La notte dell’11 settembre 1919, anniversario del blitz con cui fece clamorosamente irruzione nella baia di Buccari, Gabriele d’Annunzio, assieme ad un pugno di volontari e soldati che si sarebbe irrobustito strada facendo, partì dalla località giuliana di Ronchi alla volta di Fiume, città del dissolto impero austro-ungarico abitata in maggioranza da italiani, i quali nelle tumultuose giornate che segnarono la fine della monarchia asburgica nell’ottobre 1918 avevano plebiscitariamente chiesto l’annessione all’Italia.

La conseguente Conferenza della Pace aveva, però, eluso tale appello, a prescindere dal fatto che nel Patto di Londra stipulato nell’aprile 1915 il capoluogo del Carnaro non era preso in considerazione, poiché era ritenuto lo sbocco al mare di un ridimensionato impero asburgico, la cui scomparsa era all’epoca imprevedibile. Sottoscrivendo quel Patto, l’Italia aveva abbandonato la Triplice Alleanza, stipulata e successivamente rinnovata con Germania e Austria-Ungheria a partire dal 1882: il giro di valzer portò il regno sabaudo a fianco dell’Intesa nella misura in cui Francia, Inghilterra e, obtorto collo, la Russia, pur vessillifera della nascita di uno Stato unitario slavo imperniato sulla Serbia, riconoscevano sulla carta un ampio piano di rivendicazioni territoriali che doveva costituire la base per l’espansione commerciale ed imprenditoriale italiana verso i Balcani e l’Oriente. Trieste, importantissimo porto dell’Impero asburgico, la Dalmazia con tutto il suo entroterra (pur con una componente di popolazione italiana minoritaria), l’Albania, nonché Smirne e altri territori provenienti dal previsto smembramento dell’Impero Ottomano, dovevano dare lo slancio per quel Drang nach Ost cui i precedenti alleati si erano opposti, essendo già loro stessi ben radicati politicamente nei Balcani (Vienna) ed imprenditorialmente in Anatolia (Berlino).

Nonostante l’uscita di scena della Russia zarista, la casa regnante serba dei Karageorgevic trovò negli Stati Uniti d’America e nella Francia i nuovi paladini in seno alla Conferenza della Pace per l’attuazione del progetto panslavista incardinato su Belgrado: necessariamente le rivendicazioni delle componenti croata e slovena che sarebbero state coinvolte nel nuovo soggetto statale andavano a cozzare con le aspettative italiane in Venezia Giulia e Dalmazia. Mentre la grancassa della propaganda nazionalista ed interventista cominciava a far risuonare lo slogan della “vittoria mutilata” a proposito di una mancata annessione di Fiume, Salvemini coglieva il paradosso per cui si invocava per il capoluogo del Carnaro il diritto di nazionalità, ma lo si negava in Dalmazia, per poi rispolverare il Patto di Londra per quanto riguardava la Dalmazia, omettendo però la parte che assegnava ad altri Fiume. Come nelle “radiose giornate di maggio”, Gabriele d’Annunzio fu uno dei protagonisti di questa fase propagandistica, tanto da venire avvicinato da elementi provenienti dai ranghi militari nonché dalla borghesia italiana di Fiume per prendere il comando di un colpo di mano che avrebbe portato all’annessione all’Italia della città, allora presidiata da un contingente interalleato in attesa che se ne definissero le sorti.

