Con la pubblicazione di tale articolo si vuole sottolineare l’importanza del dibattito interno ai vari Paesi riguardo i flussi migratori. In questo caso si tratta del dibattito giapponese e l’autore preso in considerazione ritiene l’immigrazione una risorsa spiegando il proprio punto di vista. Crediamo sia importante per capire gli equilibri mondiali dare attenzione a tali aspetti della convivenza.

di Lawrence Repeta con un’introduzione a cura di Glenda S. Roberts

Da quando il Partito Democratico ha preso il potere in Giappone con l’amministrazione Hatoyama nel settembre del 2009, non ci sono stati grandi cambiamenti per quanto riguarda il problema dell’immigrazione nel Paese. C’è stato però un grande dibattito all’interno della società civile che vede sempre più nello stabilimento di una qualche forma di immigrazione regolarizzata la soluzione almeno parziale al declino demografico del Giappone. Sono degne di nota ad esempio le proposte di legge avanzate dal Consiglio per l’Educazione della Popolazione – Gruppo di Ricerca Akashi (2010) e note con il nome di “Le Sette Proposte per il Giappone affinché ristabilisca il suo Posto come Membro Rispettato della Comunità Internazionale: a favore di una Prospettiva Globale per il Futuro del Giappone.” Una delle sette proposte è di promulgare una nuova legge sull’immigrazione e di stabilire un’Agenzia dell’Immigrazione. Il Consiglio ha affermato che “ci si aspetta dalla volontà politica e dalla classe dirigente del Paese che vengano intrapresi i passi necessari per l’attuazione di una tale legge”. Tuttavia, nell’attuale depressione economica, con i media che riportano la sempre crescente difficoltà dei giovani laureati giapponesi a trovare un lavoro, è estremamente difficile che tale volontà politica possa emergere alla superficie.

L’idea di creare un paese aperto all’immigrazione cominciò ad apparire diversi anni fa, quando i Giapponesi cominciarono a manifestare una sempre maggiore preoccupazione di fronte alle proiezioni che mostrano il rapido invecchiamento e declino della popolazione. Tra le manifestazioni più recenti in questo senso c’è stato il “Project Team” creato da 23 membri del Partito Liberal-Democratico, il quale ha pubblicato una proposta di legge intitolata “Aprire il Paese alle Risorse Umane. La strada verso uno stato di immigrazione alla giapponese per la costruzione di un Paese nel quale la gioventù di tutto il mondo desidera immigrare” (12 giugno 2008). Tale proposta non ha avuto a suo tempo il pieno appoggio del LPD, ma è significativo notare il fatto che essa sia stata pubblicata dagli organi ufficiali del Partito.

L’articolo di Lawrence Repeta che segue presenta la proposta di un altro grande sostenitore dell’immigrazione, Sakanaka Hidenori, il fondatore dell’Istituto Giapponese per la Politica dell’Immigrazione. Sakanaka ha anche formato un gruppo di studio sulle società d’immigrazione, il quale si è radunato a Tokyo per ben tre volte dall’estate del 2010 ed è in costante sviluppo. Senza dubbio Sakanaka è da considerarsi uno dei promotori più attivi in Giappone per l’apertura del Paese all’immigrazione.

Le proposte di Sakanaka si trovano ancora in uno stadio embrionale, e nonostante il suo grande entusiasmo a sostegno di questa iniziativa, la sua voce non si è ancora fatta molta strada all’interno della società giapponese nel suo complesso. Settori quali l’educazione e l’opinione pubblica hanno il bisogno di essere sensibilizzati ed informati maggiormente circa le conseguenze che una società multietnica avrebbe sul Paese e va inoltre sviluppato un senso di comprensione e di apprezzamento nella popolazione giapponese verso realtà etniche differenti.

Quando mio figlio era uno studente di una scuola pubblica di Tokyo, un giorno tornò a casa tutto eccitato e mi disse che aveva scoperto cosa avrebbe voluto fare una volta divenuto adulto: un coltivatore di riso in Giappone, in modo che avrebbe potuto salvare l’agricoltura giapponese da tutte le sgradevoli pressioni americane. E’ interessante notare come mio figlio non si fosse discostato troppo dalla realtà: infatti una delle proposte di Sakanaka è che gli stranieri potrebbero essere davvero i salvatori dell’agricoltura giapponese. Allo stesso tempo però, nel 2009, ebbi l’occasione di avere una lunga conversazione con un contadino di riso part-time nella Prefettura di Aichi. Quest’uomo, che si autodefiniva come “un lavoratore povero”, affittava un piccolo appezzamento di terreno da un grande proprietario terriero locale e lavorava durante la settimana per un’organizzazione agricola non a scopo di lucro. Laureato in economia in un’università privata di Tokyo, non riuscì a trovare lavoro quando si laureò poco dopo lo scoppio della Bolla nel 1991, e quindi decise di ritirarsi in campagna. Sperava di potersi stabilire in quella regione ma, mi raccontò sarcasticamente e con una nota di amarezza, dovette alla fine tornarsene in città, poiché la gente delle campagne della Prefettura di Aichi non vedeva di buon occhio gli outsiders; insomma erano troppo chiusi per accogliere a lungo termine qualcuno venuto da fuori. L’uomo non era sposato e tra la popolazione locale non trovò prospettive. Quando ripenso a questa storia, non posso fare a meno di pensare a come reagiranno gli stessi contadini all’arrivo dei “salvatori” stranieri. Questo pare essere un punto di cruciale importanza per quanto riguarda le proposte avanzate da Sakanaka circa l’immigrazione verso il Giappone.

