L’alimentazione della  centrale nucleare iraniana di Bushehr, e le seguenti reazioni della comunità internazionale, sono solo uno degli ultimi sviluppi della lunga diatriba diplomatica riguardo il programma nucleare iraniano.

La centrale di Bushehr è stata ufficialmente rifornita per la prima volta di combustibile lo scorso 26 Ottobre. Secondo le dichiarazioni delle autorità iraniane la struttura dovrebbe essere in grado di iniziare a produrre elettricità a partire dai primi mesi del 2011, quando tutte le 163 forniture di combustibile saranno state inserite nel reattore. Lo scopo ufficiale della centrale è quello di produrre forniture energetiche per la rete elettrica nazionale, dunque per l’utilizzo “civile” della tecnologia nucleare, in piena conformità con quanto dichiarato dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare(TNP).

Al contrario di altre strutture, quella di Bushehr non è oggetto delle sanzioni decise dalle Nazione Unite ed il combustibile, una volta esaurito, dovrebbe essere rispedito in Russia, da dove proviene. Gli Stati Uniti e la comunità mondiale hanno infatti riconosciuto alla centrale piena legittimità: Hilary Clinton, lo stesso giorno della prima fornitura di combustile al reattore, ha dichiarato come Bushehr non sia tra i principali oggetti delle apprensioni statunitensi. Le maggiori obiezioni riguardano infatti altri siti, tra cui quello di Natanz ed alcune strutture definite come “segrete” dall’intelligence americana, dove la Repubblica Islamica potrebbe, sempre secondo le medesime fonti, perseguire un programma nucleare di tipo militare.

In una recente intervista, Emma Belcher, ricercatrice statunitense specializzata sulla tematica della non-proliferazione ed il disarmo nucleare, ha espresso il suo pensiero riguardo alla presunta opposizione al presidente Ahmadinejad all’interno del Parlamento; infatti, porta con se un’ambiguità politica riguardo la questione nucleare abbastanza difficile da leggere. In occasione dei colloqui intrattenuti tra l’Iran ed il gruppo dei 5+1( USA, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania) nell’Ottobre 2009 a Vienna, la delegazione iraniana si era mostrata favorevole alla proposta avanzata dagli altri partecipanti, alla quale si espresse favorevolmente lo stesso Ahmadinejad. La trattativa prevedeva uno scambio secondo cui la Repubblica Islamica avrebbe dovuto dare alla Russia il suo uranio arricchito al 3,5 % in cambio di uranio arricchito al 20 %, venendo incontro ai desideri internazionali di evitare il processo di arricchimento sul suolo iraniano. La proposta fu tuttavia rifiutata una volta giunta in Parlamento, nonostante i precedenti segnali positivi al riguardo da parte iraniana. Un’interpretazione di questo contesto risulta piuttosto difficoltosa: molti analisti infatti, hanno obiettato come probabilmente non si debba interpretare la bocciatura dei trattati come un totale rifiuto al dialogo da parte del Parlamento Iraniano. Se anche è vero che la proposta non soddisfaceva del tutto le aspettative della Repubblica Islamica, la quale infatti presentò nel Gennaio 2010 una contro offerta al Gruppo di Vienna, l’elemento di maggior rilievo sembrerebbe essere comunque un altro evidenziato sempre da Emma Berchel nell’intervista sopracitata: un accordo tra Ahmadinejad e la comunità internazionale porterebbe ad un rafforzamento della figura del Presidente che in molti al di fuori dell’Iran preferirebbero evitare.

I nuovi colloqui previsti tra Iran ed il gruppo dei 5+1, secondo l’emittente iraniana TV Press, dovrebbero svolgersi il 5 Dicembre a Ginevra, seguendo la proposta dell’alto rappresentante per le politiche estere dell’Unione Europea, Catherine Ashton. Tuttavia, alcune fonti vicine al Parlamento di Tehran, hanno già riportato il secco rifiuto dell’Istituzione a qualsiasi negoziato che preveda la fine del processo di arricchimento d’uranio sul suolo iraniano. Il raggiungimento di un soddisfacente accordo tra le parti, dunque, sembrerebbe al momento piuttosto lontano.

