È stato siglato lo scorso 2 novembre, nel corso del “UK-France Summit” di Londra, un accordo bilaterale fra Francia e Gran Bretagna in materia di cooperazione militare e di difesa. Tale intesa – già in qualche modo preannunciata nel corso dell’ultima campagna elettorale inglese e da una serie di dichiarazioni dell’ex Ministro della Difesa francese Hervé Morin – permetterà ai due Stati europei di dare non solo nuova linfa all’industria di settore, ma soprattutto di affrontare con decisione la nuove sfide poste dall’attuale quadro internazionale e di rilanciare, ad un secolo di distanza dall’Entente cordiale con cui si definirono le sfere di influenza nel Mediterraneo (1904), le proprie aspirazioni geopolitiche sia a livello regionale che a livello globale. Il rinnovo di questa alleanza, inoltre, pone con forza l’accento sul futuro dell’intera architettura della sicurezza europea: da un lato sulla Politica Estera di Sicurezza e Difesa (PESD) che è attualmente di natura intergovernativa; dall’altro sulle relazioni fra Unione Europea (e singoli Paesi europei) e NATO e, quindi, sull’elaborato nuovo Concetto Strategico della NATO da cui deriveranno i prossimi obiettivi e le prossime strategie da applicarsi su scala regionale e internazionale.

L’asse franco-britannico

Gran Bretagna e Francia – entrambe maggiori ex imperi coloniali del Vecchio Continente – rappresentano, soprattutto dopo la dichiarazione congiunta anglo-francese di Saint Malo che ha dato avvio alla PESD (1998), lo zoccolo duro della sicurezza in Europa: esse, da sole, coprono il 43% delle spese nel settore della difesa dell’Unione Europea, sono membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e sono le uniche due potenze nucleari europee, impegnate in prima persona sui principali scenari di crisi internazionali e in grado di incidere sugli equilibri di alcune regioni mondiali. La nuova intesa, dunque, non potrà far altro che rafforzare le loro capacità militari.

L’accordo in questione, infatti, è costituito da due trattati, uno riguardante una cooperazione militare di ordine generale, l’altro relativo ad una collaborazione nell’industria difensiva con particolare riferimento al settore nucleare.

Riguardo alla cooperazione militare, l’accordo prevede per la prima volta la formazione dal 2011 di un corpo d’armata congiunto formato da una componente terrestre, una marittima ed una aerea per un totale di circa 5000 uomini. Tale contingente, non permanente, sarà capeggiato da Francesi o da Britannici a seconda della natura dell’operazione da svolgere e potrà prestare il proprio servizio anche per la NATO, per l’Unione Europea e per la Nazioni Unite. Inoltre, grazie al potenziamento logistico e tecnologico di alcune portaerei, nei prossimi anni potrà essere costituita una vera e propria forza aeronavale integrata.

Quanto alla collaborazione in materia nucleare, Francia e Gran Bretagna hanno previsto di simulare, a partire dal 2014, il funzionamento del loro arsenale e di testarne la validità e la sicurezza a lungo termine: il centro di simulazione sarà costruito a Valduc (in Borgogna), presso un sito del Commissariato per l’Energia Atomica (CEA), e ad Aldermaston, nel Regno Unito, sarà invece allestito un centro di ricerca comune. Inoltre, sarà messa a punto una nuova generazione di equipaggiamenti, tra cui nuovi sottomarini nucleari, missili, sistemi antimine e lo sviluppo di microelicotteri UAV di media altitudine e di autonomia a lunga durata.

Secondo quanto dichiarato da Sarkozy e Cameron, questo approccio permetterà ai due Stati, dal punto di vista nazionale, di fronteggiare l’attuale crisi economica riducendo la spesa pubblica nel settore della difesa, e, dal punto di vista internazionale, di unire le forze nella lotta alla proliferazione delle armi di distruzione di massa e dei missili balistici, di intensificare la lotta al terrorismo e agli attacchi cibernetici e di garantire, così, la sicurezza marittima e spaziale. Tutto ciò, secondo quanto affermato dai due leader europei, avverrà non solo in stretta collaborazione con le politiche comunitarie e con le forze della NATO, ma favorirà anche una più stretta collaborazione fra le due istituzioni. Eppure, proprio il fatto che l’iniziativa dei due Stati è stata avviata autonomamente rispetto alle strutture di difesa occidentali, apre il dibattito su quali siano i reali obiettivi di Francia e Gran Bretagna e come questi si pongano nei confronti non solo  della  politica di sicurezza e difesa dell’Unione Europea, ma anche e soprattutto della NATO, la quale, in particolar modo, a causa delle difficoltà incontrate nella missione in Afghanistan, sta vivendo un periodo di ridefinizione della sua stessa identità e dei suoi prossimi obiettivi.