Si celavano tuttavia pure altri interessi dietro a questa facciata di retorica nazionalista che dipingeva l’insubordinazione dei reparti militari che avrebbero preso parte all’impresa come un episodio che si sarebbe collocato in continuum nella storia del processo unitario italiano con le imprese volontaristiche garibaldine, spesso avvenute in contrasto con le linee diplomatiche sabaude. Nella primavera di quel 1919, infatti, avevano circolato voci di un colpo di Stato militare che avrebbe coinvolto alti Generali, il Duca d’Aosta (comandante dell’Armata italiana che presidiava la Venezia Giulia in attesa della definizione del confine), Benito Mussolini (che da poco aveva fondato i Fasci di Combattimento) e Gabriele d’Annunzio, il quale si sarebbe tolto d’impaccio affermando il proverbiale “Ardisco, non ordisco”. Lasciando da parte la fondatezza delle notizie inerenti tale possibile golpe, è ben vero che l’Italia era uscita dalla Grande Guerra stremata, che il sacrificio di sangue tributato esigeva ora soddisfazione (le annessioni previste e le concessioni di terra prospettate ai contadini che erano stati arruolati) e che gli ampi poteri che la macchina militare aveva accentrato durante il conflitto erano ora difficili da abbandonare. In particolare in Trentino-Alto Adige, Venezia Giulia e Dalmazia le amministrazioni militari che si erano insediate continuavano a detenere di fatto il potere civile in attesa della sistemazione confinaria definitiva e non perdevano occasione per rimarcare la propria autorità nei confronti delle comunità allogene austriache, slovene e croate che si trovavano in numero non indifferente sotto la loro egida. In questi territori, oltre all’ideale risorgimentale di ricongiungere all’Italia anche le comunità italiane ivi residenti, molto forte era l’interesse strategico di giungere ad un confine militare sicuro, delineato dalla catena alpina (il Brennero in Alto Adige e le Alpi Giulie a est); era, invece, soprattutto la Marina a spingere per l’annessione del litorale dalmata al fine di rendere l’Adriatico un lago italiano, laddove l’Esercito si opponeva causa la difficoltà di presidiare quel territorio così impervio e frastagliato e con una componente croata e serba che avrebbe lottato continuamente per l’annessione al limitrofo Regno slavo.

Il complicato reinserimento dei reduci nella vita civile, inoltre, non riguardava solamente le migliaia di uomini di truppa, ma anche un cospicuo numero di ufficiali che non riusciva proprio a trovare una sua pacifica collocazione nelle strutture dello Stato liberale italiano. Soprattutto da questa componente giungevano spinte ad un’azione di forza che dimostrasse le irrequietezze che ribollivano all’interno del Regio Esercito e desse una spallata al governo Nitti tale da imprimere una svolta autoritaria alle sorti del Paese. Se l’opinione pubblica italiana aveva effettivamente preso a cuore la causa fiumana, nella città adriatica il sentimento di italianità era sicuramente ben radicato e nelle sparute comunità italiane di Dalmazia, dalle quali erano comunque partiti numerosi volontari che avevano combattuto nel Regio Esercito, soprattutto i più giovani, intrisi di ideali nazionalistici, auspicavano l’annessione a ogni costo, mentre la vecchia guardia del partito autonomista di matrice liberale rimaneva fedele alla linea diplomatica ed istituzionale che ne aveva caratterizzato da sempre la politica. Non mancavano neppure interessi da parte dell’imprenditoria triestina, la quale, vedendo oramai imminente l’annessione dello scalo giuliano all’Italia e dovendo quindi confrontarsi con una concorrenza portuale più ampia e robusta di quella cui era finora abituata, auspicava di mantenere in subordine rispetto alle proprie potenzialità almeno la vicina Fiume, una cui sorte in qualità di principale sbocco al mare del nascente stato slavo risultava inaccettabile. D’altro canto, coerentemente con quella che era linea politica di solidarietà nei confronti di Belgrado da parte del Presidente Woodrow Wilson, su Fiume porto del Regno dei Serbi, Sloveni e Croati scommettevano fortemente gruppi imprenditoriali statunitensi pronti ad avviare una linea marittima diretta.