In realtà in Giappone si è già verificato un fenomeno di immigrazione su vasta scala, ma si tratta principalmente di studenti provenienti dalla Cina e rimasti anche oltre la conclusione del loro studio per essere impiegati in vari settori dell’economia. Tuttavia, questo esempio positivo di immigrazione a lungo termine non ha ancora attratto l’attenzione mediatica che meriterebbe davanti all’opinione pubblica giapponese. E se il progetto sostenuto da Sakanaka e tanti altri, ovvero l’apertura del Paese ad un’immigrazione stabile e di lunga durata, vuole davvero avere successo, dovrà inevitabilmente passare attraverso un lungo processo di informazione e sensibilizzazione di tutte le parti coinvolte.

I media internazionali hanno recentemente volto la loro attenzione su alcuni aspetti allarmanti della politica di immigrazione giapponese – o forse sarebbe meglio dire della politica di non immigrazione giapponese. In una cronaca pubblicata poco prima delle elezioni della Camera dei Consiglieri dell’11 luglio scorso, un reporter della Reuters ha sottolineato come i politici del Giappone facciano di tutto per evitare di discutere del tema dell’immigrazione, considerato “un problema troppo caldo per chiunque.”[1] Due settimane più tardi il New York Times ha pubblicato un reportage sulla difficile situazione dei lavoratori stranieri portati in Giappone attraverso programmi di formazione professionale. Essi ricevono spesso salari al di sotto della media nazionale, subiscono orari lavorativi diurni e notturni a dir poco infernali e diventano talvolta vittime del fenomeno detto karoshi, ovvero della morte per eccesso di lavoro.

Gli attivisti per i Diritti Umani hanno a lungo denunciato tale deplorevole stato delle cose e nel 2008 sono riusciti a convincere il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite a pubblicare una raccomandazione formale per il Giappone affinché tali programmi vengano eliminati e sostituiti con “con un nuovo schema che protegga adeguatamente i diritti degli stagisti e dei tirocinanti e si concentri sulla formazione di abilità professionali e non più sul semplice reclutamento di manodopera a basso costo.”[2]

Come succede in molte altre parti del mondo, anche in Giappone i politici si concentrano spesso su problemi di breve termine che hanno la maggiore influenza sul proprio elettorato, mentre ignorano le problematiche più spinose ch potrebbero avere il più grande impatto sugli interessi a lungo termine della società. Nel caso del Giappone, il grande problema che finisce inevitabilmente per sminuire le altre questioni è l’incombente crisi demografica. A partire dal 2005 il Giappone ha cominciato a registrare un tasso di crescita di popolazione negativo e tutte le proiezioni suggeriscono un calo di popolazione di almeno 25 milioni di unità alla metà del XXI secolo. Inoltre, la combinazione tra l’acuto declino del tasso assoluto di fertilità in Giappone con il fatto che la popolazione giapponese è la più longeva al mondo implica una popolazione sempre più vecchia. Riflettendo sul fatto che alla metà di questo secolo il numero di ottuagenari giapponesi supererà quello dei suoi bambini, il professor Vaclav Smil ha scritto che “il declino ed invecchiamento della popolazione giapponese porterà il Paese in un territorio demografico senza precedenti e veramente estremo, rendendolo un involontario pioniere globale di una nuova società”.[3]

Le strategie più efficaci per arrestare tale declino di popolazione sono ovviamente di incrementare il tasso di nascite ed aumentare il numero di immigrati. Da quando ha preso il potere l’anno scorso, il Partito Democratico giapponese ha proposto e intrapreso diverse misure per realizzare la prima strategia, ma non ha speso nemmeno una parola per quanto riguarda l’immigrazione.

Sakanaka Hidenori, un ufficiale in pensione del Ministero della Giustizia giapponese, è recentemente diventato molto popolare per il suo sincero sostegno all’idea di una apertura verso l’immigrazione. Nel 2005 ha fondato una ONG che si dedica interamente a questioni connesse con l’immigrazione. In un libretto pubblicato nel 2007 e tradotto quest’anno in inglese, egli sostiene che il Giappone deve realizzare un afflusso di 10 milioni di nuovi immigrati entro il 2050. “Gli immigrati possono salvare il Giappone” recita il suo motto, ma per attrarre gli stranieri, il Giappone deve diventare una società multietnica e “un paese capace di regalare sogni agli stranieri.”[4] L’importanza del lavoro di Sakanaka non risiede soltanto nella sua lunga esperienza di ufficiale governativo, ma soprattutto nel fatto che il suo programma di immigrazione è senza dubbi il più ambizioso messo a punto da un intellettuale o una figura pubblica giapponese fino a questo momento. Inoltre, la cifra di 10 milioni di nuovi immigrati ha fatto recentemente la sua entrata ufficiale nel dibattito pubblico, divenendo una delle questioni più accesamente discusse.

