Il 28 dicembre 2010, a Brazzaville, capitale della Repubblica del Congo, era stato firmato il progetto di statuto del Fondo Monetario Africano (FMA), “una delle tre istituzioni finanziarie previste nell’atto costitutivo dell’Unione africana, insieme con la Banca centrale africana e alla Banca africana d’investimento. … Il Fondo sarà anche incaricato di fare studi sull’evoluzione della politica macroeconomica africana e dovrà mettere il continente sulla via dell’autonomia finanziaria e garantire crescita economica e sviluppo commerciale.” A Brazzaville erano riuniti una trentina di esperti provenienti da diversi Paesi del continente, per avviare l’FMA entro il 2011, la cui realizzazione rientrava nel processo di formazione del mercato comune africano. Il Fondo avrebbe avuto la sede principale a Yaoundè, la capitale del Camerun, mentre la Banca Centrale Africana avrebbe la sede Abuja, la capitale nigeriana, e la Banca Africana d’Investimento avrebbe dovuto basarsi nella capitale libica Tripoli. “Il Fondo sarà finanziato principalmente da Paesi africani. A quanto si è appreso, l’Algeria darà 14,8 miliardi di dollari USA, la Libia 9,33, la Nigeria 5,35, l’Egitto 3,43, il Sud Africa 3,4.” La creazione del nuovo organismo è (o era) ritenuta una tappa cruciale verso l’autonomia monetaria del continente. Infatti, secondo le Nazioni Unite per l’Africa, il peso sulla bilancia commerciale mondiale dell’Africa si è contratto notevolmente negli ultimi 25 anni, passando dal 6 al 2%; effetto dovuto, sempre secondo le Nazioni Unite, alla presenza di una cinquantina di monete nazionali non convertibili tra di loro, Ciò rappresenterebbe un freno agli scambi commerciali tra gli stati africani, perciò il principale compito del FMA è promuovere gli scambi commerciali creando il mercato comune africano. Un passo necessario alla stabilità finanziaria e al progresso dell’economia africana.

Quanto appena esposto potrebbe essere la vera ragione, o una delle maggiori motivazioni, che hanno causato l’intervento armato, occulto prima, dichiarato ed esplicito dopo, delle vecchie potenze coloniali del Continente Nero: Francia, Regno Unito e Stati Uniti d’America. Non a caso, la Germania, almeno all’inizio della sovversione armata nella Jamahiriya Libica, aveva opposto il suo rifiuto a un coinvolgimento diretto o anche indiretto, mentre invece all’armata Brancaleone nostalgista che aggredisce la Libia, guidata dai governi di destra francese e britannico, si è accodato il regno di Spagna, che è invece a guida socialdemocratica. La posta è quella classica della ‘politica delle cannoniere’: controllare le risorse e l’economia del continente africano. Un tassello importante a conferma di ciò, è fornito dalla riunione nella città di Sanya, nell’isola di Hainan, al largo delle coste meridionali della Repubblica Popolare di Cina e posta di fronte al Vietnam. Qui, si sono riuniti i ministri del commercio estero di Federazione Russa, Repubblica Popolare di Cina, Unione Indiana, Repubblica Federale del Brasile e Repubblica del Sud Africa, i quali hanno espresso l’insoddisfazione per l’ordine globale finanziario e politico vigente, dominato dall’Occidente. Il blocco BRICS, perciò, nella Dichiarazione di Sanya (1) ha avanzato la richiesta di riformare il sistema internazionale esistente “in modo da riflettere le nuove realtà”; un sistema sorpassato soprattutto sul piano finanziario-economico: “La crisi finanziaria internazionale espone le inadeguatezze e carenze del sistema esistente monetario e finanziario internazionale.” Il BRICS vuole promuovere innanzitutto la riforma e il miglioramento del sistema monetario internazionale. Guarda caso, era proprio la strada imboccata dall’Unione Africa, su suggerimento della Libia, al vertice di Yaoundè.

