Per la sua collocazione geografica, per la sua storia, per le relazioni che ha instaurato con mondi fra loro differentissimi, la Serbia si è spesso trovata al centro delle vicende europee e adesso è giunta ad un crocevia. Uscita disintegrata dalle guerre che hanno sconvolto la ex Jugoslavia negli anni Novanta del secolo scorso, la Serbia appare oggi tentata fortemente dall’adesione a quelle strutture euro-atlantiche che l’hanno così pesantemente colpita nel recente passato, ma per certi versi è ancora legata fortemente al suo alleato storico e tradizionale, la Russia, la quale non sempre si trova allineata con gli interlocutori europei e della NATO. Questi spunti hanno dato vita sabato 4 dicembre al Seminario di Eurasia dal titolo La Serbia, un ponte per l’Europa, svoltosi a Trieste per iniziativa dell’associazione culturale Strade d’Europa grazie al contributo dell’Università degli Studi di Trieste e in collaborazione con la Comunità Religiosa Serbo-Ortodossa cittadina, con il quindicinale Nostra Gazzetta e con l’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie.

Stefano Vernole, redattore di Eurasia. Rivista di studi geopolitici ed esperto di vicende balcaniche, in particolare di quelle legate al Kosovo, ha cominciato il suo intervento proprio trattando delle ultime novità riguardanti la provincia separatista. Si tratta di un territorio impestato dall’uranio impoverito che aveva arricchito le bombe cadute copiosamente nel 1999, di uno Stato che non ha ancora avuto il riconoscimento da moltissime diplomazie ed al cui interno, in particolare nella regione settentrionale, la componente serba, dopo aver proclamato a sua volta la secessione, va consolidando una struttura parallela di assistenza che se nei dintorni di Mitrovica appunto funziona, si trova invece in difficoltà nel sostenere le altre enclavi nel resto del paese. Lamberto Zannier, rappresentante speciale dell’ONU in Kosovo, auspica che si riesca a giungere ad una soluzione pacifica fra la maggioranza albanese e la minoranza serba, ma tanto in seno alla NATO quanto in ambito USA, vi sono “falchi” che minacciano il ricorso alle armi per piegare le proteste serbe. In particolare hanno avuto luogo esercitazioni militari che possono far prefigurare una reazione di Prishtina paragonabile all’aggressione scatenata nell’agosto 2008 dalla Georgia contro la provincia separatista dell’Ossezia Meridionale. Non sono neppure mancati gli attentati mirati che hanno interessato, per ora senza gravi conseguenze, esponenti di spicco della comunità serba locale. Belgrado se vuole aderire all’UE piuttosto che alla NATO dovrebbe innanzitutto riconoscere l’indipendenza del Kosovo e quindi non può fare la voce grossa nel tutelare i suoi connazionali, i quali pertanto si sono rivolti all’ambasciatore russo in Serbia affinché apra un ufficio di rappresentanza nel nord della provincia. D’altro canto Mosca, coerentemente con la sua tradizionale vicinanza alla causa serba, ha già installato nei pressi di Nis un centro per le emergenze in cui opera personale non solo civile ma anche militare. Domenica 12 dicembre si svolgeranno le elezioni in Kosovo ed il successivo 18 dicembre avranno luogo colloqui Belgrado-Prishtina: la Serbia in estate ha ricevuto l’inatteso giudizio della Corte di Giustizia Internazionale che, interpellata proprio da Belgrado, ha dato ragione alla provincia secessionista, per cui Prishtina ha consolidato la sua legittimità ed oggi si parla sempre più spesso di Grande Albania. Questa teoria in Kosovo riscuote molto consenso, ma anche altrove la si segue con attenzione: se ne è parlato a Tirana in un grande convegno, nel sud della Serbia (specialmente nella valle di Preshevo) le comunità albanesi sono in fermento già da tempo e c’è il rischio di un effetto domino che coinvolga Montenegro, Macedonia e Grecia. A completamento del quadro, c’è già stata una rettifica di confine, poiché un porto albanese è stato ceduto al Kosovo in maniera tale da garantirgli uno sbocco all’Adriatico. Questa provincia è però anche il cuore della spiritualità serbo-ortodossa, sicché al Monastero di Pec ha avuto luogo di recente la cerimonia di insediamento del nuovo Patriarca Irenej, caratterizzata da uno strascico di tafferugli ed incidenti. Il Vescovo Artemije, punto di riferimento dei serbi del Kosovo, è stato altresì sollevato dal suo incarico, che ricopriva con forse fin troppo zelo per la diplomazia belgradese, con la pretestuosa accusa di aver commesso illeciti economici. Dopo aver “occupato” con un gruppo di fedeli un monastero kosovaro ed avervi celebrato Messa, mentre a Belgrado veniva arrestato un Monaco che guidava una manifestazione di solidarietà nei suoi confronti, Artemije ha ricevuto la tutela del Patriarca di Mosca. Nell’ambito di questo percorso di epurazione delle componenti scomode nel cammino di avvicinamento di Belgrado ai parametri occidentali, pure l’esercito, motivo di orgoglio per il popolo serbo, sta subendo un drastico ridimensionamento che lo porterà a base volontaria e inoltre si vanno intensificando le cooperazioni con l’esercito statunitense. Questa nuova immagine della Serbia è stata apprezzata dal Segretario di Stato USA Hilary Clinton nel corso della sua recente visita nei Balcani. Ora la Serbia necessita di investimenti stranieri per risollevarsi dalle devastazioni delle guerre che l’hanno colpita: la tipica ricetta occidentale a base di privatizzazioni ha già identificato nella Telekom Serbia uno dei bocconi più pregiati e in effetti un fondo d’investimento americano si è già fatto avanti. Il Governo Berlusconi si sta impegnando per sviluppare sull’asse balcanico nord-sud il Corridoio 10 Lubiana-Salonicco, ben più rapido del 4 che attraversa Ungheria e Romania, a scapito dell’8 (dall’Albania alla Romania attraverso il Kosovo) che trovava l’approvazione statunitense e del Ministro Urso, oggi uno dei più fieri oppositori dell’esecutivo tra le fila di Fli. Sono comunque già stati stanziati da Roma 340 milioni di euro per la ferrovia Belgrado-Bar (lo scalo montenegrino sta diventando lo sbocco al mare privilegiato per la Serbia), laddove gli USA hanno investito ben di più ma soprattutto in ONG e fondazioni culturali, proprio per portare avanti un’offensiva di soft power che annichilisca gli aspetti dell’identità serba difficilmente compatibili con l’american way of life. Cionondimeno, anche le privatizzazioni in Kosovo attireranno investitori d’oltreoceano: aeroporto, poste, telecomunicazioni e società elettrica, per non parlare delle ricchezze minerarie del sottosuolo, in primis la miniera di lignite di Trepça. Quest’ultima risulta attualmente paralizzata, poiché la sua filiera di sfruttamento è rimasta spezzata fra la zona serba e quella albanese, ma il noto speculatore internazionale Gorge Soros sarebbe già in pole position per accaparrarsela. Tale processo si attuerà in un contesto in cui perfino le autorità ONU presenti in loco sono invischiate in torbidi giri di corruzione.