Alla luce dei fatti, formulare ipotesi sulle intenzioni di Tehran, resta un’impresa ardua. Per le potenze ostili, USA in primis, lo scopo esclusivamente civile della tecnologia nucleare in Iran è ancora tutto da accertare ed il pericolo della creazione di armi nucleari quanto mai incombente. Tuttavia, al momento, sembrerebbe comunque difficile determinare con sicurezza se l’Iran abbia o meno intenzioni belliche riguardo il suo programma nucleare. Non di meno, una politica di prevenzione, se così può essere definito il tentativo di evitare l’arricchimento dell’uranio sullo stesso suolo iraniano, sembrerebbe la strada preferibile per gli Stati Uniti , in concordanza con il filone di pensiero maggiormente diffuso: se si dispone della tecnologia necessaria per raggiungere un livello di arricchimento del 20 %, quello cioè necessario per la produzione di energia, non dovrebbe essere troppo difficile raggiungere quello del 99%, necessario per la produzione di tecnologia bellica. Neanche a dirlo, uno dei maggiori ostacoli per l’organizzazione di un nuovo tavolo di trattative è stato proprio l’oggetto su cui queste ultime si sarebbero incentrate: il governo di Tehran ha infatti chiesto più volte di chiarire da subito le intenzioni degli altri partecipanti all’incontro, dichiarando fin dal principio inammissibili alcune richieste, tra cui, per l’appunto, un eventuale arricchimento in sede straniera.

Un altro elemento infine, è oggetto dell’attenzione delle potenze mondiali: il proseguimento da parte dell’Iran della sua politica nucleare, nonostante le sanzioni e le richieste internazionali, potrebbe minare in profondità la credibilità e l’assetto stesso di istituzioni quali l’ONU. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha ripetutamente affrontato il discorso sull’arricchimento dell’uranio ma è noto che nemmeno le sanzioni economiche sancite a discapito della Repubblica Islamica, hanno ottenuto maggior successo: l’ultima tornata, approvata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU lo scorso Giugno, prendeva di mira le operazioni bancarie iraniane all’estero, le assicurazioni, il commercio di armi. Sanzioni definite dalla stessa Clinton come “particolarmente pesanti”, ma che in realtà hanno avuto ben poca influenza sul proseguimento del programma nucleare, com’è dimostrato dall’attivazione della stessa centrale di Bushehr.

Il messaggio che una simile politica invia è altamente rischioso nell’ottica non solo statunitense, ma anche delle istituzioni internazionali, soprattutto se a raccogliere il detto messaggio sono altri Paesi sotto “osservazione”. Nel caso specifico dell’Iran, non si può neppure prescindere dall’aerea geopolitica di appartenenza, un’area estremamente delicata: il Medio Oriente. Il discorso nucleare in Medio Oriente presenta problematiche innumerevoli ma ciò che davvero preoccupa, al di là dell’acquisizione delle tecnologie militari, è un profondo mutamento degli assetti geo-politici finora conosciuti. Il possesso della tecnologia nucleare è, allo stato attuale delle cose, un potente mezzo di ricatto e non tanto, come appena affermato, per un suo eventuale utilizzo militare, quanto piuttosto per l’influenza politica che una minaccia del genere automaticamente regala al Paese che ne dispone. In altre parole il potere contrattuale del Paese in questione, aumenta esponenzialmente dinanzi alla comunità degli Stati.

Al di là della paventata minaccia militare, il rischio maggiormente temuto è quello di un cambiamento degli equilibri di potere e non solo a livello  strettamente regionale: ciò che davvero si vorrebbe evitare, soprattutto da parte statunitense, è di trovarsi in una posizione di svantaggio all’interno dell’intricato sistema delle relazioni internazionali e nello scacchiere del Medio e Vicino Oriente.


* Valentina Gentile è Dottoressa in Studi Islamici (Università di Napoli l’Orientale)


Le opinioni espresse nell’articolo sono dell’Autrice e potrebbero non coincidere con quelle di “Eurasia”

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