Se il Giappone si mettesse davvero a perseguire l’obiettivo di Sakanaka, si porrebbero subito diverse questioni. Dove vivrebbero i 10 milioni di nuovi arrivati? Che tipo di lavoro avrebbero? Che tipo di opportunità educative sarebbero messe a disposizione dei loro figli? E di quali servizi medici e pensionistici potrebbero servirsi? Che ne penserebbe la popolazione giapponese di una tale politica? Cosa penserebbe dei loro nuovi vicini? E i nuovi immigrati sarebbero felici in Giappone? Lo stesso Sakanaka ripete più volte nel suo libretto che è necessaria la costruzione di un “Giappone multietnico”, anche se spesso poi non compendia le sue tesi con dati numerici incontrovertibili o analisi qualitative convincenti. Tuttavia tutte le sue proposte formano una sorta di agenda globale sul tema dell’immigrazione in Giappone, e qui di seguito saranno riassunte le sue principali idee al fine di rendere un’idea sul tipo di dibattito che avviene in Giappone su questo problema.

Il Giappone come “Nazione di Immigrazione” – Gli Otto Elementi Chiave dell’agenda di Sakanaka Hidenori

La “Nazione di Immigrazione” di Sakanaka propone almeno otto distinti provvedimenti e obiettivi diretti alla creazione delle infrastrutture necessarie per accogliere i 10 milioni di nuovi immigrati, trasformando così il Giappone in una vera società multietnica.

1. Passaggio da “lavoratori temporanei” a “immigrati”

Sakanaka ripone la sua più grande speranza sulle spalle degli studenti stranieri che ottengono un titolo di studio di istruzione superiore presso le università giapponesi. Questa coorte di giovani altamente specializzati formerebbe il nucleo duro dei 10 milioni di nuovi immigrati. “Attualmente si stanno prendendo misure per accogliere circa trecentomila nuovi studenti stranieri, ma io penso che si dovrebbe fare uno sforzo per arrivare ad un numero complessivo di almeno 1 milione. Questo sarebbe il pilastro centrale del mio progetto per i 10 milioni di nuovi immigrati. Le istituzioni di educazione superiore nelle quali si formerebbero studenti di diverse nazionalità e con diversi retroterra etnici e culturali verrebbero così a rappresentare delle vere e proprie miniere di talenti nonché una considerevole fonte di immigrazione futura. Se riuscissimo a raggiungere il numero di 1 milione di nuovi studenti, garantendo ad almeno il 70% di essi di trovare un impiego in Giappone ed introducendo un sistema che faciliti l’acquisizione del diritto di residenza permanente, credo che l’idea dei 10 nuovi milioni di immigrati diventerà presto una realtà.” Sakanaka rivolge la propria attenzione esattamente sui cosiddetti “residenti permanenti”, persone cioè che abbiano ottenuto un permesso di soggiorno a durata indefinita e che rappresentano per lui dei naturali candidati alla nazionalità giapponese. Egli sostiene infatti di essere contro l’introduzione nel Paese di lavoratori temporanei, compresi i tirocinanti in discipline tecniche. In passato i lavoratori temporanei stranieri venivano portati in Giappone per compensare la mancanza di manodopera nell’industria manifatturiera, venivano sottopagati e rispediti al loro paese d’origine quando non si aveva più bisogno di loro. Inoltre ammette che la politica del governo giapponese ha portato diversi problemi, soprattutto per quanto riguarda gli immigrati brasiliani o di altri paesi dell’America Latina. Tali programmi di introduzione di lavoratori temporanei non sono per Sakanaka che una soluzione provvisoria al problema. “Paesi che si trovino ad affrontare il problema del declino della popolazione non hanno bisogno di lavoratori temporanei, ma di persone che si stabiliscono a lungo termine nel Paese, ovvero di immigrati. Noi dobbiamo dare a questi immigrati degli incentivi per vivere e lavorare permanentemente in Giappone e per integrarli nelle nostre comunità regionali.” Ma che tipo di immigrati sono richiesti nella visione di Sakanaka? Egli individua le seguenti cinque categorie: “laureati presso università giapponesi, studenti iscritti in scuole specialistiche per la formazione professionale, le famiglie degli immigrati, immigrati umanitari (rifugiati politici e richiedenti l’asilo politico) e quelli venuti a fare degli investimenti (vale a dire i benestanti).”

