Quando, il 19 maggio 2009, il presidente della Repubblica Mahinda Rajapaksa proclamò la conclusione delle ostilità contro lo sconfitto LTTE (Liberation Tigers of Tamil Eelam), ebbe finalmente fine una lunga e sanguinosa guerra civile durata ventisei anni, che aveva tolto la vita a circa 80,000 persone e che aveva diviso il Paese secondo spaccature etniche e religiose.

Tuttavia, la riunificazione dell’isola, il termine della guerra civile e l’eliminazione di un’organizzazione a stampo terroristico, non deve far pensare che la questione nazionale, a sua volta derivante dalla “questione Tamil” debba considerarsi risolta. Anzi, il futuro del Paese richiede una strategia che attiri il consenso non solo della maggioranza cingalese (che annovera il 75% della popolazione), ma anche delle minoranze tamil e musulmane. Tale consenso passa necessariamente attraverso un’approfondita analisi non solo delle cause che hanno scatenato il conflitto, ma anche, in ragione della lunga durata dello stesso, il fatto che le conseguenze della guerra abbiano creato dei problemi che esulano dalle cause originarie del conflitto. Tali aspetti riguardano le esperienze di autogoverno di regioni fino allo scorso anno completamente autonomo dal potere centrale, il ritorno dei profughi, la ricostruzione delle infrastrutture e dell’economia, il problema della rappresentanza etnica nei partiti nazionali.

Figura : territorio Tamil secondo l’LTTE

A tali aspetti se ne aggiunge uno di pari importanza, legato alle gravi sofferenze patite dalla popolazione civile nel corso della guerra e, in particolar modo, dalle gravi perdite che hanno caratterizzato gli ultimi mesi della guerra civile.

Crimini di guerra. La guerra civile in Sri Lanka scoppiò nel 1983, vedendo contrapposti le forze governative e l’LTTE, a causa della questione concernente i diritti politici e civili della minoranza tamil nell’isola. Dopo una tregua durata quattro anni, tra il 2002 ed il 2006, interrotta da sporadiche violazioni dall’una e dall’altra parte, il conflitto riprese su larga scala nel 2006, dopo l’avvento del presidente Rajapaksa, forte del sostegno popolare ad una politica nazionalista volta a spegnere in modo definitivo l’insorgenza tamil. Nel 2006 il governo fu capace di riguadagnare il controllo delle regioni costiere orientali, mentre l’offensiva contro le roccaforti del nord iniziò nel 2008, per concludersi con il trionfo delle forze governative nel corso della prima metà del 2009.

Le ultime fasi dello scontro furono particolarmente cruente, coinvolgendo la popolazione civile. Secondo stime prudenziali rilasciate dalle Nazioni Unite, il bilancio delle perdite civili tra il gennaio e l’aprile 2009 ammonterebbe a 7,500 decessi e 15,000 feritii.

A causa dell’avanzare delle forze governative, infatti, l’LTTE obbligò la popolazione civile delle aree controllate a insediarsi in piccoli fazzoletti di terra, utilizzandola, di fatto, come un enorme scudo umano, che contava centinaia di migliaia di persone. Al fine di evitare che i civili potessero riversarsi verso zone controllate dal governo, o comunque esterne rispetto alla zona del conflitto, l’LTTE iniziò la pratica sistematica di sparare a vista a chi cercava di fuggire. Inoltre, a causa delle crescenti carenze logistiche e di organico, molti civili furono costretti ad arruolarsi o ad eseguire corvée. Appare dunque insensato avere rimpianti per l’eliminazione di una organizzazione che manifestò tutta la propria crudeltà nelle fasi terminali del conflitto.

Tuttavia, dal canto suo, il governo non fece nulla per lenire le sofferenze civili, ma utilizzò, anzi, strategie criminali che deliberatamente portarono ad un aggravarsi della situazione. Una stima delle perdite procurate direttamente dall’azione del governo risulta impossibile, poiché fu proibito ogni tentativo delle organizzazioni umanitarie, governative e non, di portare soccorso alle popolazioni che si trovavano nel turbine del conflitto, anzi disturbandone ed intimidendone l’operato tramite il bombardamento deliberato di ospedali da campo e punti di distribuzione di aiuti umanitari.

