La cooperazione internazionale da tempo si affida a organismi informali e istituzionalizzati per cercare di poter gestire le innumerevoli sfide che l’era globale pone: alla molteplicità dei temi in Agenda da affrontare, si affianca la varietà di protagonisti della scena mondiale che reclamano una maggiore rappresentatività. Un decision-making elitario risulta essere non solo poco “politically correct” ma, soprattutto, anacronistico rispetto allo scenario internazionale attuale, caratterizzato da nuove potenze emergenti. Il G20, facendo coesistere al suo interno le grandi potenze economiche di sempre e outisders come ad esempio la Turchia, l’Indonesia, l’Arabia Saudita, l’Argentina, può rappresentare lo strumento di svolta per la cooperazione multilaterale e la Turchia, forte di una posizione strategica e della sua rete di rapporti che unisce l’Occidente con l’Oriente, potrebbe rivelarsi – all’interno del Gruppo dei Venti – lo snodo fondamentale per contrastare gli effetti negativi della globalizzazione.

In uno scenario internazionale gerarchicamente strutturato ed economicamente eterogeneo, il G20 rappresenta quell’arduo tentativo di cooperazione multilaterale che, dal 1999 in poi, in seguito alla crisi asiatica degli anni Novanta, cerca di arginare gli scompensi e le crisi delle economie globali per garantire – se non un utopistico livellamento dei diversi gradi di sviluppo – almeno una comune consapevolezza e padronanza di tutti gli strumenti indispensabili per raggiungere adeguati livelli di crescita, industrializzazione e progresso, vademecum obbligatorio per una realtà internazionale meno dicotomica e sempre più orientata ad un assetto multipolare.

L’appartenenza a questa tipologia di summit per ogni membro rappresenta il riconoscimento internazionale del proprio status, con tutti i contraccolpi che possono poi derivare dall’essere dei “sorvegliati speciali” dell’economia mondiale. I paesi che fanno parte del G20 geograficamente ricoprono un’area molto vasta: al fianco dei membri del G8, di cui il G20 è una sorta di emanazione, troviamo quattro paesi asiatici (Cina, India, Indonesia e  Sud Corea), tre paesi islamici (Indonesia, Arabia Saudita e Turchia), tre paesi latino-americani (Argentina, Brasile e Messico) e un paese emergente dell’Africa (Sudafrica).

Non è sbagliato affermare che, nell’attesa della riforma e dell’ampliamento tanto vagheggiato del Vertice dei principali paesi industrializzati, il Gruppo dei Venti rappresenti un formato più innovativo e sicuramente più rappresentativo della geopolitica mondiale. A ciò che si aggiunga che un’Agenda organizzata su questioni specificatamente economiche, pur trattando temi ingombranti e delicati, non giocando su livelli totalmente diversi ha il vantaggio di non essere dispersiva. Ciò non significa, tuttavia, che una simile struttura sia immune da rischi: il numero di partecipanti nella cooperazione internazionale da sempre porta con sé una proporzionale difficoltà in vista del raggiungimento di un accordo, per esempio per le misure da applicare paese per paese. E poi non bisogna sottovalutare che, il raggiungimento di determinati traguardi, possa far nascere in alcuni dei paesi – prima non in grado di influire sugli equilibri mondiali – il desiderio di una condotta più libera, magari scevra dalle linee guida di un’appartenenza comune.

Uno sguardo particolare va puntato su quel gruppo di paesi, quali Turchia, Indonesia e Arabia Saudita, rappresentativi di una sorta di asse islamico all’interno del G20 che, a detta dei vari funzionari istituzionali, in primis la responsabile indonesiana delle Finanze, Sri Mulyani Indrawati, oltre a stimolare la crescita economica sostiene i valori comuni dei tre Paesi musulmani. Nello specifico è interessante analizzare il valore e il significato della Turchia che, anche in virtù del suo determinato voler entrare a far parte dell’Europa unita, si è distinta all’interno del G20 per una condotta positiva che non è passata assolutamente inosservata, soprattutto considerati gli ultimi anni di dilagante recessione economica. Se verso la fine del 2008, infatti, l’economia turca aveva subito una certa contrazione con effetti decisamente negativi soprattutto sull’occupazione, è indubbio che nell’ultimo trimestre del 2009, quindi a distanza di un anno, sia stata in grado di riprendersi confermando un’uscita stabile dalla recessione, e mostrando validi segnali di una crescita record del Pil (seconda solo alla Cina) riconosciuta anche dai partecipanti al Vertice di Toronto del 2010.

