16 giugno 2011

Le elezioni di domenica 12 giugno per il rinnovo della Grande Assemblea Nazionale della Turchia hanno consacrato per la terza volta consecutiva l’AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) di Recep Tayyip Erdoğan alla guida del paese.

I primi commenti della stampa internazionale sono stati quasi unanimi nel ritenere che tale vittoria non possa essere considerata un trionfo non avendo raggiunto i due terzi dei seggi (367) necessari per varare una nuova Costituzione; la stessa stampe, però, ha dimenticato di sottolineare che un elettore turco su due ha votato il primo ministro in carica per il suo terzo mandato.

L’AKP è riuscito comunque a conseguire un risultato straordinario se confrontato con  gli altri paesi europei dove i partiti al governo, alle prese con la crisi economico-finanziaria, subiscono forti contrazioni o pesanti sconfitte elettorali.

Nel Vecchio Continente l’AKP, sull’onda del grande sviluppo economico dell’ultimo decennio, è l’unico partito che sia riuscito non solo a vincere per ben tre volte consecutive ma addirittura ad incrementare costantemente il proprio consenso elettorale.

Il partito del premier ha ottenuto il cinquanta percento dei voti (Le cifre vengono per comodità arrotondate); si tratta, quindi, di un vero e proprio plebiscito elettorale.

Al secondo posto si è collocato il CHP (Partito Repubblicano del Popolo) con il ventisei percento dei voti, al terzo posto l’MHP (Partitodel Movimento Nazionalista) con il tredici percento, infine con oltre il sei percento dei voti il gruppo dei deputati indipendenti riconducibili al partito filo-curdo del BDP (Partito della Pace edella Democrazia).

Nel 2007 l’AKP aveva vinto con il quarantasei percento mentre nel 2002 si era affermato con il trentaquattro percento dei voti. Nel 2007 il CHP, aveva ottenuto il ventuno percento dei consensi mentre nel 2002 aveva guadagnato il diciannove e mezzo percento.

Sempre nel 2007 l’MHP era riuscito a raggiungere un brillante quattordici percento dei voti contro l’appena otto percento del 2002 che lo aveva escluso dal parlamento.

Ma se dalle percentuali si passa al totale di voti ottenuti la portata della vittoria dell’AKP risulta ancora più straordinaria.

Per il partito di governo hanno votato ventuno milioni di cittadini turchi, quasi il doppio del CHP che ne ha ottenuti undici milioni. A grande distanza si collocano l’MHP con cinque milioni e mezzo di voti e gli indipendenti filo-curdi del BDP con quasi tremilioni di voti.

Ma è quando si passa ad esaminare il numero dei seggi assegnati a ciascuna forza politica che si scopre un dato a dir poco paradossale.

L’AKP, pur avendo raggiunto la percentuale di voti più alta della sua storia ha ottenuto solo 326 seggi, 15 deputati in meno rispetto ai 341 delle elezioni del 2007. Anche allora il partito di Erdoğan nonostante fosse aumentato di ben dodici punti percentuali perse 24 seggi contro i 365 del 2002.

Paradossalmente proprio nel 2002, con il trentacinque percento dei voti, l’AKP sfiorò i due terzi dei seggi (367) necessari per varare una nuova carta costituzionale.

Il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo non è riuscito a raggiungere nemmeno la soglia dei 330 seggi che gli avrebbero consentito di poter indire un referendum popolare di modifica costituzionale.