Parimenti, il governo sottostimò in modo importante il numero di civili tenuti sotto ostaggio dall’LTTE, non consentendo il passaggio di aiuti umanitari adeguati al numero dei civili nelle aree in questione. Possibilmente ancora più grave è stato il bombardamento deliberato di aree che il governo aveva unilateralmente dichiarato No-Fire-Zones.

Immagine 2: Immagini UNOSAT che dimostrano il bombardamento delle no-fire-zones da parte del governo.

Nel complesso, la tattica utilizzata dal governo per venire a capo della guerra civile e distruggere l’LTTE ha richiesto una certa erosione del principio di distinzione tra popolazione civile e combattenti. Il pretesto di utilizzare la lotta al terrorismo, all’insorgenza, per giustificare la sistematica violazione dei più basilari diritti umanitari appare particolarmente grave, e potrebbe creare effetti di emulazione in altre aree del mondo con problematiche simili a quelle dello Sri Lankaii.

Al termine del conflitto, il governo si trovò inoltre a gestire la situazione dei profughi, per un numero che nel maggio 2009, arrivava a contare le 300,000 persone, un decimo della popolazione tamil complessiva.

Anche in questo caso, il comportamento del governo può essere etichettato di negligenza, quando non di volontaria e deliberata violazione dei diritti umani. I rifugiati furono infatti confinati in campi profughi, ribattezzati in modo piuttosto eufemistico come “welfare centers”, in situazioni pressoché di prigionia. Ai profughi fu infatti impedito il diritto alla libertà di movimento, sebbene molti tra di essi potessero contare su nuclei familiari o parenti disposti ad ospitarli nelle vicinanze. Inoltre, in violazione delle osservazioni proposte dalle Nazioni Unite, i campi furono affetti da gravi problemi di sovrappopolamento, che a loro volta sottolinearono difficoltà logistiche e sanitarie. Ancora, le autorità negarono sistematicamente di passare informazioni ai profughi circa le motivazioni della detenzione, il tempo necessario perché fosse autorizzato il rientro, la possibilità di conoscere la collocazione dei parenti. Inoltre, al fine di evitare critiche circa il proprio operato, il governo interdette l’accesso ai campi tanto alle organizzazioni delle Nazioni Unite, quanto all’ICRC, quanto ai media.

La motivazione addotta dalle autorità per giustificare le condizioni di semi-prigionia cui erano sottoposti i profughi era rappresentata dalla necessità di identificare i combattenti dell’LTTE e distinguerli dai civili. Nel corso del 2009 le autorità trattennero in detenzione circa 11,000 persone, tra cui oltre 550 minori, sospettate di affiliazione all’LTTE. Pur garantendo una amnistia per la maggior parte di costoro, desta preoccupazione il fatto che un numero così consistente di persone sia trattenuto in custodia senza poter essere a conoscenza delle esatte ragioni della detenzione, senza assistenza legale, come neppure di avere la possibilità di ricorrere di fronte ad autorità giudiziarie per contestare la propria detenzione o, semplicemente, di informare le proprie famiglie delle proprie condizioni. Per queste persone, il governo prevede il rilascio dopo un periodo passato presso un centro di “riabilitazione”. Anche in questo caso l’accesso a tali centri è proibito agli osservatori indipendenti ed alle agenzie umanitarie.

Giustizia? No, grazie. Sebbene la riunificazione del Paese e la sconfitta di un gruppo terroristico e crudele abbia strappato il plauso da parte delle dirigenze politiche di tutto il mondo, man mano che le notizie circa i crimini di guerra perpetuati dalle parti iniziarono ad emergere, la richiesta, da parte dei governi occidentali, di una indagine che verificasse i crimini commessi ed assicurasse alla giustizia gli eventuali colpevoli.

Tuttavia, mentre la leadership dell’LTTE è stata sterminata nel corso degli ultimi giorni della campagna militare, restano ancora oggi aperte e spinose le questioni circa chi debba giudicare le violazioni commesse da parte dei militari cingalesi e di chi abbia trasmesso loro direttive che violavano apertamente i diritti della popolazione civile in area di guerra.

Nonostante le pressioni dei paesi occidentali, volte all’istituzione di una inchiesta internazionale, in osservanza della Convenzione di Ginevra, secondo la quale i crimini di guerra non possono essere considerati una “questione interna”, il governo Rajapaksa ha costantemente rifiutato ogni ipotesi di inchiesta internazionale, affermando che sarebbe una violazione della sovranità nazionale.