Problemi personali dell’ultimo minuto hanno impedito al presenza del professor Dragan Mraovic, mebro del Comitato Scientifico di Eurasia. Rivista di studi geopolitici ed ex console jugoslavo in Italia, laddove il professor Stefano Pilotto, docente di Storia dei Trattati e Politica Internazionale e di Storia dell’Integrazione Europea presso l’Università degli Studi di Trieste, impossibilitato a partecipare al seminario causa precedenti impegni, ha voluto comunque esprimere la propria adesione inviando un contributo. Come più volte ha avuto modo di spiegare sulle pagine del quotidiano cittadino Il Piccolo, PIlotto ha ribadito il ruolo della Serbia nella storia europea in qualità di antemurale all’espansionismo ottomano e di bastione della stabilità balcanica, sicché è inspiegabile come oggi l’Europa abbia potuto colpire così pesantemente Belgrado privandola del Kosovo. Se si vuole che la Serbia torni ad essere un ponte per il nostro continente verso l’est e si spengano le diffidenza serbe nei confronti del mondo occidentale, allora, in primis da parte dell’Italia, si deve avviare un percorso di revisione storica che chiarifichi gli errori commessi e consenta di integrare questo Paese in un contesto davvero europeo di pace e di solidarietà.

La giornalista freelance Marilina Veca ha sposato da anni la causa serba, dando vita ad iniziative di solidarietà umanitaria con le enclavi serbe in Kosovo e ad attività informative in Italia riguardo tali vicende, dando di recente vita all’Associazione Nazionale di Amicizia italo-serba, rivolta quindi anche ai serbi di Bosnia, delle Krajne e del Kosovo appunto. Questa generosa attivista si è trovata recentemente assieme a Falco Accame al cospetto della Commissione sull’Uranio Impoverito del Senato italiano per portare la sua esperienza diretta sulle tragiche conseguenze di questo elemento sul territorio serbo che è stato sottoposto a bombardamenti ed in cui operano militari anche italiani in seno ai contingenti internazionali. Siccome l’audizione ha avuto risvolti penosi pure in presenza della madre di un soldato italiano morto dopo essere stato in missione in queste zone (3 senatori su 20 presenti e comunque dediti chi al cellulare, chi alla rassegna stampa), la Veca ha spiegato almeno al pubblico triestino che, pur avendo dati incompleti, si riscontra un incremento del 63% dei tumori di natura linfatica ed un incremento leggermente inferiore di quelli di altra natura. Se chi risiede in loco è bersagliato in questa maniera, anche chi vi transita temporaneamente si trova esposto ad alto rischio, basti pensare che i Tribunali di Firenze, Roma e Bari hanno dato ragione alle richieste di risarcimento presentate da famiglie di militari italiani deceduti causa tumori al ritorno dalle missioni nella ex Jugoslavia. Il Ministero della Difesa e lo Stato Maggiore, chiamati a versare forti risarcimenti, hanno fatto ricorso ribadendo che non vi erano rischi per il personale italiano dislocato nella ex Jugoslavia: eppure i militari statunitensi avevano ricevuto un equipaggiamento particolare, studiato apposta per proteggere dagli effetti radioattivi dell’uranio impoverito… Dopo aver scritto libri e reportage ed aver anche girato un documentario, oggi la Veca ha scelto la forma del romanzo per raccontare il traffico di organi che si è abbattuto sul Kosovo. Cuore di lupo (animale totemico per la capacità di resistenza serba) racconta quattro casi di famiglie (ovviamente alterando nomi propri e riferimenti alle località) che non hanno più visto tornare a casa un parente ed hanno sofferto a lungo prima di