L’aspetto più importante della riunione, era la definitiva adesione al BRIC del Sudafrica, che ha posto l’enfasi sulla necessità di un ‘mondo multipolare’, un mondo sgravato dall’ingombrante invadenza degli Stati Uniti. Ed è stata la Cina che ha invitato ufficialmente il Sudafrica a partecipare al BRICS, una mossa strategica di Beijing che rafforzare la sua influenza in Africa e consolida il nuovo blocco anti-egemonico di cui è il motore economico più importante.

Il Sud Africa è in grado di aprire la via al resto dell’Africa e il ministro degli esteri Maite Nkoana-Mashbane ha detto dal podio del BRICS, che il suo paese ‘parla per l’Africa nel suo complesso’.

Col vertice di Sanya, il BRIC ottiene così, una importante vittoria strategica, ingloba la prima economia industriale-mineraria dell’Africa, sottraendola all’influenza dell’Occidente, che nel Grande Gioco Africano, sia nel nord, che nell’ovest del continente, gioca direttamente la sua partita contro la Cina e il resto delle emergenti potenze anti-egemoniche. Sono davvero lontani di tempi in cui certi più o meno improvvisati ‘strateghi’ della globalizzazione, affermavano che il mondo fosse oramai ostaggio di Washington, osteggiato da pochi e trascurabili oppositori.

Il Washington Consensus è praticamente morto nelle plaghe della Libia, all’inizio di marzo 2011, quando Nicolas Sarkozy “fece giungere a Bengasi, nella rivolta telecomandata da Parigi, un primo carico di cannoni anticarro da 106 millimetri e di batterie antiaeree, camuffato da aiuti umanitari alla popolazione civile.” Il tutto accompagnato da propri istruttori militari col compito di addestrare gli ‘insorti’. Washington ha contrattato la perdita della sua supremazia residuale: quella militare. Di fronte all’espansione di Mosca e Beijing, e con una macchina bellica oramai logorata da oltre 12 anni di stress bellico, l’amministrazione degli USA s’è vista costretta ad appaltare il suo ruolo di gendarme del mondo anche ai suoi principali soci di minoranza. La crisi economica non permette più a Washington di imbarcarsi in ulteriori avventure belliche, è la cosa è evidenziata dal fatto che dopo aver lanciato circa 250 missili da crociera Tomahawk, in pratica tutta la riserva strategica della VII Flotta statunitense; missili lanciati per evitare di far correre rischi ai velivoli dell’USAF, ma dallo scarso valore bellico(2), gli USA si sono defilati, incaricandosi esclusivamente o quasi delle operazioni di supporto, mentre velivoli di Spagna, Qatar, Emirati, Giordania, Belgio, Norvegia, Danimarca, Canada Francia e Regno Unito si sono incaricati di portare avanti l’aggressione contro le forze armate regolari della Libia.(3)

Inoltre, nel teatro ‘secondario’, aperto in Costa d’Avorio dalle potenze occidentali, le ‘operazioni di polizia’, ovvero l’invasione dello stato africano, il rovesciamento del suo governo legittimo e l’instaurazione al potere di un fantoccio del FMI e dell’impero finanziario-speculativo di George Soros (4), sono state appaltate in toto all’ex potenza coloniale: ancora la Francia, che agisce anche qui sotto il manto dell’ONU.

