Si è scatenata a pochi giorni dall’inizio del 2011 la rivolta in Algeria dopo l’ennesimo aumento dei prezzi di prodotti alimentari di prima necessità. La crisi internazionale si è fatta sentire con estrema violenza nei paesi del Maghreb, dove c’è stato un incremento di circa il 20% dei prezzi di olio, zucchero e farina. Tutto ciò ha alimentato la rivolta sociale, che ha avuto inizio dei quartieri più poveri di Algeri. La protesta si è poi allargata, coinvolgendo alcuni comuni della Cabilia, nella zona di Boumerdes e Bejaia, a 50 e 250 chilometri ad est di Algeri, fino a coinvolgere le maggiori città algerine, da Orano a Tipaza, Djelfa, Ouargla, Blida, arrivando alle città dell’est come Annaba e Costantina. Alle sommosse per il carovita si sono aggiuntu i manifestanti esasperati dalla scarsità degli alloggi e dall’alta disoccupazione del paese. Si stima, infatti, che il 70% della popolazione algerina sia composta da giovani con età inferiore ai 30 anni ma che di questi solo un ristretto numero goda i un lavoro fisso o saltuario.

Il ministro del Commercio algerino, Mustapha Benbada, con il tentativo di porre un freno alle manifestazioni, ha rassicurato il paese circa la crisi alimentare, promettendo l’abolizione di alcune tassazioni introdotte. Dopo un incontro con gli importatori di olio e zucchero, Benbada, ha spiegato di aver trovato un accordo per cercare di frenare l’impennata dei prezzi. Eppure la crisi sembra non essere così facilmente controllabile, l’emergenza alimentare ha costretto Algeri ad acquistare 350mila tonnellate di grano all’estero. “Difficile fare previsioni, di certo l’aumento dei prezzi dei cereali farà aumentare il costo della bolletta di quei paesi che devono importare gli alimentari”, ha spiegato l’economista della Fao Abdolreza Abbassian, “l’aumento dei prezzi alimentari è molto inquietante perché tocca milioni di persone, soprattutto quando riguarda prodotti di base come i cereali.

Bouteflika alla base della rinascita

La Repubblica Popolare d’Algeria nasce nel 1962, dopo quasi un decennio di lotte per la liberazione dalla colonizzazione francese. Da allora, il “Front de Liberation Nationale” (FNL), creato nel 1954 alla vigilia della lotta di liberazione, domina la scena politica. L’attuale presidente è Abdellaziz Bouteflika, rieletto con il 90,2% dei voti alle elezioni del 9 aprile 2009. Egli è stato definito da molti algerini “l’uomo della provvidenza”; arrivato alla presidenza nel 1999 grazie all’appoggio dell’esercito. È riuscito a chiudere uno dei periodi più cupi della storia del paese: quello iniziato nel 1991-92 quando, in seguito alla vittoria alle elezioni locali e parlamentari del Front National du Salut (FIS), formazione islamica, il processo elettorale fu interrotto da un colpo di stato militare che annullò il voto e mise al bando il FIS. Ne scaturì una sanguinosa guerra civile che ancora oggi influenza il dibattito politico algerino. Bouteflika ha inaugurato, nei suoi due mandati (1999 e 2004), un processo di riconciliazione nazionale. Il presidente ha anche beneficiato di un costante aumento del prezzo del greggio che gli ha permesso di riassestare il debito pubblico e di lanciare alcuni piani di sviluppo economico. Forte di questi successi e grazie ad un emendamento costituzionale, Bouteflika ha quindi potuto ripresentarsi per la terza volta, in nome della continuità e della stabilità del paese, affrontando i principali temi della campagna elettorale: la riconciliazione nazionale, il rilancio dell’economia, la cronica assenza di alloggi e l’altissima disoccupazione, soprattutto giovanile. Il reale oppositore al suo successo è stato il tasso di astensione, sintomo del divorzio tra gli algerini, ormai sfiduciati e alle prese con la crisi sociale ed economica, e la politica, che non è riuscita a dare risposte adeguate; i principali partiti d’opposizione hanno optato per il “boicottaggio attivo” delle elezioni, spianando la strada ad una riconferma dello “Za’im”. L’astensione si è ufficialmente attestata intorno al 25% sebbene l’opposizione abbia denunciato gravi brogli elettorali.