2. L’educazione come magnete d’attrazione

Nel cuore della proposta di Sakanaka risiede “l’utilizzo delle università e delle scuole di formazione professionale giapponesi al fine di fornire agli studenti stranieri le abilità, il supporto per l’impiego professionale e la facilitazione per un loro insediamento permanente nel Paese”. Non è certo la disponibilità di posti a mancare. “A causa del declino del numero di giovani giapponesi, le istituzioni educative quali le università e le scuole superiori di agricoltura hanno una grandissima disponibilità di posti.”

Per quanto riguarda la disponibilità di posti nelle scuole di formazione professionale, egli scrive: “A causa del declino della popolazione, abbiamo una gran quantità di spazio nei licei specializzati nell’insegnamento delle materie dell’agricoltura, dell’industria, della pesca e di altri settori. Potremmo stabilire dei curricoli scolastici di tre anni, nei quali il primo anno sarebbe incentrato sull’insegnamento della lingua giapponese  e i due successivi sul conferimento di abilità professionali specialistiche. Poi potremmo istituire un ulteriore anno di addestramento professionale presso le ditte per coloro che hanno superato il corso di studi nelle scuole.”

Gli individui che completeranno tale curricolo incorreranno in un obbligo. “La struttura del mio progetto per incoraggiare il lavoro e l’insediamento permanente nel Paese ha due condizioni: 1) che gli studenti completino il loro corso di studi e cerchino lavoro in Giappone e 2) che vengano assunti come impiegati a tempo pieno in aziende di tutti i settori dell’economia giapponese.”

Potremmo alimentare il talento degli stranieri attraverso il sistema educativo giapponese, fornire un supporto professionale a chi lo desideri, e poi incoraggiarli ad insediarsi in Giappone. Anche coloro che desiderano tornare nel loro Paese ricoprono un ruolo importante, in quanto essi contribuiranno notevolmente allo sviluppo economico dei paesi originari attraverso le conoscenze e competenze specifiche acquisite durante il loro soggiorno in Giappone.” Lungo tutto il libro Sakanaka enfatizza ripetutamente il fatto che il Giappone dovrà in tutti i modi evitare l’insorgere di un fenomeno di fuga di cervelli dai paesi in via di sviluppo. In questo punto Sakanaka sembra considerare il sistema educativo giapponese come una valida risorsa alternativa per il mondo intero. Egli non menziona mai il sistema educativo americano come modello da emulare, ma il parallelo con la popolazione esistente di studenti che cercano opportunità di lavoro attraverso le università americane è evidente.

3. Riforme del sistema educativo e dell’occupazione

Sakanaka ammette comunque che ci sono delle questioni ancora aperte. Ad esempio riconosce il fatto che il Giappone dovrà confrontarsi con una fortissima competizione con altri paesi anch’essi impegnati nell’attrarre studenti stranieri al loro interno. Il successo del suo modello dipenderà “se riusciremo ad attrarre giovani studenti da tutto il mondo nelle nostre istituzioni di educazione superiore e se riusciremo a fornire loro una serie di abilità ad altissimo livello di specializzazione.” Queste persone devono essere messe in condizione cioè di decidere che il Giappone rappresenta l’alternativa più allettante nel perseguimento di una futura carriera e sceglierlo come destinazione per i loro studi universitari.

Inoltre egli esprime la preoccupazione che il sistema educativo e le pratiche amministrative giapponesi potrebbero non essere all’altezza dell’onere che egli intende porre su di essi. “La creazione di un ambiente di ricerca e di educazione ottimali per gli studenti stranieri è una questione di primaria importanza. Dobbiamo necessariamente riformare il nostro sistema universitario in modo da elevare anche il livello educativo degli studenti stranieri. Anche un sistema di consistenti borse di studio e la costruzione di alloggi universitari sono degli imperativi da non trascurare. Le università giapponesi si trovano attualmente in una difficilissima situazione finanziaria a causa del declino della popolazione e della diminuzione delle rette universitarie che ne consegue. In uno sforzo costante volto a trovare nuovi fondi, esse ammettono sempre più studenti giapponesi e stranieri, ma spesso a costo dello loro standard educativo. Se tali pratiche continueranno anche in futuro, i nostri migliori studenti si recheranno sempre di più all’estero e il peggioramento della qualità dell’istruzione giapponese continuerà inesorabilmente.”

Bisogna anche che ci sia una rivoluzione nella consapevolezza delle imprese che assumono studenti stranieri, oltre allo stabilimento di una cultura del management che dia uno status e un salario basati sulle abilità, e non sulla componente etnica o culturale. Ci dovrebbe essere una regolazione che permetta la piena manifestazione del talento creativo e dell’espressione artistica degli studenti stranieri dotati di una visione globale nonché la loro messa in pratica. Se gli studenti stranieri non si sentiranno attratti verso le imprese giapponesi, allora li perderemo a vantaggio di altri paesi. Essi hanno un forte desiderio di migliorare la loro posizione sociale, e chiedono di essere valutati in maniera equa dalle imprese giapponesi. Se il livello di discriminazione contro gli stranieri non cambierà in futuro, anche una volta raggiunto il semplice obiettivo di 300.000 nuovi studenti arrivati in Giappone, noi non potremo aspettarci di aumentare il numero di coloro che cercano lavoro nel nostro Paese una volta conclusi gli studi universitari.