Prospettive geopolitiche

Entrambi i Paesi, infatti, hanno negli ultimi tempi intrapreso un nuovo corso di politica estera, ridefinendo le proprie priorità geopolitiche. Da un lato la Francia, dopo la pubblicazione del “Libro Bianco sulla Difesa e la Sicurezza nazionale”, con il reintegro nella NATO e con il mantenimento delle relazioni politico-economiche con la Germania, punta a rilanciarsi come potenza regionale e globale, soprattutto nel contesto euro-atlantico, in quello euro-mediterrano, in quello euro-asiatico e, come si faceva riferimento in un altro articolo apparso su Eurasia, in quello del Pacifico.

Dall’altra parte, la Gran Bretagna, con la recente pubblicazione del documento contenente le nuove linee in materia di sicurezza e difesa – “The Strategic Defence and Security Review” (SDSR) – e con la decisione di rinnovare il programma nucleare basato sui sottomarini “Trident”, punta a mantenere e a rafforzare la propria autonomia militare in modo da agire in maniera più incisiva non solo in contesti di crisi come l’Afghanistan, ma anche nei nuovi conflitti per l’acqua e per le risorse energetiche e nella lotta alla proliferazione nucleare che caratterizza in particolar modo il Medio Oriente. Al tempo stesso, il rafforzamento dei rapporti bilaterali – anche con le potenze emergenti come Cina, India e Brasile – permetterà al Regno Unito di operare, anche grazie all’istituzione di un “National Security Council”, sempre più indipendentemente dagli Stati Uniti e di avere una maggiore influenza globale, non solo in Europa, ma anche in contesti complessi come quello asiatico e latino-americano. Sul piano regionale, invece, l’accordo con la Francia le permetterà di rafforzare il suo ruolo all’interno dell’Unione Europea e, soprattutto, come ha dichiarato il neoministro degli Esteri Liam Hague nel corso dell’ultima campagna elettorale, di cooperare con quei Paesi europei che hanno un bilancio della difesa significativo e impiegano i loro soldati in operazioni complesse come quella in Afghanistan. Proprio questa linea dimostra che è improbabile che Londra, nonostante la presenza nel Governo delle forze liberal-democratiche, possa vincere definitivamente il suo tradizionale scetticismo verso le istituzioni di Bruxelles. Anzi, ciò che con ogni probabilità più interessa alla Gran Bretagna è riuscire a bilanciare l’enorme influenza della Germania in Europa, alla luce non solo della revisione del Patto di Stabilità, ma anche del consolidarsi del cosiddetto “Triangolo di Weimar” (costituito da Francia, Germania e Polonia), attualmente punto di riferimento per il problema della sicurezza dei confini orientali – e non solo – del continente europeo. Ciò vorrà dire che la Gran Bretagna avrà la possibilità di essere più influente nei rapporti con la Russia e che, quindi, i Governi di Berlino e Varsavia (quest’ultimo si appresta a detenere nel 2011 per la prima volta la Presidenza europea di turno) saranno con ogni probabilità costretti a rivedere le proprie strategie. Ne sarà agevolata certamente la Francia, che avrà, infatti, la possibilità di giocare su più tavoli nel quadro della sicurezza europea e di riuscire a realizzare un’Europa sotto il segno di Parigi.

Una nuova difesa europea?

Autorevoli think tank europei suggeriscono, dunque, tre possibili scenari per la sicurezza in Europa. Il primo dipenderebbe dalla capacità della Francia di riuscire a gestire il suo potenziale diplomatico e di incoraggiare, in questo modo, gli altri partner europei a stringere una più stretta collaborazione fra di loro e a costituire una forza integrata sotto l’egida francese. È tuttavia possibile anche il contrario, ossia che gli altri Stati europei, a seguito dell’incertezza delle ultime missioni internazionali, avvertano un senso di sfiducia nei confronti di nuove iniziative militari e che ritengano anacronistiche le posizioni francesi e britanniche: l’intesa potrebbe favorire, infatti, quella che il Segretario alla Difesa americano Robert Gates ha definito una cultura della “smilitarizzazione” in Europa.