 

 

 

 

 

Elezioni generali in Turchia: 12 giugno 2011

 

 

Partiti Voti Seggi
No. % +/- +/-
AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) 21.440.702 49,95 +3,29 326 -15
CHP (Partito Repubblicano del Popolo) 11.130.832 25,94 +5,09 135 +23
MHP (Partito del Movimento Nazionalista) 5.578.844 12,98 -1,31 53 -18
Indipendenti  (deputati curdi del BDP) 2.859.598 6,58 36 +10

 

 

Elezioni generali in Turchia: 22 luglio 2007

 

Partiti Voti Seggi
No. % +/- +/-
AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) 16.340.534 46,66 +12,38 341 –23
CHP (Partito del Popolo Repubblicano) 7.300.234 20,85 +1,46 112 –66
MHP (Partito del Movimento Nazionalista) 5.004.003 14,29 +5,93 71 +71
Indipendenti (deputati curdi del DTP) 2.859.598 26 +18

Elezioni generali in Turchia: 3 novembre 2002

 

Partiti Voti Seggi
No. % +/- +/-
AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) 10.848.704 34,43 +34,43 365 +365
CHP (Partito Repubblicano del Popolo) 6.114.843 19,41 +10,70 177 +177
Indipendenti 8

 

 

Ma allora come si spiega questo paradosso? La risposta sta tutta nel sistema elettorale turco che prevede una soglia di sbarramento altissima, al dieci percento, il che limita la presenza in parlamento di due, massimo tre formazioni politiche.

Va ricordato che tra le richieste poste alla Turchia dall’Unione Europea vi è anche quella di abbassare la soglia di sbarramento del dieci percento poiché giudicata non pienamente democratica, ma a questo punto si può obiettare che se in Turchia  si fosse votato con il sistema maggioritario britannico (sistema uninominale ad un turno) molto probabilmente l’AKP avrebbe superato i due terzi dei seggi in parlamento.

 

L’elezione dei deputati curdi avviene grazie ad uno “stratagemma.” Non riuscendo a superare la soglia del dieci percento su base nazionale il BDP (Partito della Pace edella Democrazia) ha presentato i propri candidati come indipendenti nei singoli collegi aggirando di fatto la quota di sbarramento e facendoli così eleggere nelle provincie a maggioranza curda del sud-est dell’Anatolia: Diyarbakyr, Mardin, Batman, Hakkari, Van, ecc. Gli indipendenti filo-curdi sono passati dai 26 del 2007 ai 36 attuali prova dell’evidente scollamento dell’elettorato curdo dal partito di governo.

Nel 2002 superarono lo sbarramento del dieci percento solo due partiti: l’AKP con 365 seggi ed il CHP con 177; altri 8 seggi furono assegnati agli indipendenti.

Alle elezioni del 2007 entrarono in parlamento l’AKP, il CHP e l’MHP. Nonostante il balzo in avanti di ben dodici punti percentuali l’AKP ottenne 341 seggi, il CHP ne ottenne 112 nonostante fosse avanzato di un punto e mezzo percentuale. In totale i due partiti persero 89 seggi (rispettivamente 23 l’AKP e 66 il CHP). Di questi 71 andarono all’MHP mentre i restanti 18 agli indipendenti filo-curdi che salirono a quota 26 seggi.

Anche questa volta nonostante sia avanzato di ben tre punti percentuale, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo ha perso altri 15 seggi a tutto vantaggio del Partito del Popolo Repubblicano e dei filo-curdi.

All’origine dell’arretramento dell’AKP vi è il mancato tracollo elettorale dell’MHP. Gli ultranazionalisti sono stati la chiave di volta di questa campagna elettorale, ed infatti su di loro si erano concentrate le attenzioni degli analisti e dei sondaggisti alla vigilia del voto.

Travolto da uno scandalo a luci rosse (alcuni suoi alti esponenti sono stati immortalati in imbarazzanti video hard) il partito in un primo tempo rischiava di non raggiungere la soglia del dieci percento. Nel caso in cui fosse rimasto fuori dal parlamento i suoi 71 seggi sarebbero stati divisi tra l’AKP ed il CHP consentendo quasi sicuramente al partito di Erdoğan di raggiungere i 367 seggi necessari per varare una nuova carta costituzionale.

Nonostante gli iniziali pronostici sfavorevoli l’MHP ha ottenuto il tredici percento dei voti, cedendo appena un punto percentuale. Di fatto l’annunciato crollo del partito non si è verificato. Tuttavia gli ultranazionalisti hanno perso ben 18 seggi scendendo a quota 53.