4. Responsabilità sociale della classe dirigente

Sakanaka sostiene che i datori di lavoro delle imprese devono svolgere un ruolo centrale affinché il suo progetto possa volgere a buon fine. Per ottenere la loro cooperazione, egli insiste affinché i principi di una “responsabilità sociale delle imprese” vengano applicati nel settore dell’occupazione degli immigrati. Il caso dei lavoratori Brasiliani in Giappone – continua Sakanaka – rappresenta l’esatto contrario di come bisogna affrontare il problema.

Molti degli oltre 300.000 lavoratori Brasiliani in Giappone vivono nella regione del Tōkai, nell’area compresa tra la città di Toyota nella Prefettura di Aichi e di Hamamatsu nella Prefettura di Shizuoka. I più grandi produttori di automobili giapponesi, quali ad esempio la Toyota, la Honda, la Suzuki e la Yamaha, sono concentrati nella regione del Tōkai. Tutte queste grandi aziende, al fine di mantenere i loro prezzi competitivi, hanno fatto un uso sistematico di una manodopera a basso prezzo.

La maggior parte dei Brasiliani che lavorano per ditte subappaltatrici sono assunti come lavoratori di fabbrica con contratti a tempo determinato, oppure sono assunti indirettamente attraverso agenzie interinali. L’attuale grave depressione economica globale ci pone di fronte all’importante quesito di che tipo di responsabilità sociale dobbiamo farci carico nei confronti di questi lavoratori irregolari.” Naturalmente tali contratti “a durata determinata” mettono i datori di lavoro nella posizione di sbarazzarsi di tutti i lavoratori il cui contratto sia scaduto e di cui non ci sia più bisogno.

A questo punto Sakanaka fa riferimento ad un preciso standard internazionale per questo problema. “Ad un livello internazionale, l’Organizzazione Internazionale per gli Standard (ISO) si sta cimentando con questioni relative a questa responsabilità sociale delle imprese. Nella sezione relativa agli standard da osservare per quanto riguarda la questione degli stranieri, vediamo che essa elenca proprio gli immigrati, i lavoratori stranieri e le loro famiglie come una categoria sociale particolarmente vulnerabile alla quale dobbiamo rivolgere una particolare attenzione. Si dice inoltre che le aziende devono rispettare i diritti di queste persone, nonché creare degli ambienti in cui tali diritti possano essere rispettati. Questi diritti sono la liberazione da pratiche occupazionali discriminatorie – inclusi l’assunzione, la selezione, l’accesso alla formazione continua, la promozione e il licenziamento – sulla base della razza, del colore della pelle, del sesso, dell’età, della componente etnica, della nazionalità e della società o paese di origine.[5]

L’industria automobilistica è sembrata ignorare tale trend verso una accresciuta attenzione per i diritti dei lavoratori stranieri, poiché quando i primi effetti della recessione mondiale si sono fatti sentire in Giappone, i primi ad essere licenziati sono stati proprio i lavoratori Brasiliani. Le imprese hanno affermato di non aver semplicemente rinnovato i contratti di lavoratori a progetto una volta che questi avevano raggiunto il loro termine. Ma in realtà esse stavano sfruttando le debole posizione di questi lavoratori a loro vantaggio.”

5. Rivitalizzare l’agricoltura

Sakanaka identifica nella “rivitalizzazione dell’agricoltura giapponese” un obiettivo politico imprescindibile e mette questo concetto al centro del suo discorso. Egli afferma che “alla radice dell’indebolimento della nostra industria agricola è la rapida diminuzione del numero di lavoratori agricoli”. La sua soluzione va da sé: “Al fine di salvare l’agricoltura giapponese dall’attuale deplorevole stato delle cose, propongo di far entrare in Giappone 50.000 immigrati agricoli, e di recuperare i circa 400.000 ettari di terreno coltivabile abbandonato rendendoli delle “zone di agricoltura di immigrati”. Dapprima su richiesta delle strutture governative locali e concentrandosi sui terreni coltivabili abbandonati in ciascuna delle divisioni amministrative, il Gabinetto centrale si occuperebbe di designare queste regioni come “zone speciali di agricoltura di immigrati”. In seguito si designerebbero le aziende di produzione agricola più adatte a diventare dei “Produttori Agricoli Speciali” (SPA=Special Producers’ in Agriculture), che saranno preposte all’assunzione di questi lavoratori agricoli venuti dall’estero.