Ma lo scenario più realisticamente prospettabile è quello secondo il quale l’asse franco-britannico riesca progressivamente a costruire intorno a sé una serie di gruppi di Stati europei divisi a seconda del loro contributo alla difesa europea. Si tratterebbe, insomma, della costruzione di un modello a “geometria variabile” in cui il primo partner sarebbe ovviamente la Germania, non solo per la maggiore stabilità dell’economia tedesca, ma anche perché essa intrattiene con la Francia importanti legami industriali principalmente nel settore aerospaziale. Sarebbe, in fondo, qualcosa di abbastanza simile al sistema proposto dal Trattato di Lisbona, ma attuata – per vincere l’euroscetticismo britannico – senza alcun coinvolgimento delle istituzioni comunitarie.

Il futuro della NATO

Un nuovo assetto della difesa europea solleva infine il quesito relativo al futuro del Patto Atlantico. Ventuno dei ventotto membri della NATO, infatti, sono anche membri dell’Unione Europea e ventiquattro fanno parte dell’Unione Europea Occidentale (UEO), che con il Trattato di Lisbona è passata sotto il controllo dell’UE. Come possono dunque conciliarsi gli obiettivi dei maggiori contribuenti della NATO in termini di forze militari – e, più in generale, di un’Europa che sembra richiedere più autonomia – con la NATO stessa?

Nonostante la diffusa sfiducia – specialmente nei Paesi dell’Est Europa – nei confronti del Patto Atlantico, Francia e Gran Bretagna hanno riaffermato in più di un’occasione il loro impegno all’interno delle strutture politiche e militari della NATO. Anzi, al fine di rafforzarne la struttura e di garantirne l’efficienza, esse si sono adoperati, nel corso del Vertice NATO di Lisbona, a definire i progetti di riforma e il nuovo Concetto Strategico. Perfettamente in linea con la loro volontà di rafforzare la loro capacità nucleare e di utilizzarla all’interno di una deterrenza globale, i due Paesi europei hanno sostenuto con forza il potenziamento della difesa antimissilistica all’interno dei territori alleati e lo sviluppo, soprattutto, del Programma “Active Layered Theatre Ballistic Missile Defence” (ALTBMD) che sia coerente con il livello della minaccia nucleare proveniente dal Medio Oriente e che permetta un partenariato con la Russia. Per Francesi e Britannici la difesa antimissili è un complemento e non un sostituto della deterrenza, la quale, allo stato attuale delle cose, può essere solo garantita da una maggior coesione dell’Alleanza Atlantica. In questo senso, quindi, se pur sorto su iniziativa bilaterale, l’accordo di cooperazione anglo-francese non potrà che apportare un cambiamento sostanziale all’interno della NATO, non solo in termini di razionalizzazione e gestione delle risorse, ma anche in termini di ridistribuzione delle decisioni, bilanciando, cioè, l’attuale preponderanza degli Stati Uniti. L’obiettivo finale di Francia e Gran Bretagna è, infatti, proprio quello di riuscire ad essere potenze concorrenti e alternative a quella americana nella sicurezza internazionale.

Se è possibile, dunque, ipotizzare più scenari sul futuro assetto della Politica Estera di Sicurezza e Difesa, è più difficile, invece, immaginare come gli Stati europei possano effettivamente trovare una via autonoma rispetto alla NATO, che per sessant’anni ha rappresentato il vero punto di riferimento della sicurezza occidentale: lo dimostrerebbero, d’altra parte, i recenti allargamenti a diversi Stati europei strategici in chiave euro-asiatica e l’istituzione e il mantenimento di importanti relazioni esterne (si pensi al “Partenariato Euro-Atlantico” – EAPC).

Il problema della difesa in Europa è, dunque, quanto mai complesso e suscettibile di cambiamenti. A distanza di sessant’anni dal fallimento della Comunità Europea di Difesa e dopo innumerevoli tentativi di raggiungere un’integrazione anche in campo militare, per un verso gli Stati europei si dimostrano ancora riluttanti ad adottare una linea effettivamente comune, ma per l’altro, la nuova Entente franco-britannica è sintomo di una rinnovata vitalità della geopolitica del nostro Continente.

* Maria Serra è Dottoressa in Scienze Internazionali (Università di Siena)

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