Il fantoccio installato a Abidjan è Alassane Ouattara, ex dirigente del Fondo Monetario Internazionale, amico di Jacques Chirac e di Nicolas Sarkozy, fu nominato ministro dell’economia nel 1990-93, quando avviò la politica della devastante privatizzazione dell’economia nazionale, vendendo tutte le imprese statali a privati stranieri. “Parigi ne ha avuto enormi benefici”. Già nel 2001 fu scelto per guidare un golpe organizzato dai francesi, per rovesciare il presidente Laurent Gbagbo. Gbagbo vinte le elezioni del 2000, decise di compire la prima visita di stato in Italia, per rimarcare una netta presa di distanza dalla vecchie e infida potenza coloniale. La Francia reagì al passo diplomatico attaccando e distruggendo l’aviazione della Costa d’Avorio. Vecchie fisime democratiche. Nel 2003 le milizie ribelli del nord del paese, le ‘Forces Nouvelles‘, sostenuti da mercenari del Burkina Faso e dalle armi della Francia, tentarono di rovesciare il governo. Ouattara appoggiò il mancato golpe, ma il paese rimase diviso; il nord occupato dai ribelli e il sud con Gbagbo. Rimasto alla presidenza, Gbagbo dovette contrattare coi ribelli, nominandone il capo, Guilliame Soro, primo ministro.

Il 28 novembre 2010, la commissione elettorale di sorveglianza, sponsorizzata dalle Nazioni Unite e che su 22 componenti, vedeva 21 uomini di Ouattara, vagliando i risultati delle ultime votazioni presidenziali del paese africano, aveva dichiarato che Gbagbo aveva perso. La Corte costituzionale, filo-presidenziale, invece aveva affermato che le forze filo-Ouattara, avevano compiuto violenze e intimidazioni, invalidando quei voti e proclamando la vittoria di Gbagbo e della sua coalizione “La Majorité Présidentielle” (LMP). “Ci sono stati brogli elettorali in tutto il paese in particolare al Nord, dove per esempio in alcune sedi elettorali si sono contati 160mila votanti quando ne risultavano iscritti solo 5mila. In altre 500 sedi, invece, non è comparso nemmeno un voto. … Se soltanto avessero fatto un riconteggio invece della guerra, ma né l’Onu né la Francia hanno voluto perché sanno che verrebbero smentiti“.

Alassane Ouattara, dopo aver giurato egualmente da presidente, a poche ore dalla cerimonia di giuramento di Gbagbo, proclamava vanamente lo sciopero generale contro il presidente. Col sostegno dell’Unione Europea, Ouattara annunciava l’embargo sull’esportazione del cacao, unica fonte di ricchezza della Costa d’Avorio. 500 mila tonnellate di cacao bloccate nei depositi. Inoltre Ouattara, ottenne che la Banca Centrale dell’Africa Occidentale, gestita da otto stati, congelasse il credito della repubblica africana. Il direttore della banca, Philippe-Henri Dacoury-Tabley, amico e collega di Gbagbo, venne fatto dimettere, non prima di fare defluire 157 miliardi di franchi africani verso Abidjan. Similmente alla Libia, fallita l’operazione di sovversione interna, i ‘Commandos Invisibles‘, la milizia mercenaria di Ouattara e dei suoi burattinai, invadeva le province settentrionali della Costa d’Avorio per poi marciare verso sud. Nella città di Dekuè, centro che amministra le piantagioni e nel porto di San Pedro, almeno ottocento-mille civili vengono massacrati a colpi di machete dalle forze filo-francesi. Alcuni uccisi, vecchia pratica di sterminio tribale resa famosa dal genocidio in Ruanda. Almeno un milione di persone fuggivano terrorizzate, abbandonando le proprie case e il proprio paese.

Dal 31 marzo al 10 Aprile, l’esercito francese della missione Licorne e le forze ONUCI bombardano non solo le caserme, i commissariati e il palazzo presidenziale, ma anche abitazioni, opere pubbliche e l’Università della città “con la scusa di essere diventata un nascondiglio per le armi. Cinquant’anni di vita del nostro paese distrutti in dieci giorni, più di 3mila morti tra i civili“, denunciano le forze filo-governative, il Fronte Popolare Ivoriano (FPI) e il Raggruppamento del Popolo per la Pace (RPP), aderenti alla coalizione “La majorité présidentielle” (LMP) del presidente Laurent Gbagbo. “La Costa d’Avorio è ricca di risorse primarie: siamo i primi produttori di cacao al mondo. Abbiamo giacimenti di petrolio e di gas naturali. Risorse che fanno gola anche alle potenze emergenti asiatiche, come Cina e India, oltre che a Russia e Brasile, che in questo modo verrebbero tagliate fuori“. “Di sicuro non ci sarà nessuna riconciliazione tra i capi di stato, e non andremo certo incontro a un paese pacificato. … Formalmente al potere non c’è nessuno. Alassane Ouattara sta cercando di corrompere gli ufficiali dell’esercito ivoriano. È un dittatore, non certo un capo democratico”.