In questo modo gli investimenti agricoli nonché tutta l’amministrazione di queste zone ad agricoltura speciale verrebbero posti sotto l’unica responsabilità degli SPAs. Inoltre verrebbero messi in piedi degli incentivi finanziari e degli sgravi fiscali per quelle zone coltivabili particolarmente colpite dal fenomeno dell’assenteismo dei proprietari terrieri.

Ancora una volta Sakanaka insiste sull’eccedenza di posti nelle scuole per la formazione professionale giapponesi come un prezioso vantaggio di cui servirsi. “Noi recluteremo giovani provenienti da tutto il mondo che desiderano intraprendere una carriera nel settore dell’agricoltura e li inseriremo nelle istituzioni governative per l’educazione superiore e nei licei agrari. Tali istituzioni educative (solitamente con un curricolo scolastico della durata di due anni, ce ne sono 43 in tutto il territorio nazionale con una capacità totale di circa 4.000 posti) e licei agrari (sistema scolastico di tre anni, circa 400 scuole in tutto il Giappone per un totale di 8.000 posti disponibili) sono già all’opera, nonostante il fatto che gli studenti giapponesi siano in continuo declino. Al fine di non sprecare queste preziose istituzioni educative, il mio progetto consiste appunto nell’utilizzarle per l’educazione degli stranieri che poi saranno impiegati nell’industria agricola.”

Per finanziare questo sistema di educazione rivolto anche, ma non solo, ai nuovi immigrati stranieri, il Governo e gli SPAs creeranno un fondo speciale. Gli SPAs assumeranno i giovani laureati di queste istituzioni educative impiegandoli come lavoratori a tempo pieno e garantendo loro gli stessi doveri e gli stessi salari dei lavoratori giapponesi. Una volta confermata la loro assunzione, il loro status ufficiale verrà cambiato da studente a residente permanente.”

Gli SPAs condurranno un’industria agricola intensiva e flessibile allo stesso tempo prendendo in affitto terreni incolti, terreni coltivabili abbandonati e aree forestali di montagna con proprietari assenti. Inoltre, un’amministrazione dalle svariate sfaccettature, che includerà le industrie alimentari e del legname, nonché l’allevamento degli animali, verrà sviluppata e potenziata.”

Gli SPAs opereranno sia nel campo dell’agricoltura che in quello della silvicoltura, garantendo ai lavoratori stranieri la disponibilità di lavoro lungo tutto l’anno, di regola nel’agricoltura dalla primavera all’autunno e nella silvicoltura in inverno. Gli immigrati vivranno in villaggi nei quali avranno accesso alle scuole, agli ospedali e ad altre strutture di base, e faranno i pendolari verso le zone più remote della campagna dove svolgeranno i loro lavori. Nelle città in cui questi immigrati attivi nel settore agricolo saranno concentrati, costruiremo zone industriali di industrie secondarie come ad esempio quella del biocombustibile, l’industria agroalimentare, mattatoi e macelli, caseifici ed impianti per il trattamento del legname.”

Le  ambizioni di Sakanaka non si fermano al semplice mercato nazionale.   “Mentre daremo grande importanza al miglioramento del brand giapponese  attraverso le nuove competenze in materia agricola, allo stesso tempo ritengo  che sia importante puntare ad un Giappone che diventi leader  nell’esportazione  di riso ad alto valore nutrizionale, di frutta e di carne.”

6. Giappone multietnico

Per raggiungere tutti questi obiettivi, Sakanaka dice che ci deve essere una vera e propria “rivoluzione sociale”, nella quale avvenga un passaggio epocale dell’immagine del sé nazionale da società omogenea a società multietnica.

I fondamenti del nostro stile di vita, la componente etnica e il nostro sistema socio-economico dovranno essere riconsiderati e un nuovo paese dovrà essere costruito. In termini di politiche concrete nei confronti degli stranieri, ciò significa ad esempio: se vogliamo risolvere la nostra malattia demografica diventando una nazione di immigrati, dobbiamo trasformare il Giappone in un “paese che regali sogni agli stranieri”; un paese nel quale desiderano migrare i giovani di tutto il mondo. Dobbiamo creare una società più equa, aprirci verso il mondo e garantire a tutti una opportunità di riuscire, senza considerare la componente etnica o nazionale e giudicando le persone soltanto sulla base dei loro meriti. E’ un requisito assolutamente indispensabile che questa società riesca a valutare maggiormente la diversità rispetto alla uniformità.”

Sakanaka dichiara che il Giappone deve abbandonare le sue pratiche sociali esclusive e addirittura che “i Giapponesi devono abbandonare i loro privilegi”. Ma che tipo di privilegi ha in mente Sakanaka? Ad esempio, “al fine di portare nuovi immigrati nei campo agricoli, le grandi imprese e altre industrie devono formare compagnie agricole, prendere in affitto il terreno dai contadini, assumere giovani laureati stranieri di scuole agrarie come lavoratori regolari a tempo pieno e sviluppare un tipo di produzione alimentare su larga scala; richiedere l’implementazione di una struttura amministrativa agricola completamente nuova, la qual cosa può essere sotto diversi aspetti molto dolorosa, in quanto questo nuovo sistema si andrebbe inevitabilmente a scontrare con molti degli interessi già esistenti. Ma ciononostante la politica d’immigrazione che sto proponendo comporterebbe un aumento consistente di persone professionalmente competenti e come diretto risultato rafforzerebbe la nostra forza lavoro agricola, oltre che aumentare il nostro tasso di autosufficienza alimentare.”