In questa cornice d’Annunzio e i suoi presero possesso della città di Fiume la mattina del 12 settembre 1919, dichiarandone unilateralmente l’annessione all’Italia, trovando però in risposta l’imbarazzo della diplomazia sabauda e la sconfessione dell’operato da parte del Governo. L’entusiasmo che si era diffuso nel Regno a proposito dell’avventura era ampiamente compensato dai timori per una sedizione militare, cui davano adito le significative diserzioni a favore dell’iniziativa dannunziana da parte di soldati schierati in Istria e Friuli, per non parlare dell’aperta connivenza che le forze di Marina dislocate in Dalmazia dimostravano nei confronti di tale impresa, in primis il loro comandante, l’Ammiraglio Enrico Millo. Nitti indisse per novembre nuove elezioni, dalle quali, a scapito di nazionalisti, fascisti ed interventisti, uscirono rafforzati popolari e socialisti, vale a dire i maggiori oppositori degli exploit di d’Annunzio e dei suoi sostenitori, sicché il progetto golpista, che già nelle giornate successive alla trionfale entrata del poeta abruzzese a Fiume aveva mostrato di non avere abbastanza forza per attuarsi, poteva ritenersi completamente fallito.

L’annessione della città adriatica continuava ad essere fortemente osteggiata dalle Grandi Potenze, sicché si cercò di giungere ad un modus vivendi che, rispolverando le ampie autonomie di cui Fiume godeva in epoca asburgica (corpus sepratum facente capo direttamente a Budapest), garantisse l’esistenza di una Città Libera pur nell’orbita italiana. Dopo tre mesi in cui la città era rimasta sostanzialmente isolata, la popolazione fiumana era pronta ad accettare tale soluzione, ma un colpo di mano da parte degli elementi più scatenati dell’entourage dannunziano rovesciò gli esiti del plebiscito che avrebbe dovuto ratificare l’accordo ed il Vate, che era stato investito dei pieni poteri militari fin dal suo ingresso nella “città olocausta”, decise di continuare la sua avventura fino all’annessione. Gli elementi moderati, di sentimenti nazionalisti, monarchici e provenienti soprattutto dai ranghi militari e che fino ad allora avevano diretto la linea politica della spedizione, passarono in secondo piano, lasciando la ribalta ai cosiddetti “scalmanati”, i quali avrebbero impresso all’impresa una svolta a sinistra del tutto inattesa. Nei mesi seguenti molti ufficiali, carabinieri, ma anche soldati semplici avrebbero fatto rientro nella fila dell’Esercito, aderirono invece al laboratorio politico fiumano giovani alla ricerca di avventure che vedevano nel capoluogo del Carnaro un luogo di esuberanza e di ribellione, ma anche alcuni esponenti della sinistra italiana riconobbero un certo credito al nuovo corso dannunziano. Il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris avrebbe di fatto stilato la Carta del Carnaro, la Costituzione che si sarebbe data la città di Fiume per proclamarsi indipendente nel settembre del 1920 in attesa dell’annessione(1); Nicola Bombacci, il quale di lì a qualche mese avrebbe abbandonato il partito socialista per aderire al nascente Partito Comunista d’Italia, aveva da subito riconosciuto un apprezzabile carattere rivoluzionario all’avventura del poeta abruzzese, sostenendo peraltro che pure Lenin fosse di tale avviso; il sindacalista marittimo Giuseppe Giulietti, infine, dette un sostegno anche concreto all’iniziativa, dirottando sul porto adriatico un bastimento pieno di armi. Brandendo la Carta del Carnaro come punto di riferimento per un programma di grandi innovazioni sociali e libertarie, costoro auspicavano di espandere la fiamma rivoluzionaria da Fiume in tutta Italia, ma la componente nazionalista e bellicista che aleggiava comunque sulle rive del Carnaro non consentiva di raccogliere ampi consensi all’interno della sinistra italiana, strenuamente pacifista. Altrettanto velleitaria fu l’iniziativa della Lega di Fiume, studiata come un consesso capace di riunire tutti popoli oppressi del mondo e le cui aspettative non trovavano soddisfazione all’interno di quella Società delle Nazioni che stava prendendo corpo in seno alla Conferenza della Pace di Parigi(2).