Quello del 2011 si prospetta un summit particolarmente interessante per la Turchia, in quanto la presidenza del G8 e del G20 è detenuta dalla Francia che si trova, quindi, a dover interagire con la Turchia su un doppio fronte: come futuro membro dell’Ue e come partecipante a tutti gli effetti al G20. I due contesti, benché differenti, invocherebbero comunque una coerenza di visione e di condotta da parte francese; in occasione della visita istituzionale ad Ankara del leader francese, nel febbraio di quest’anno, non sono passate inosservate le lamentele da parte di Erdoğan per una visita “troppo breve” da parte di Sarkozy – presentatosi in veste di presidente del G20 e non della Francia – e, soprattutto, per la ribadita ostilità francese verso le aspirazioni comunitarie turche [1]. A dispetto di ciò, tuttavia, la dichiarazione finale comune di Sarkozy ed Erdoğan del 25 febbraio, in previsione dell’incontro del G20 di novembre, non lascia trapelare alcuna discordanza sulle linee comuni da adottare e le tematiche da affrontare: il pieno supporto espresso da parte della Turchia nei confronti della Francia ed il costante inneggiare dei due paesi ad una salda strategia condivisa, pur conferendo toni di ambiguità ad una collaborazione che appare talvolta forzata seppur indispensabile, sembra comunque rientrare perfettamente nella logica della cooperazione internazionale in cui le divergenze tra singoli vengono necessariamente armonizzate e superate in vista del prioritario obiettivo comune. Ed ecco allora che Francia e Turchia, nell’ottica di quelle che sono le finalità per eccellenza del G20, hanno stilato di comune accordo, a seguito di questo incontro bilaterale, le basi di un’architettura finanziaria che favorisca una crescita sostenibile ed equilibrata e sostenga l’occupazione, enfatizzando l’importanza di una riforma del sistema monetario al fine di rafforzarlo e ridurne l’instabilità, respingendo ogni forma di protezionismo [2].

Tra le varie dichiarazioni della Turchia vale la pena, però, soffermarsi su una in particolare, sicuramente da non sottovalutare per l’intrinseco significato innovativo di cui si fa portatrice: la sua intenzione di voler ospitare l’incontro del G20 nel 2014.  Viene da sé che l’esito di tale richiesta, di cui si discuterà in occasione del summit a Cannes del 3-4 novembre, rappresenterà indubbiamente un importante momento di snodo dal punto di vista geopolitico. Non bisogna sottovalutare che, come accade nel G8, il Paese ospitante – oltre agli oneri che competono al rivestire questo ruolo di organizzatore – gode anche dei vantaggi, traducibili non solo in termini di visibilità ma anche di gestione dell’Agenda. E la Turchia, in caso di responso positivo, potrebbe veder puntati su di sé gli occhi della comunità internazionale non più solo per le questioni legate a Cipro, alla tutela dei diritti umani, alle problematiche etniche ma in quanto potenza economica emergente e, come tale, in grado di avere un peso sugli equilibri geopolitici     I suoi recenti traguardi politici ed economici, tuttavia, fanno parte del più ampio progetto di rinnovamento della visione strategica della Turchia, che si sta materializzando nella nuova dottrina di politica estera ormai nota come “Neo-ottomanismo”. Questa espressione trova il suo principale teorizzatore nell’attuale Ministro degli esteri turco, Davutoğlu. La sua visione del mondo e del posto che in questo occupa la Turchia e, prima di lei l’Impero ottomano, sono illustrati molto bene in quello che è il suo testo più famoso ossia “Stratejik Derinlik: Türkiye’nin Uluslararas Konumu” (Profondità strategica: la posizione internazionale della Turchia). In questo testo egli vuole dimostrare che il passato imperiale non costituisce affatto un peso per la Turchia ma, al contrario, un punto di forza per accrescere la sua importanza regionale e mondiale. La concezione geopolitica di  Davutoğlu, che lui chiama “l’autostima della nazione” e gli altri “neo-ottomanismo”, è uno sforzo intellettuale per fermare il declino in cui – a suo parere – è caduto il paese  a partire dal ventesimo secolo. Nella sua visione la Turchia dovrebbe trarre vantaggio dalla fine della Guerra fredda e della contrapposizione est-ovest, dal suo particolare profilo culturale e politico (uno Stato musulmano laico e democratico) e, soprattutto, dalla sua peculiare posizione geo-strategica.

La Turchia negli ultimi sessant’anni ha tessuto le basi di forti alleanze per creare condizioni ottimali per il suo sviluppo nazionale: questo ha incluso una stretta partnership con gli Stati Uniti, l’entrare a far parte della Nato, le negoziazioni avviate con l’Ue. Ha anche ricoperto un ruolo costruttivo nelle istituzioni internazionali, incluse le Nazioni Unite e ad esempio le associazioni regionali. Negli ultimi anni è poi stata attivamente coinvolta nelle sue relazioni di vicinato con la Russia, l’Asia centrale e il mondo arabo; gioca sicuramente un ruolo importante nelle aree di speciale interesse come la sicurezza energetica, la pace nel Vicino Oriente, la stabilità finanziaria.

