Fonte: “BloGlobal

Il compimento del centocinquantesimo anno dell’unità d’Italia e la decisione della comunità internazionale di intervenire sullo scenario libico con la controversa missione ONU/NATO, sollevano molte riflessioni sulla collocazione internazionale del nostro Paese. Di fronte alla sfida che proviene (inaspettatamente) dal mondo arabo, ma anche da quelle che derivano dalle dinamiche di un modo sempre più multipolarizzato e globalizzato, l’Italia ha l’opportunità di operare un significativo ri-orientamento che le permetterebbe di acquisire una credibilità non solo a livello nazionale, ma anche a livello internazionale. Tale ri-collocazione non è possibile se non avviene secondo due profili: quello geografico e quello storico.
L’Italia è un Paese povero di risorse, ma in una posizione strategica di grande importanza, perché posto al centro del Mediterraneo e, dunque, in una posizione favorevole per la mediazione dei rapporti tra il mondo occidentale e quello orientale. È un dato inconfutabile, dimostrato, se vogliamo rintracciare le nostre origini, anche semplicemente dall’Impero romano o dalle rotte politiche e commerciali tracciate dalle Repubbliche marinare o, persino, dalle dominazioni che per almeno tre secoli si sono alternate sui nostri territori e che hanno determinato, in un modo o nell’altro (e anche nelle diverse regioni), le stesse percezioni della nostra collocazione nel mare nostrum.
Proprio il ritardo nell’unificazione rispetto agli altri Stati europei e una riconsiderazione del posizionamento geopolitico, ha spinto l’Italia nei primi anni del suo Regno a volersi misurare con le altre grandezze europee e di sviluppare, di volta in volta negli anni, tre diverse direttrici politiche: la direttrice nord-occidentale, quella nord-orientale, quella meridionale e mediterranea. A seconda delle varie epoche sono state sviluppate una sola, o due, o tutte e tre le direttrici insieme, ma il Novecento (e forse anche l’attualità) ha insegnato che l’Italia ha espresso appieno le sue potenzialità solo quando sono state sviluppate contemporaneamente tutt’e tre le traiettorie. Tuttavia, a differenza proprio degli altri Stati europei, l’Italia non ha mai potuto contare sul supporto di una forza armata al livello dei suoi concorrenti e ha dovuto puntare, semmai, sul ruolo della diplomazia e, dunque, sulle alleanze che sono state suggerite, più che dalle affinità politiche ed ideologiche, dagli interessi e dalle situazioni che, essendo mutevoli, hanno appunto reso insicure le stesse alleanze ed, evidentemente, incerta anche la nostra azione in politica estera.
È solo sulla base di queste considerazioni che si può comprendere l’intera storia della politica estera italiana, dai “giri di valzer” – che ci hanno spinti da un’alleanza all’altra, con le conseguenti vittorie e sconfitte, o vittorie mutilate – alle avventure coloniali, intraprese nel tentativo di arginare le spinte e le influenze provenienti – anche a causa della dissoluzione di antichi centri di potere – dalle altre potenze continentali europee e di trovare così, nel gioco degli equilibri di potenza regionali, il nostro “spazio vitale”.
È stato più facile dopo il secondo dopoguerra, nonostante le spinte interne che guardavano all’Unione Sovietica, trovare una collocazione internazionale. Non solo era caduto il concetto delle sfere di influenza e il sistema di sicurezza collettivo imponeva un ripensamento delle diritto internazionale e del sistema delle diplomazie, ma in un’ottica di Guerra Fredda l’Italia scelse inevitabilmente l’“opzione atlantica” e, dunque, anche quella europea. Percorso, comunque, non facile per l’opposizione di altre potenze (come la Francia) che avrebbero preferito un ridimensionamento del ruolo italiano. Tuttavia, proprio la sicurezza della scelta atlantica ha permesso all’Italia di gestire con più scioltezza il proprio ruolo sulla scena comunitaria, diventandone, in taluni casi promotrice (come la Comunità Europea di Difesa).