7. Ministero dell’Immigrazione

Mentre Sakanaka prova a persuadere i cittadini giapponesi ad abbandonare i propri privilegi, si adopera anche ad incoraggiare gli immigrati ad accettare e ad adattarsi alla società giapponese. A questo scopo, “la prima cosa da fare è di impartire un insegnamento adatto della lingua giapponese nonché fornire un supporto valido nella ricerca del lavoro, semplificare l’ottenimento della nazionalità giapponese e cominciare a discutere sulla possibilità per la seconda generazione di immigrati di ottenere la nazionalità giapponese per nascita. Naturalmente per affrontare tutte queste questioni abbiamo bisogno del promulgamento di una nuova legge sull’immigrazione che ponga le basi di una nuova idea della nazione giapponese come paese di immigrazione e permetta l’attuazione di norme che garantiscano un livello minimo di  integrazione sociale, oltre che l’attuazione di norme volte a proteggerci da episodi discriminatori contro le minoranze” (quando invece sembra in tutto per tutto che l’amministrazione Hatoyama abbia deciso di seguire la linea già perseguita dall’LPD, secondo la quale il Giappone non avrebbe bisogno di una legge anti-discriminazioni).[6]

L’adozione di tali leggi permetterebbe di formalizzare attraverso il Parlamento il passaggio epocale del Giappone verso una nazione di immigrazione, e allo stesso tempo di proclamare questo obiettivo come priorità nazionale. Al fine di sovraintendere all’implementazione di tali leggi, Sakanaka non pensa che sia il caso di affidarsi ad agenzie governative già esistenti, ma ritiene che sarebbe molto più opportuno creare un Ministero dell’Immigrazione indipendente.

Il Ministero dell’Immigrazione sarebbe un’organizzazione amministrativa nazionale con pieno potere per quanto concerne le politiche relative allo status legale degli stranieri. Potremmo dotarlo ad esempio dei tre seguenti dipartimenti:

1) Dipartimento per gli immigrati e la nazionalità (che decide gli standard per accettare gli stranieri e gli standard per concedere la nazionalità, ed esegue consistenti politiche relative ad immigrazione e nazionalità);

2) Dipartimento di controllo dell’immigrazione (il quale svolge funzioni di controllo sugli immigrati e di riconoscimento dei rifugiati politici);

3) Dipartimento di integrazione sociale (che sarebbe preposto all’implementazione di misure atte a favorire l’inserimento degli stranieri nella società giapponese e ad un’educazione di tipo multietnico).”

Un’immagine centrale che ricorre spesso nel libro di Sakanaka è quella degli immigrati “desiderosi”, di gente cioè disposta a lavorare e studiare intensamente, nonché di rassegnarsi ad un soggiorno permanente nel Paese e forse anche all’acquisizione di una nuova nazionalità. Ma allora cosa succederebbe con l’inevitabile apparizione di immigrati “non desiderabili”? Con quella ferma convinzione tipica di un ufficiale di vecchia data, Sakanaka dice di sapere cosa bisogna fare: “Noi dobbiamo assolutamente dare un giro di vite alla questione degli immigrati che tentano di introdursi nel Paese illegalmente. Dobbiamo avere un atteggiamento di tolleranza zero verso coloro che cercano di entrare dalla posta posteriore. Per fare questo, avremo bisogno di stabilire un impeccabile sistema di amministrazione dell’immigrazione. Se falliremo in questo, non potremo certo aspettarci il supporto pubblico per questo tipo di politica di immigrazione. Se in Giappone l’immagine degli stranieri dovesse essere associata con quella del crimine, del terrorismo o di altri fenomeni indesiderabili, il progetto di cui sto parlando sarebbe votato ad un inevitabile fallimento. E quindi non potremmo realizzare il nostro ideale di società di convivenza pacifica tra diversi popoli. E’ per questo motivo che è particolarmente importante riuscire ad evitare completamente l’immigrazione clandestina.”

8. “Operatori sociali per l’immigrazione”

Sakanaka riconosce che gli immigrati avranno bisogno di considerevole aiuto per adattarsi al nuovo mondo. “Se accetteremo gli immigrati nei numeri di cui ne abbiamo bisogno, allora l’istituzione di una figura di “operatore sociale per l’immigrazione”, che fornisca guido e supporto ai nuovi arrivati, sarà un tema per noi ineludibile. Avremo bisogno di istituzioni nuove per l’insegnamento della lingua giapponese, per il supporto nell’insediamento degli stranieri sul territorio e per fornire assistenza alle vittime di discriminazione. La difficoltà sta nell’assicurare un numero sufficiente di istruttori qualificati del giapponese come seconda lingua, nel disporre noi stessi di sufficienti abilità linguistiche per comunicare con gli stranieri e di una profonda conoscenza delle loro culture che ci permetta di comprenderli appieno.”