Il 10 aprile 2011, il presidente Laurent Gbagbo è stato catturato con la famiglia dalle forze speciali francesi, nella sua residenza ad Abidjan, e quindi consegnato alle forze di Ouattara.

L’Africa è la scacchiera in cui si gioca la partita tra un occidente sempre meno credibile sul piano diplomatico, e perciò guidato da una violenza disperata, e il blocco anti-egemonico in ascesa del BRICS. Alle mosse sconclusionate e azzardate della NATO in Libia e nella Costa d’Avorio, il BRIC risponde con la spettacolare ed efficace contromossa in Sud Africa: sviluppo e progresso contro violenza e distruzione. Una contrapposizione da ‘Scontro di Civiltà‘, dove la parte dei barbari viene eccellentemente svolta dall’Occidente. Non ultima la patetica lettera di Obama-Cameron-Sarkozy, pubblicata sulle maggiori testate del sistema di disinformazione strategico atlantista. I tre nani politici, che scimmiottando dei giganti della Storia come Churchill o Roosevelt, ma dietro cui si nascondono gli appetiti della finanza mondiale(5), pretendono la resa incondizionata di Muammar Gheddafi e della Libia socialista e popolare, dimostrando con ciò una scarsa padronanza della situazione e un’agitazione dettata dalla disperazione: alla Francia e al Regno Unito stanno finendo gli ultimi argomenti loro rimasti; Parigi e Londra stanno esaurendo la loro scorta di bombe a guida laser. Per questo dopo il fallimentare vertice di Berlino, la segretaria di stato degli USA, Hillary Clinton, e i suoi accoliti Sarkozy e Cameron chiedono un maggiore coinvolgimento dell’Italia nell’aggressione alla Libia, pretendendo che l’Italia dimostri fedeltà alla NATO bombardando i propri interessi.


Note

1. http://news-editor.blogspot.com/2011/04/brics-sanya-declaration.html

2. Contrariamente a quanto si afferma in generale, i missili da crociera sono tutt’altro che precisi o efficienti.

3. Regno Unito e Francia hanno effettuato una ventina di attacchi aerei, Belgio, Norvegia, Danimarca e Canada sei ciascuno.

4. Che conta diversi suoi uomini nelle strutture finanziarie internazionali, come appunto il FMI.

5. Come già visto, Soros e la finanza occidentale ambisce impossessarsi dei cosiddetti ‘fondi sovrani’, le ultime riserve di capitale liquido che la pirateria finanziaria globalista può depredare, visto che le risorse di Cina, Russia e Iran rimangono ampiamente fuori portata. Di certo, impossessandosi dei circa 6/9 miliardi di dollari in lingotti d’oro della Banca Centrale della Libia, oltre che dei suoi giacimenti di idrocarburi e di acqua, non significa solo rimpinguare una economia sempre più asfittica, ma anche strangolare coll’arretratezza e col bisogno un intero continente, che solo così sarebbe costretto a cedere le proprie risorse a vantaggio delle potenze imperialiste occidentali. Un esempio è senza dubbio la creazione di una ‘banca centrale’ da parte dei ‘ribelli’ di Bengasi. Una operazione che richiede competenze e risorse al di fuori della portata del consiglio di transizione dei ribelli bengasini. Una mossa che svela la presenza di attori occulti ma potenti.

Alessandro Lattanzio, 17/4/2011

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