta rimane minoritario[7].
Oltre al rigetto della proposta, emergono altre due percezioni chiave. Da un lato, il 72% degli intervistati ritiene che l’esercito libanese da solo non sia in grado di affrontare un’aggressione israeliana, confermando la sfiducia diffusa nella capacità dello Stato — privo di mezzi, uomini e legittimità — di fronteggiare una guerra ad alta intensità. Dall’altro lato, il 76% considera la diplomazia, da sola, insufficiente a garantire la sicurezza nazionale, a riprova del fatto che molti libanesi riconoscono alla Resistenza una funzione concreta di deterrenza militare.
Questi dati pongono interrogativi cruciali sulla legittimità democratica del piano di disarmo. Un governo che decidesse di attuarlo senza un ampio consenso popolare rischierebbe di compromettere irreparabilmente la propria base sociale di sostegno, accelerando la frattura tra istituzioni e cittadinanza. In un paese uscito a fatica da una crisi bancaria senza precedenti, provato da anni di impoverimento collettivo, colpito da sanzioni indirette e abbandonato da buona parte della comunità internazionale, forzare la mano sulla questione del disarmo significherebbe innescare un nuovo ciclo di instabilità endogena.
In assenza di un processo politico condiviso e di un quadro regionale stabile, la proposta americana appare priva di radicamento e carente di ogni sensibilità verso gli equilibri interni. Non è percepita come una misura di stabilizzazione, bensì come l’anticamera di una resa unilaterale, una cessione armata della sovranità nazionale a fronte di promesse diplomatiche ancora vaghe.
In questo contesto, l’opinione pubblica non rappresenta un semplice indicatore di gradimento, ma un vero e proprio ago della bilancia politica: una forza silenziosa ma determinante, che potrebbe impedire o accelerare il collasso di un intero assetto statale, se le sue istanze dovessero essere ignorate.
Una strategia imposta, una crisi annunciata
La proposta americana di disarmare Hezbollah non nasce da un calcolo strategico realistico, ma da una visione ideologica e imperialista, che considera la Resistenza libanese un ostacolo all’egemonia israeliana piuttosto che una risposta legittima a decenni di occupazione, aggressioni e ingerenze. Si fonda sull’assunto — storicamente e politicamente infondato — che Hezbollah sia un’anomalia da eliminare, anziché il risultato coerente delle condizioni strutturali di vulnerabilità in cui il Libano è stato lasciato.
Neutralizzare militarmente un attore come Hezbollah senza affrontare le cause profonde della sua esistenza — l’occupazione israeliana, l’asimmetria militare, la fragilità dello Stato — significa non voler risolvere il problema della sicurezza libanese, ma imporre al Libano una strategia esterna che serve altri interessi. La Resistenza ha dimostrato negli anni di essere non solo un baluardo militare, ma anche un elemento di equilibrio e deterrenza, capace di impedire l’annientamento del Paese da parte di una potenza occupante. Il suo disarmo, in queste condizioni, equivarrebbe a disarmare il Libano stesso.
Tale approccio riduce la questione della Resistenza a una semplice operazione di “ordine pubblico”, ignorando la sua dimensione nazionale e popolare. Ignora anche la realtà di un Paese in cui Hezbollah non è una forza marginale, ma un attore centrale del tessuto politico, sociale e militare. Cercare di eliminarlo con un diktat esterno significa minare alla base la fragile coesistenza interna su cui poggia lo Stato libanese.
In assenza di un consenso interno, di un processo politico condiviso e di un progetto difensivo nazionale autonomo, il piano promosso da Washington rischia di generare una crisi istituzionale irreversibile. La sua applicazione potrebbe disgregare l’esercito, delegittimare il governo e riaprire ferite mai rimarginate della guerra civile. In un Paese già stremato da crisi economiche e sociali, ciò potrebbe rappresentare il colpo di grazia.
Il sondaggio del Consultative Center for Studies and Documentation è chiaro: la maggioranza dei libanesi non accetta il disarmo della Resistenza. Né lo considera un passo verso la pace, ma piuttosto verso l’esposizione del Paese a nuove aggressioni. Il popolo libanese ha compreso che senza Hezbollah, la deterrenza crollerebbe e con essa ogni possibilità di autodifesa reale. Lungi dall’essere un problema, la Resistenza è oggi percepita da ampi settori della società come l’ultimo scudo della sovranità.
E come affermano numerose voci critiche, nessuna pace può esistere senza dignità, e nessuna dignità è possibile in uno Stato piegato ai ricatti geopolitici delle potenze straniere. Il disarmo di Hezbollah, così come concepito da Washington, non è solo irrealistico: è una provocazione. È la pretesa di smantellare una forza nata dalla resistenza all’occupazione, senza offrire alcuna alternativa reale di sicurezza, né garanzie concrete di sovranità.
Il Libano non può diventare una zona cuscinetto per tutelare la sicurezza israeliana a spese della propria autodeterminazione. Qualunque soluzione duratura dovrà nascere da un dialogo interno e non da imposizioni esterne. Hezbollah, piaccia o meno ai patroni occidentali del piano, è oggi parte integrante dell’equilibrio nazionale. Pensare di eliminarlo con un atto amministrativo o un ultimatum straniero non è solo ingenuo: è una minaccia diretta alla pace civile e alla sopravvivenza del Libano come Stato sovrano.
NOTE
[1] Laila Bassam, “US plan sees Hezbollah disarmed by year‑end”, Reuters, 7 agosto 2025, https://www.reuters.com/world/middle-east/us-plan-sees-hezbollah-disarmed-by-year-end-israeli-withdrawal-2025-08-07/
[2] Abby Sewell, “Lebanese Shiite ministers walk out of a Cabinet meeting over plan to disarm Hezbollah”, AP News, 7 agosto 2025, https://www.apnews.com/article/lebanon-hezbollah-israel-darrell-issa-army-c4c7bb6fc380f2b2acd8b7e9bd81512b
[3] Pasquale Porciello, “Beirut vota il disarmo di Hezbollah, i ministri sciiti disertano”, il manifesto, 8 agosto 2025, https://ilmanifesto.it/beirut-vota-il-disarmo-di-hezbollah-i-ministri-sciiti-disertano
[4] Human Rights Watch, “Lebanon: Israeli Forces Occupied, Vandalized Schools”, 6 agosto 2025, https://www.hrw.org/news/2025/08/06/lebanon-israeli-forces-occupied-vandalized-schools
[5] Al‑Manar (English), “Israeli drone attack kills an 11‑year boy in Touline town, South Lebanon”, 6 agosto 2025, https://english.almanar.com.lb/2471361
[6] William Christou, “US demands for Hezbollah disarmament may force Lebanon into dangerous choice”, The Guardian, 7 agosto 2025, https://www.theguardian.com/world/2025/aug/07/us-pushes-lebanon-towards-dangerous-course-of-disarming-hezbollah
[7] Iran Front Page, “Most Lebanese oppose Hezbollah disarmament: Survey”, 6 agosto 2025, https://ifpnews.com/most-lebanese-oppose-hezbollah-disarmament-survey
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