Nel consesso internazionale, il supporto alle istanze cingalesi da parte dei paesi del sud del mondo, tradizionalmente legati al concetto di “sovranità nazionale”, ha reso lo Sri Lanka immune da possibili censure da parte degli organi delle Nazioni Unite. Ne è un esempio la bocciatura di una proposta di inchiesta circa possibili crimini di guerra, formulata nel maggio 2009 in seno al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, che, al contrario, adottò una risoluzione che elogiava il governo cingalese. Inoltre, in quanto Paese non ratificante della Corte Criminale Internazionale, tale Corte non può agire senza un mandato da parte del Consiglio di Sicurezza, presso il quale lo Sri Lanka può contare sul determinante appoggio di Pechino.

Le pressioni internazionali si sono dunque tradotte solamente nella creazione di una commissione di inchiesta internaiii, denominata “Lessons Learnt and Reconciliation Commission” avente l’obiettivo di ricercare possibili violazioni del diritto umanitario internazionale, le circostanze in cui le violazioni sarebbero avvenute e l’identificazione delle persone colpevoli, senza però determinare qualora tali persone possano essere sottoposte a giudizio secondo la legge cingalese o se ci saranno azioni giuridiche da intraprendere nei loro confronti. Come denuncia lo Human Right Watch e rileva un recente report del Dipartimento di Stato statunitense, i risultati raccolti dalle dieci commissioni di inchiesta, stabilite dall’indipendenza ad oggi sono scarsi. Nulla lascia pensare che questa commissione, circa la quale sono insorti dubbi circa la professionalità dei commissari, possa ottenere dei risultati positivi.

La creazione di tale organo, ad ogni modo, risulta dalle ulteriori pressioni portate dai Paesi occidentali e dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, tramite l’istituzione di un panel, formato da tre esperti nominati da Ban-Ki-Moon allo scopo di indagare circa i crimini di guerra. Il governo insulare ha rifiutato l’accesso nel Paese al panel, ribattezzando la creazione del comitato come un atto “non richiesto” ed “ingiustificato”.

Le questioni di lungo termine per una riconciliazione nazionale. Appare fondamentale comprendere come la fine del conflitto non significa che la riconciliazione nazionale debba considerarsi acquisita. Anzi, è proprio nella fase della ricostruzione (economica, infrastrutturale e politica) delle aree settentrionali ed orientali del Paese quella in cui si deve risolvere la “questione tamil” per raggiungere infine la riconciliazione nazionale.

Anche con riguardo a questo aspetto, tuttavia, l’approccio del governo appare in qualche modo aumentare, anziché diminuire, i timori della minoranza tamil. Lo sviluppo e la ricostruzione del nord e dell’est del Paese pone infatti diversi ostacoli potenziali al raggiungimento della pace sociale nella regione. Le necessità umanitarie, infrastrutturali ed economiche di tali aree sono enormi, e il governo Rajapaksa, pur riconoscendo l’importanza di affrontare tale questione, appare presentare una visione della “questione tamil” come provocata da motivazioni di sottosviluppo economico dell’area, negando gli aspetti politici ed etnici della stessa.

Presentando una tale visione del problema, appare possibile che lo sviluppo economico dell’area possa presentare aspetti problematici che abbiano il potenziale di acuire l’astio tamil nei confronti della maggioranza cingalese. Come sottolinea l’International Crisis Group (gennaio 2010), i piani del governo rimangono poco chiari, e sarebbero caratterizzati da una marginalizzazione dell’importanza delle comunità locali e dei partiti politici tamil, la militarizzazione del territorio, restrizioni sulle attività delle ONG locali e internazionali, il rischio di conflitti circa la proprietà della terra, la possibilità che cambiamenti demografici possano diluire il carattere prevalentemente tamil nella regione.

Nel complesso, dunque, la ricostruzione, pur portando a un miglioramento delle condizioni economiche della popolazione, sarebbe caratterizzata da una marginalizzazione politica ed economica dei tamil. In un tale contesto appare impossibile comprendere come il processo di sviluppo possa evitare di produrre discriminazioni etniche, creando invece fondati timori verso una possibile colonizzazione economica da parte dei cingalesi delle aree precedentemente sotto il controllo dell’LTTE.

A tutto ciò si aggiunge il vivo risentimento contro il governo dell’isola da parte della consistente diaspora tamil, ancora oggi strettamente legata a concetti di indipendenza e di lotta armata, anche alla luce dei crimini di guerra perpetuati dalle forze governative e della mancanza di una chiara volontà di fare giustizia.