Le percentuali di voto più alte per il partito, oltre il venti percento, sono state registrate soprattutto nelle province costiere di Antalya, Mersin, Adana nella Regione del MarMediterraneo, nelle province di Gümüşhane, Bayburt nella Regione del Mar Nero e nella provincia di Bilecik nella Regione di Marmara.

Solo nella provincia di Iğdır l’MHP è riuscito ad ottenere più voti dell’AKP e del CHP. Il fatto che questa provincia confini con l’Armenia e sia abitata da una folta comunità azera è sufficiente a spiegare il perché di questa vittoria. Inconsistente la percentuale di voti raccolta nelle province curde.

Un grande balzo in avanti ha registrato il CHP, lo storico partito fondato da Kemal Atatürk, passato dal ventuno percento del 2007 al ventisei percento attuale e da 112 a 135 seggi.

Il merito di questo successo spetta prima di tutto al nuovo leader Kemal Kılıçdaroğlu che ha saputo imprimere una svolta portando una ventata di rinnovamento in un partito ingessato dalla lunghissima leadership di Deniz Baykal costretto alle dimissioni nel maggio dello scorso anno poiché implicato in uno scandalo a luci rosse (anche lui immortalato in un video hard).

Soprannominato “Gandi Kemal,” Kılıçdaroğlu in questo suo primo anno di leadership ha iniziato a ricostruire quel legame con la società turca che sembrava irrimediabilmente compromesso con la vecchia leadership, cercando di rompere con quell’immagine del partito che la identificava come espressione dell’establishment kemalista, aprendolo alle minoranze ed avvicinandolo maggiormente a quelle istanze popolari che sono all’origine del successo dell’AKP.

Questa svolta politica trova una sua possibile spiegazione anche con la storia personale dello stesso Kılıçdaroğlu. Di etnia curda e di religione alevita, egli è espressione delle due principali minoranze etnico-religiose del paese, storicamente discriminate e represse lungo tutta la storia della Turchia repubblicana.

La nuova svolta impressa al CHP ha spinto Kılıçdaroğlu a compiere un tour di comizi elettorali nelle province curde del sud-est (fatto nuovo nella storia del CHP) con l’intento di sottrarre voti sia ai candidati indipendenti legati al BDP sia all’AKP.

Mentre per l’AKP la stampa internazionale ha parlato di una battuta d’arresto, per il mancato conseguimento dei due terzi dei seggi, nel caso del CHP analisti e media internazionali hanno evidenziato soprattutto la sua avanzata in parlamento. Tuttavia un’analisi più attenta dimostra che il Partito Repubblicano del Popolo non ha poi ottenuto quel grande successo di cui si parla nelle analisi di voto.

I sondaggi delle ultime settimane davano il CHP tra il venticinque ed il trenta per cento, quindi tra i quattro ed i dieci punti percentuali in più rispetto al 2007.

Con quasi il ventisei percento dei voti ha di fatto appena superato le previsioni più basse della vigilia. Inoltre la campagna elettorale di Kılıçdaroğlu nelle province curde del sud-est non ha dato l’esito sperato visto che sono stati i candidati indipendenti del BDP e solo in minima parte l’AKP a guadagnare seggi.

Ciò dimostra come il partito e la sua nuova leadership abbiano ancora molto da lavorare  per riuscire a guadagnare la fiducia dei curdi che continuano a percepire il CHP legato a quell’ideologia kemalista che per decenni si è ostinata a negare l’esistenza stessa della minoranza curda. Deludente inoltre è stato il suo risultato nell’Anatolia interna.

Queste elezioni hanno riconfermato il carattere prettamente regionale del CHP, le cui roccaforti elettorali continuano ad essere le province della Regione di Marmara (Edirne, Kırklareli, Tekirdağ, tutte nella Tracia Orientale) e quelle della Regione dell’Egeo (Smirne, Aydin, Muğla) anche se in nessuna di queste province ha raggiunto il sessanta percento delle preferenze.