Ma, da parte turca, sembrano esserci parecchi dubbi sulla reale possibilità di poter ospitare il summit nel 2014. La questione s’incentra su una mancata linearità di visione da parte delle grandi potenze: il riconoscimento del suo evidente sviluppo, che l’ha portata ed essere la diciassettesima potenza mondiale e la sesta in Europa, presupporrebbe il suo dover essere annoverata nei vari forum internazionali, in primis – per coerenza – nel G8, non più come semplice osservatore o invitato ma, piuttosto, come membro effettivo.

La questione dell’appartenenza, però, inevitabilmente finisce con l’ampliarsi e incentrarsi sulla ripartizione tra “paesi sviluppati” e “paesi in via di sviluppo”, con riferimento a come questi ultimi verrebbero penalizzati in termini di rappresentatività nei corpi decisionali. Il G20 apparirebbe come una tavola rotonda che nominalmente e numericamente consta di venti membri, quanto a forza rappresentativa sarebbe più vicina al G14 e, stando al potere decisionale, ricadrebbe nella sfera dei G8. Turchia, Indonesia, Australia, Arabia Saudita, Sud Corea e Argentina, rappresentando insieme una cospicua porzione dell’economia mondiale, capeggiate dalla Turchia potrebbero ergersi a contraltare di quel G14 che – a detta di molti – potrebbe prendere il posto del G8 nel futuro più imminente. I recenti eventi tratteggiano una Turchia sempre più motivata a fungere da portavoce dei paesi in ascesa, nell’ottica di un governo globale che, per definirsi tale, dovrebbe realmente cominciare a dilatare concretamente i suoi confini in un processo di destrutturazione e rinnovamento che coinvolga in primo luogo quelle istituzioni internazionali come il FMI e la Banca Mondiale, i cui meccanismi di ripartizione dei fondi e dei voti e lo stesso assetto gerarchico sembrano ancora rispecchiare una realtà ancorata geograficamente per lo più agli USA e all’Europa [3].

Quale può essere, quindi il peso di una presenza turca nel G20 in una prospettiva futura?

Secondo il diplomatico turco Akcapar, il G20 potrebbe rappresentare il più appropriato veicolo per la realizzazione degli interessi della Turchia e del suo ruolo nel mondo rispetto all’Ue e alle istituzioni di Bretton Woods, benchè non ci sia ragione di considerarle istituzioni concorrenziali bensì complementari.

Poiché la Turchia rappresenta l’esempio della complessità della diversità culturale e si colloca nel crocevia di un’area geografica critica, essa può svolgere un ruolo unico nel rappresentare le aspirazioni del mondo non occidentale e fornire una visione alternativa a quello che è stato, fino ad ora, un approccio prevalentemente occidentale nel rispondere alla sfide globali. Ovviamente una Turchia sempre  più attiva nel G20 non interferirebbe con il suo coinvolgimento nelle altre istituzioni internazionali ma, al contrario, un suo sostanziale attivismo nel rendere il summit del G20 un successo, rafforzerebbe il ruolo della Turchia come rispettato ed efficace membro della comunità internazionale [4].

Senza il ruolo preponderante della Turchia e altri paesi chiave emergenti del G20, infatti, il G20 stesso potrebbe rimanere un episodio nella risoluzione della crisi finanziaria piuttosto che diventare un meccanismo di trasformazione per una supremazia globale in una nuova era della cooperazione. Di pari passo dovrebbe seguire l’elevazione del summit dei Venti ad un incontro tra Capi di Stato, con concomitante ampliamento dell’Agenda a questioni quali ambiente, educazione, risoluzione dei conflitti: ciò significherebbe – anziché la coesistenza di più organismi simili che tendono a creare sovrapposizioni di competenze e delicati attriti di rappresentatività (G7, G8, G14) – garantire l’esistenza di un unico forum che guardi alla eterogeneità geografica non come deterrente ma, piuttosto, come elemento di cui tener conto nell’elaborazione di strategie comuni che – considerato il loro impatto globale – non potranno dirsi efficienti se incapaci di coniugarsi con i differenti scenari esistenti.

*Cristiana Tosti, laureata in Storia della Istituzioni politiche (Università di Bari) – Dottore di ricerca in “Storia dell’Europa contemporanea” (Università di Bari).

NOTE

[1] M. Ottaviani, Toccata e fuga, 24 febbraio 2011, lastampa.it.

[2] G20 – Joint declaration by Nicolas Sarkozy, President of the Republic, and Recep Tayyip Erdogan, Prime Minister of Turkey Ankara, 25 febbraio 2011, http://www.ambafrance-uk.org/Joint-statement-by-President.html.

[3] A. Bozkurt,   G-14 versus G-20 and Turkey’s position, “Today’s Zaman”, 19 September 2009.

[4] C. Bradford, J. Linn, The G20 summit –Its significance for world and Turkey, Turkey’s MFA Quarterly International Economic Issues and Brookings Paper, March, p.68.

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