L’apertura interna al centro-sinistra indusse la classe politica italiana ad una sorta di revisione del legame transatlantico (del Patto Atlantico si tentava di sottolineare più gli aspetti della cooperazione economico-sociale che non di quelli militari) e, anche nell’ottica della “destalinizzazione”, ad una riapertura dei rapporti con l’Est. Per un ventennio i governi del centro-sinistra, oscillarono – anche in maniera contraddittoria – fra una ferrea fedeltà atlantista ed europeista e una politica “neo-atlantica”, tesa cioè alla cooperazione con le nazioni dell’area mediterranea e con i Paesi arabi, senza dimenticare di strizzare l’occhio anche all’Unione Sovietica. Così, ad esempio, mentre veniva dato il consenso all’ammodernamento missilistico della NATO in Europa Occidentale, la classe dirigente allacciò negoziati con i Paesi del Patto di Varsavia per una riduzione degli armamenti nucleari nel continente.
Nonostante la politica estera della I Repubblica sia passata nei libri di storia come essenzialmente filoamericana, il dissolvimento dell’URSS significò la perdita di un punto di riferimento essenziale, perché era stato proprio l’ondivago rapporto fra le due superpotenze ad aprire varchi di azione in politica estera e favorire le iniziative diplomatiche, contribuendo a dare un volto all’Italia. Il ri-orientamento è stato più lento è più difficoltoso del precedente. La fine della contrapposizione Est-Ovest aveva chiuso gli spazi di autonomia che la nostra diplomazia si era faticosamente ritagliata e, non esistendo più il concetto di Occidente come fino ad allora era stato inteso, perdevamo la nostra posizione di “territorio di frontiera”, rimettendoci al livello di peso internazionale. Di fronte al nuovo ordine unipolare, all’estensione della piaga terroristica alimentata dal fondamentalismo islamico, alla crisi del multilateralismo e all’incapacità del sistema di sicurezza collettivo di garantire l’ordine pacifico, l’Italia non è sembrata in grado di trovare adeguate risposte e definire i nuovi interessi nazionali.
La debolezza politica, l’incapacità di esprimere una consistente forza militare nelle aree di crisi che si sono spalancate negli ultimi anni e la concorrenza con gli altri Paesi (soprattutto europei), hanno d’altro canto fatto sì che l’Italia abbia potuto esprimere il suo potenziale internazionale soprattutto da un punto di vista economico. La possibilità di intrecciare il nostro sistema economico-produttivo con altre realtà, se da un lato ha sembrato creare situazioni di contrasti e inimicizie, dall’altro ha giovato alla nostra immagine, poiché si sono potute approfondire tutte e tre le direttrici: quella nord-occidentale (con gli Stati Uniti e i Paesi dell’Unione Europea, seppur spesso in contrasto con l’asse franco-tedesco), quella nord-orientale (con la Russia) e quella mediterranea, che al momento attuale potrebbe essere l’occasione per un effettivo rilancio internazionale del nostro Paese.
Come si vede, l’ondeggiamento della posizione italiana non costituisce una novità ed è sempre stato giustificato dalla ricerca di un ruolo che non fosse di “media potenza”. La complessità dell’attuale situazione mediterranea e mediorientale, nonché le posizioni che stanno assumendo gli altri Paesi europei non devono tuttavia indurre a pensare che l’Italia in questo momento non abbia spazi di manovra. Ciò che sta avvenendo dovrebbe spingere l’Italia a ricercare un fondamento più nello scenario mediterraneo che non in altri contesti, prediligendo magari i rapporti con la Turchia, l’ingresso della quale nell’Unione Europea sostiene strenuamente già da un po’ di tempo. Forse non è poi così azzardato dire che sono cambiate le dinamiche, ma l’essenza di quanto sta accadendo sulle coste del Nord africa è la stessa di quella dell’inizio del Novecento, quando i Paesi europei si spartivano le sfere di influenza. Stati come la Francia hanno visto l’opportunità di rientrare prepotentemente nel grande gioco africano e l’Italia, dal canto suo, se non vuole perder quella fetta di influenza – economica – che si è ritagliata negli ultimi anni e dalla quale dipende per soddisfare i propri bisogni interni, deve ricorrere ad un nuovo gioco di alleanze. La Turchia, metafora di un’Europa che sul piano estero non sa (e non vuole per ragione storiche, politiche ed economiche) essere unita e non sa decidere, rappresenta un’opportunità da non lasciarsi sfuggire per il nostro futuro collocamento, non solo nell’ambito euro-mediterraneo, ma anche, perché no, globale.
Maria Serra è Dottoressa in Scienze Internazionali (Università di Siena)
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