L’Algeria ha registrato negli ultimi anni tassi di crescita intorno al 3%. L’economia è fortemente condizionata dalla produzioni di idrocarburi, pietra angolare nella struttura produttiva del paese. Ottava per riserve petrolifere e quarto esportatore al mondo, essi costituiscono il 45% del PIL e il 95% delle esportazioni algerine. Questa situazione rende il paese particolarmente sensibile alle oscillazioni del prezzo del greggio: i continui aumenti registrati dal 1999 fino al 2005 hanno portato lauti guadagni alle casse statali rendendo possibile, tra l’altro,come già ricordato, il risanamento del debito pubblico. Nel biennio 2006-08, invece, l’Algeria ha sofferto del repentino calo dei prezzi, rendendo palese la necessità di diversificazione dell’economia, soprattutto in favore di politiche industriali e di sostegno al settore agricolo.

L’Algeria ha beneficiato, in passato, di un piano quinquennale di sviluppo e il presidente ne ha annunciato un altro, di 150 miliardi di dollari. Nonostante ciò, rimangono insoluti i problemi legati al welfare: la carenza di abitazioni, infrastrutture, ospedali e scuole adeguati, nell’approvvigionamento di energia e acqua potabile, e, come abbiamo potuto notare dagli ultimissimi sviluppi, il forte aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, mettono a repentaglio la stabilità del Paese.

L’Algeria è un partner economico di primissimo ordine per l’Italia. Esistono ben 150 società italiane impegnate su suolo algerino in settori che vanno dall’impiantistica industriale all’agroalimentare, passando per il settore idrico, quello energetico, e quello delle infrastrutture. L’Algeria è il primo fornitore di gas naturale dell’Italia, e difatti la quasi totalità dell’import proveniente da Algeri è composta da idrocarburi; la punta di diamante della presenza economica italiana nel Paese maghrebino è dunque costituita dalle grandi imprese coinvolte nell’estrazione, nella preparazione e nel trasporto di idrocarburi.

Algeria e Tunisia: due crisi solo in apparenza simili

Le rivolte contro Bouteflika e Ben Alì sono contemporanee ma nascono da problemi diversi. Malgrado analisti e stampa nostrana si ostinino ad accomunarle, le crisi in Algeria e Tunisia sono diverse. Certo, ci sono alcuni fattori congiunturali in comune, come la natura dei regimi e la loro risposta repressiva alle proteste di piazza ma i due paesi hanno caratteristiche molto differenti. Una similitudine è politica: si tratta di due regimi, i cui presidenti sono in carica rispettivamente da 24 (il settantacinquenne tunisino Bel Ali) e 12 anni (il settantaquattrenne algerino Bouteflika). Sono due paesi in cui ogni elezione è puntualmente contestata e sembra esservi poco o nessuno spazio per le opposizioni, siano esse di natura politica o socio-culturale.

L’Algeria è reduce da una guerra civile costata 100 mila morti, che risale agli anni  novanta. Il processo di pace interna, se mai iniziato veramente, di sicuro non si è ancora concluso.

La Tunisia, al contrario, è sempre stata ritenuta uno dei paesi più stabili dell’area, con poche rivolte sociali e un livello di benessere più elevato, così come un sistema di leggi più “liberale”. Ma la stabilizzazione ha un prezzo: la mancanza di libertà. Secondo tutte le classifiche stilate Tunisi è all’ultimo posto in Maghreb in quanto a libertà, diritti civili e politici, e per ciò che concerne la libertà di stampa.

L’Algeria raccoglie molti  investimenti perché è ricca di petrolio, e soprattutto il gas, e può quindi essere considerata a tutti gli effetti un rentier State, il che la rende completamente diversa dalla Tunisia, impegnata a cercare nuovi spazi di sviluppo e di occupazione. Sia la Tunisia sia l’Algeria affrontano livelli di disoccupazione impressionanti, intorno al 13-15%. E sono solo cifre ufficiali, mentre alcuni parlano di un tasso al 30%, in Stati dove la popolazione sotto i 30 anni è la stragrande maggioranza. Anche qui, le analogie si fermano a questo dato. Per Algeri il petrolio e il gas costituiscono un fardello, più che un’opportunità. Le giganti imprese pubbliche energetiche assorbono la forza lavoro, rendendo quasi nulla l’iniziativa privata e la possibilità di nuovi spazi per l’occupazione.

In Algeria si sta avendo una rivolta di tipo socio-economico, in Tunisia, invece, di tipo politico. Il popolo algerino non ha punti di riferimento, e letteralmente ha fame.

La Tunisia chiede un cambio di regime, la sua è una protesta di tipo prettamente politico e questo preoccupa ancora di più l’élite al potere, che infatti sta rispondendo con una repressione molto più decisa di quella algerina, dal momento che è stata messa in discussione la stessa legittimità del governo.

*Oriana Costanzo è studente in Scienze politiche e della comunicazione (Università LUISS di Roma)

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