D’Annunzio non aveva in effetti tagliato del tutto i ponti con i “moderati”, i quali ed in particolare Giovanni Giuriati, ex Capo di Gabinetto di d’Annunzio, erano fin da principio bene ammanigliati con ambienti del Ministero degli Affari Esteri piuttosto che con i vertici militari; costoro adesso facevano la spola tra Roma e Fiume, sfruttando quest’ultima come punto di riferimento per i movimenti separatisti che cominciavano a delinearsi all’interno dello Stato slavo (soprattutto croati, montenegrini, albanesi del Kosovo, ungheresi di Vojvodina e macedoni). Il Vate stesso, dando il benservito ai suoi collaboratori che maggiormente si erano adoperati riguardo al progetto della Lega di Fiume, decise nella primavera del 1920 di puntare tutto sui cosiddetti “intrighi balcanici”, al fine di rilanciare l’azione militare e capeggiare una nuova spedizione che consolidasse la presenza italiana in Dalmazia ed avviasse lo sgretolamento del regime dei Karageorgevic in una serie di staterelli che sarebbero stati facilmente assorbiti nell’area d’influenza politica e commerciale italiana. Era questo un piano che vedeva interessati anche esponenti della finanza e dell’industria italiana (Senatore Borletti ed Oscar Sinigaglia), i quali però non riuscirono a raccogliere i denari che un progetto simile richiedeva, mentre nel frattempo le truppe italiane erano costrette da un sommovimento popolare ad abbandonare Valona, avamposto per il radicamento in Albania, e la diplomazia invece procedeva. Attraverso le rispettive ambasciate a Vienna, Roma e Belgrado stavano addivenendo ad un accordo: le trattative nascevano dal timore serbo che i movimenti indipendentisti che stavano ruotando attorno al caposaldo fiumano fossero veramente in grado di sgretolare la giovane e fragile compagine statale e ricevettero un’accelerata dall’uscita di scena del Presidente Wilson, strenuo sostenitore delle istanze serbe ma sconfitto alle elezioni presidenziali del novembre 1920. Il conseguente trattato di Rapallo accolse le rivendicazioni italiane sulla Venezia Giulia, mentre in Dalmazia solamente l’enclave di Zara (effettivamente l’unica città ancora abitata in maggioranza da italiani) ed alcune isole sarebbero state annesse: nonostante le dichiarazioni al limite dell’insubordinazione diffuse dai comandi italiani in Dalmazia nei mesi precedenti, i contingenti abbandonarono disciplinatamente le posizioni che venivano a trovarsi al di là del nuovo confine.

D’Annunzio si trovò così da solo con i suoi ultimi fedelissimi (le venature repubblicane della Carta del Carnaro ed un progetto di riforma dell’esercito in senso democratico gli avevano alienato l’appoggio di quasi tutti gli ultimi ufficiali e moderati rimasti a Fiume) a fronteggiare le cannonate con cui le truppe italiane per ordine di Giolitti, nuovamente capo del governo, costrinsero la Reggenza Italiana del Carnaro ad ammainare i propri vessilli al termine del cosiddetto “Natale di sangue”, affinché potesse instaurarsi quello Stato Libero di Fiume che era stato definito nell’ambito del Trattato di Rapallo.

Questo piccolo Stato fiumano avrà vita breve, venendo spartito già nel 1924 (Fiume all’Italia, Sussak al Regno dei serbi, sloveni e croati), ma l’avventura fiumana aveva tracciato due direttive che negli anni seguenti avrebbero contraddistinto la politica estera italiana nei confronti del Regno confinante. Innanzitutto si sarebbe fatto sistematicamente ricorso ai movimenti separatisti slavi nei momenti in cui i rapporti fra Belgrado e Roma si raffreddavano, al fine di destabilizzare il fragile vicino; secondariamente si sarebbe tentato di assorbire nella propria sfera di influenza commerciale la penisola balcanica, ma i capitali italiani si trovarono sempre sopravanzati dagli investimenti francesi prima e da quelli germanici a partire dall’aprile 1941, allorché la Jugoslavia si sarebbe dissolta in seguito all’attacco militare italo-tedesco.

 

Note:

  1. per i contenuti della Carta del Carnaro vedi il saggio di Lorenzo Salimbeni La Carta del Carnaro fra irredentismo e sindacalismo rivoluzionario su Eurasia XXIII Geopolitica e Costituzioni
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