In Romania la primavera potrebbe portare sorprese poco piacevoli. Sino a oggi i mezzi di comunicazione italiani hanno pressoché rispettato la consegna del silenzio circa le manifestazioni che da oltre due settimane si stanno svolgendo a Bucarest e in altre città. Poche sono state le eccezioni, la cui più parte risulta, per contenuto di informazioni e analisi, trascurabili.

Ma adesso qualche cosa inizia a muoversi ed è comparsa la parolina magica: indignados. Sul sito di Apice Europa, una delle organizzazioni più attive nella promozione del concetto europeista, è di recente apparso un articolo di Adriana Longoni il cui titolo suona: «Anche in Romania scendono in piazza gli “indignados”» Notare che l’articolo è stato pubblicato solo il 26 gennaio, mentre le manifestazioni proseguono da ormai quasi tre settimane e ogni giorno ci sarebbero aggiornamenti da fornire. Perché solo adesso il portale di un’associazione che si propone, come leggiamo nella presentazione sul sito, «la divulgazione del concetto di cittadinanza europea e la promozione della partecipazione dei cittadini alla costruzione dell’Europa» si accorge di che cosa accade in un Paese dell’Unione europea?

L’articolo riassume in maniera veloce e un poco superficiale i motivi della protesta, trascurando ovviamente di segnalare alcuni dati quali ad esempio l’ingerenza dell’AmChams Romania nella “riforma” sanitaria avanzata dal governo romeno. E va bene. Poi il pezzo prosegue: «le manifestazioni hanno messo in evidenza anche striscioni che chiedevano più democrazia, più libertà di stampa, più coinvolgimento e dialogo con la popolazione e più rispetto per il Parlamento». Infatti, precisa la giornalista, «il Governo si era impegnato su una serie di leggi, senza per altro farle approvare dal Parlamento, fra cui la revisione del Codice del lavoro, adottata nel febbraio scorso e una nuova legge elettorale, ora al vaglio della Corte costituzionale su richiesta dei partiti d’opposizione.

Tuttavia, i partiti d’opposizione stentano ad organizzarsi e a presentarsi come alternativa democratica all’attuale Governo. La sfiducia dei romeni e la percezione di una diffusa corruzione hanno allontanato sempre più i cittadini dalle urne». Quindi né il “dittatore” Basescu né una sgangherata opposizione salveranno i romeni, secondo la collaboratrice di Apice. E lo dimostrerebbe, oltre ai dati forniti, uno studio (del 2009!) dell’Istituto romeno per le politiche pubbliche circa la diminuzione dell’affluenza alle urne. Nel Paese carpatico si sarebbe così creato «uno scarto impressionante nell’esercizio della democrazia che lascia purtroppo aperti varchi pericolosi a possibili discorsi populisti».

In buona sostanza la Romania sarebbe in mano, da una parte, a una classe politica ormai screditata agli occhi della popolazione, e questo viene inferito in base non a studi attuali o a presa di contatto diretta con la realtà romena, bensì a seguito di uno studio di tre anni fa, i cui risultati peraltro non sono poi così differenti rispetto a quelli riscontrati e riscontrabili in altre nazioni ad “alto tasso di democrazia”, gli Usa in testa, dove l’astensione dall’urna (funeraria?) è da decenni in crescita. Dall’altra parte invece non c’è la popolazione civile, bensì, come appunto spiega il titolo dell’articolo, gli indignados, ossia quel movimento internazionale in cui molti ripongono le proprie speranze di cambiamento. Accanto a questi due poli si paventa l’originalissimo spauracchio “populista”, ossia il solito fascista o comunista pronto a impossessarsi, manu militari oppure per via democratica, del potere, profittando della situazione di caos. Sulla monarchia invece nemmeno una parola.

Dunque niente urne, niente, tanto meno, qualche Catilina redivivo. E allora cosa ci si deve aspettare? Ovvio: il tecnico, il professore di turno, che qualche figura di dubbia origine e di dubbia attività ha già prospettato.
Ora, va detto che le proteste in Romania, ancorché abbiamo percepito talvolta un vago olezzo non gradevole, non hanno niente a che vedere con quelle degli indignados, anche se, invero, il marcio non è solo in Danimarca.

Forse molti non sanno che il fenomeno degli indignados, così tanto reclamizzato dai mezzi di comunicazione funzionali al sistema, ha un’origine quanto meno curiosa.
Uno dei siti di riferimento per le manifestazioni d’indignati che sin sono tenute, in tutto il mondo, lo scorso 15 ottobre, www.15october.net, era a nome di una tal Paulina Arcoss, la quale registrò il sito all’indirizzo 866 United Nation Plaza, ossia la medesima sede di certune organizzazioni, alcune note solo a pochi, altre invece celeberrime. Esse sono: il Lucis Trust, nota un tempo come Lucifer Trust (fede in Lucifero) fondata dalla teosofista Alice Bailey, l’Anti Defamation League, il Millennium Forum di Mihail Gorbaciov, ossia uno dei massimi responsabili del colpo di Stato del 1989 in Romania, e l’organizzazione religiosa dei Baha’i, una setta eretica staccatasi dall’Islam.

Fu lo stesso Gorbaciov a rilasciare ai giornali, all’indomani del 15 ottobre 2011, parole di ammirazione per gli indignados, sostenendo che attraverso di loro è possibile raggiungere il nuovo ordine mondiale.

Ci chiediamo come sia possibile che un uomo del sistema, qual è l’ex presidente sovietico, possa sostenere persone che all’apparenza protestano contro il sistema stesso se, in realtà, gli obbiettivi dei padroni delle ferriere e degli indignados non siano i medesimi. O meglio: se tale movimento “di massa” e “spontaneo” non sia invece uno strumento per l’ottenimento di scopi che col bene comune hanno poco a che vedere, visti i sostenitori – o sarebbe meglio parlare di emanatori – che si trovano dietro questo movimento.

Al momento la situazione in Romania è stabile e non è facile prevedere l’esito della crisi politico-sociale venutasi a creare. Gli è però che, con una qual certa sicurezza, possiamo prevedere – adoperando, sì, un luogo comune ma la cui verità ci pare incontestabile – che è necessario che tutto cambi affinché non cambi nulla.

*Luca Bistolfi è esperto di Europa orientale

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