La percentuale più alta (cinquantasei percento) si è avuta nella piccola provincia di Tunceli, nelle Regione dell’Anatolia Orientale. Ma quest’affermazione si spiega col fatto che Tunceli è abitata in maggioranza da aleviti da sempre sospettosi verso   l’agenda filo islamica dell’AKP. Nelle province tradizionali roccaforti del CHP il partito di Erdoğan ha ottenuto in media il trenta percento delle preferenze.

Queste elezioni hanno evidenziato come l’Anatolia continui a rimanere la roccaforte  elettorale del Partito per la giustizia e lo Sviluppo. Qualunque forza politica che aspiri a spodestare l’AKP dalla guida del paese dovrà elaborare un programma politico che tenga conto di quelle che sono le istanze della nuova borghesia e classe imprenditoriale “anatolica” emersa nell’ultimo ventennio come forza economica trainante del paese.

Questi ceti sociali emergenti, non più disposti a restare subalterni alle tradizionali elite dominanti di Istanbul e Smirne, hanno visto nell’AKP la forza politica in grado di rappresentarla politicamente. Il successo del partito di Erdoğan sta proprio nell’essere riuscito a farsi portavoce dei nuovi ceti sociali anatolici.

Le province in cui l’AKP ha raggiunto le percentuali di voti più alte sono soprattutto quelle della Regione dell’Anatolia Centrale (Sivas, Kayseri, Konya, Nevşehir, Yozgat, Çankyry, Aksaray, Kyrykkale) Dell’Anatolia Orientale (Erzurum, Malatya, Elazığ) e dell’Anatolia Sud Orientale (Gaziantep, Şanlıurfa, Adyyaman) epicentro dell’attuale miracolo economico turco. In tutte queste province il partito del premier Erdoğan ha superato il sessanta percento dei voti (la punta massima del settanta percento è stata raggiunta nella provincia di Kahramanmaraş nella Regione delMar Mediterraneo ma situata geograficamente nell’Anatolia interna).

Ottima è stata l’affermazione anche nelle province della Regione del Mar Nero dove l’AKP ha ottenuto in media il cinquanta percento dei voti, con diverse province in cui è riuscita a superare il sessanta percento (Samsun, Rize, Düzce, Ordu, Corum, Gümüşhane, Bayburt). Anche in due province della Regione dell’Egeo l’AKP ha raggiunto il sessanta percento delle preferenze (Afyonkarahisar e Kütahya).

Il voto di domenica 12 giugno avrebbe potuto sancire il passaggio dalla “Prima Repubblica” di Kemal Atatürk alla “Seconda Repubblica” di Recep Tayyip Erdoğan.

Molto probabilmente nel caso in cui Erdoğan fosse riuscito ad ottenere i 367 seggi necessari, le opposizioni avrebbero scatenato una fortissima opposizione sia nel parlamento che nelle piazze del paese (vale la pena ricordare le grandi manifestazioni di protesta contro la legge dell’AKP che consentiva alle studentesse di indossare il velo islamico nelle università poi abolita dalla Corte Costituzionale).

La nuova Costituzione sarebbe diventata oggetto di dure contestazioni da parte delle forze politiche di opposizione e di una parte della società turca con il grave rischio di spaccare il paese e di svilire il testo alla base del funzionamento di qualsiasi regime democratico.

 

Lo stesso Erdoğan ha subito voluto sgombrare il campo affermando che la nuova Costituzione sarà il risultato del consenso e del negoziato e che il suo governo dialogherà con tutte le forze politiche ma anche con il mondo della cultura e con le organizzazioni espressione della società civile turca. Il primo ministro sarà, quindi, costretto a percorrere la difficile strada del dialogo nel tentativo di dare al paese una nuova carta costituzionale che sia rappresentativa della Turchia del XXI secolo.

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