scoprire che era stato rapito e fatto letteralmente a pezzi per alimentare il mercato clandestino di espianti e traffico d’organi. Anche se le autorità ONU in loco e la Croce Rossa Internazionale sono reticenti, è assodato che questa sorte ha riguardato all’incirca 1300 serbi, vittime delle strutture mafiose dell’Uçk, rapidamente passata negli archivi statunitensi da organizzazione terroristica a prezioso alleato nella guerra contro Milosevic ed oggi gratificata con l’insediamento ai posti di comando dell’amministrazione civile del Kosovo, ma ancora dedita a loschi affari. Nel 1999 i media occidentali hanno parlato di fosse comuni piene di cadaveri albanesi e rivelatesi in seguito inesistenti (molti albanesi mancavano all’appello perché fuggiti dalla provincia, ma poi rientrati a guerra finita), mentre oggi danno ben poco spazio al mattatoio che si sta realmente consumando. Addirittura Carla Del Ponte, accanita accusatrice della Serbia in seno al Tribunale Internazionale per i Crimini di Guerra nella ex Jugoslavia, ha affrontato questa vicenda nel suo libro La caccia, in cui si parlava della “casa gialla” in territorio albanese che ospitava le operazioni clandestine di espianto. E proprio nella requisitoria a carico di Slobodan Milosevic, un militante dell’Uçk, indicato come “K 144” e chiamato a testimoniare sulle vicende della primavera ’99, ha riferito il listino dei prezzi degli organi e come gli introiti venissero spartiti fra i vertici Uçk (80%) e quanti svolgevano i lavori di bassa manovalanza come cattura e custodia delle vittime. Una simile struttura vanta però anche profonde connessioni internazionali ed equipe mediche preparate a svolgere queste operazioni chirurgiche in locali idonei, nonché solidi addentellati con quelle strutture sanitarie occidentali che alimentano la domanda in questo atroce mercato. Le autorità di EULEX presenti in Kosovo hanno in effetti compiuto indagini ed alcuni arresti e d’altro canto le sezioni dei Carabinieri che seguono filoni d’inchiesta similari hanno riscontrato come il prezzo degli organi si sia abbassato (quindi l’offerta è aumentata) proprio in corrispondenza con l’aumento dei casi di sparizioni in Kosovo, ma il fenomeno è ben protetto e difficile da sradicare. Nella misura in cui il Governo italiano di centrosinistra all’epoca partecipò attivamente all’aggressione della NATO nei confronti della Serbia, mettendo a disposizione non solo basi militari ma anche propri cacciabombardieri, così oggi anche sull’Italia pesa la responsabilità di quanto sta avvenendo in Kosovo, le cui ambizioni separatiste costituirono il casus belli.

Al termine dell’incontro, è stata annunciata la costituzione anche a Trieste di una delegazione dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italo-serba (amiciziaitaloserba@gmail.com), la quale si è subito proposta a interlocutrice della cospicua comunità serba cittadina ed è stata preannunciata per febbraio-marzo una prima grande manifestazione, con cui ribadire il profondo e duraturo legame che sussiste fra il capoluogo giuliano ed il mondo serbo. Non si tratterà solamente di un’associazione dedita ad approfondimenti culturali, bensì soprattutto di una realtà associativa con cui predisporre iniziative di solidarietà concreta con le comunità serbe che nelle loro terre, in cui sono radicate da secoli, si trovano attualmente a vivere situazioni difficili.

Articolo precedente

«Rapporti con la Russia: in Germania non ci sono le polemiche italiane» - S. Grazioli

Articolo successivo

La marcia USA-NATO verso la Guerra e il "Grande Gioco" del 21° secolo