In tutto il Paese, abbiamo circa 20.000 persone attive nel campo dell’educazione della lingua giapponese, oltre a tutte quelle persone che lavorano in organizzazioni senza scopo di lucro che già forniscono una valida assistenza agli stranieri presenti in Giappone. Tali organizzazioni lavorano sotto diversi mandati, ad esempio per il supporto ai rifugiati, difendendo con forza i diritti degli stranieri e lottando per l’eradicazione della discriminazione etnica. Tutti i volontari che ho incontrato fanno parte di gruppi minoritari, si tratta di persone che sostengono con passione la causa degli stranieri, dello sviluppo sociale e si battono per riforme istituzionali. Provo una grande ammirazione per i loro sforzi disinteressati. E’ un nostro dovere assoluto, in quanto membri del governo e in quanto cittadini, considerare tutte queste persone come una risorsa indispensabile in questa epoca di immigrazione e quindi sostenerli adeguatamente.”

Ed ora sulla questione di come finanziare questi operatori sociali. Io credo che noi dobbiamo cercare di convincere gli individui a lavorare nei campi del volontariato e del non-profit. Il Governo a questo scopo dovrebbe sviluppare un programma di formazione per “operatori sociali dell’immigrazione”. Coloro che termineranno con successo tale programma, saranno riconosciuti ufficialmente come operatori sociali per gli immigrati e saranno inseriti in appositi registri.”

Qui sembrerebbe che Sakanaka abbia scovato un vero e proprio filone d’oro. Come fornire un’occupazione dignitosa a tutti quei laureati delle discipline umanistiche e sociali che sono caduti in una lotta per la sopravvivenza nel mondo del lavoro saltuario ed irregolare (cosiddetti freeter)? La risposta è: dare loro una formazione affinché possano diventare quegli operatori sociali e quegli insegnanti di lingua di cui si ha bisogno per attuare una politica di immigrazione razionale ed umana. Il Giappone ha un forte bisogno di queste persone, senza le quali il sogno di una società multietnica quale quella proposta da Sakanaka sarà impossibile da realizzare.

Commento finale

C’è un vasto accordo sul dilemma demografico giapponese e sulla necessità di manodopera straniera. Sakanaka ha bisogno di costruire un grande consenso quando fa riferimento al bisogno di lavoratori permanenti, non temporanei. In “Nazione di Immigrazione” egli elenca una serie di politiche ed obiettivi che non si potranno sottovalutare nella costruzione di una società multietnica. Ma avrà mai qualche possibilità di realizzazione questo vasto progetto di riforma ideato da Sakanaka?

L’atteggiamento irresponsabile mostrato dalle Autorità giapponesi nel trattare la questione dei lavoratori sudamericani invitati in Giappone negli Anni ‘90[7], mostra chiaramente che deve aver luogo una graduale trasformazione negli atteggiamenti pubblici ed ufficiali nei confronti degli immigrati, se si vuole che il Paese possa essere considerato come un’allettante destinazione da un gran numero di immigrati capaci e come “un Paese capace di regalare sogni agli stranieri.”

Le opinioni espresse nell’articolo sono dell’Autore e potrebbero non coincidere con quelle di “Eurasia”.

(traduzione a cura di Mario Vincenzo Casale)


[1] Il testo completo dell’articolo in questione è reperibile all’indirizzo: http://in.reuters.com/article/idINIndia-49967220100708

[2] Il testo completo del rapporto dell’ONU, e in particolare l’articolo 24 che parla espressamente dei programmi di reclutamento di lavoratori stranieri in Giappone, sono reperibili all’indirizzo: http://www.unhcr.org/refworld/type,CONCOBSERVATIONS,HRC,JPN,,0.html

[3] Si veda l’articolo The Unprecedented Shift in Japan’s Population: Numbers, Age, and Prospects”, reperibile all’indirizzo: http://www.japanfocus.org/-Vaclav-Smil/2411

[4] Una traduzione completa, anche se ancora in fase di lavorazione, è reperibile all’indirizzo: http://www.debito.org/sakanakaimmigrationnation2009.doc

[5] Per maggiori dettagli sulla questione, ci si può riferire direttamente alla pagina web dell’ISO: http://isotc.iso.org/livelink/livelink/fetch/2000/2122/830949/3934883/3935096/home.html?nodeid=4451259&vernum=0

[6] Sulla questione si può leggere il seguente articolo: http://www.japantoday.com/category/national/view/japan-disputes-racism-allegations-at-un-panel

[7] Su questa questione si può far riferimento al seguente articolo: http://www.japanfocus.org/-David-McNeill/3143

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