Anche la situazione dei profughi appare tutt’altro che risolta. Sebbene i campi profughi si siano progressivamente svuotati, consentendo al governo cingalese di evitare ulteriori critiche a livello internazionale, il rientro è stato caotico e mal preparato, creando timori riguardo alle condizioni dei “ritornati”. È necessario notare come molti profughi apparentemente rientrati presso le loro località di origine siano ancora stazionati in “centri di transito” nel proprio distretto, che il processo di ricostruzione delle abitazioni (peraltro saccheggiate di ogni bene di valore economico) e di sminamento proceda molto lentamente, che a molti di essi non sia stata fornita una assistenza finanziaria, fondamentale al fine di ricostruire una attività economica, e che tutta la fase del “ritorno” non sia stata monitorata da organizzazioni indipendenti.

Conclusioni. La riconciliazione nazionale in Sri Lanka richiede una revisione delle politiche governative da adottarsi nel territorio precedentemente sotto il controllo dell’LTTE, così come di una imparziale ed attenta indagine circa le responsabilità delle forze governative con riguardo ai massacri di popolazione civile che hanno caratterizzato le ultime fasi della guerra civile.

Parimenti, le organizzazioni internazionali, ed in particolare le organizzazioni che concentrano le proprie attività sullo sviluppo e la ricostruzione, da un lato, e sull’assistenza umanitaria dall’altro, dovrebbero subordinare il proprio intervento all’adozione da parte del governo cingalese di misure atte a creare un ambiente di stabile e duratura pace etnica e sociale.

Purtroppo, in entrambi i casi, si è teso sinora ad ignorare tali aspetti. In tal senso, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale dovrebbero rivedere l’accesso ai fondi stanziati per la ricostruzione, al fine di garantire una maggiore equità e trasparenza nella loro allocazione, subordinandone l’accesso a misure che cerchino di risolvere in modo equo la “questione tamil”. Sarebbe inoltre auspicabile, alla luce dell’indebolimento dell’influenza dei paesi occidentali in Sri Lanka, che gli sforzi economici da parte delle potenze asiatiche, in primis Cina, India e Giappone, comprendano l’importanza della questione, e agiscano in modo da facilitare una risoluzione delle fratture interne del Paese che non comporti la marginalizzazione della minoranza tamil e la colonizzazione economica cingalese nelle aree interessate.

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International Crisis Group, “Sri Lanka: a Bitter Peace”, Asia Briefing n°99, 11 gennaio 2010.

iA tale numero bisogna comunque aggiungere le persone decedute nelle ultime fasi del conflitto, durante il corso delle prime settimane di maggio 2009, stimabili in alcune migliaia. Alcune organizzazioni non governative, come International Crisis Group e Human Right Watch, ritengono verosimile un numero di decessi, nel corso del 2009, stimabile tra le 20,000 e le 30,000 persone.

iiCome riporta l’International Crisis Group (maggio 2010), discussioni circa la possibilità di utilizzare la “Sri Lanka Option” sarebbero iniziate ad emergere in Myanmar e nelle Filippine.

iiiCome riconosce il Comitato del Senato statunitense per le Relazioni Estere, in un report rilasciato nel dicembre 2009, la generalizzata inefficacia delle pressioni americane (ma si può leggere “occidentali”) nei confronti del governo Rajapaksa si iscrive in un contesto generale in cui l’influenza statunitense nell’area si sta indebolendo, sostituita dagli investimenti cinesi, meno inclini a esprimere atti di censura nei confronti della violazione dei diritti umani. Circa i rapporti tra India e Sri Lanka, e la relativa influenza del primo nei confronti del secondo, c’è da notare come l’India si trovi nella complessa situazione di dover bilanciare, da un lato, l’interesse per la situazione umanitaria dei tamil, numerosi nel sud del paese, e le necessità di fronteggiare la penetrazione cinese in Sri Lanka, dando quindi al presidente Rajapaksa la possibilità di utilizzare con abilità le contraddizioni nella politica estera indiana.

* Davide Ambrosio è dottore in Scienze Internazionali e Diplomatiche (Università degli Studi di Trieste)


Le opinioni espresse nell’articolo sono dell’Autore, e potrebbero non coincidere con quelle di “Eurasia”

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