Fonte : http://lexpansion.lexpress.fr/economie/la-turquie-sur-les-traces-de-l-empire-ottoman_247660.html?p=2

L’immenso mausoleo di Atatürk è situato sulle vette della capitale turca. Di notte le sue colonne illuminate dominano l’orizzonte di Ankara, conferendo al monumento l’aspetto di un tempio antico.

Questo stravagante mausoleo testimonia il culto del quale continua a beneficiare il generale Mustafa Kemal, detto Atatürk, « il padre dei Turchi », fondatore nel 1923 della prima repubblica laica in un Paese musulmano, nata sulle rovine dell’Impero Ottomano, il quale aveva regnato per cinquecento anni su tre continenti, dalle porte di Vienna all’Oceano Indiano.

L’austero ritratto di Atatürk è sempre affisso in tutti i luoghi pubblici ed in alcuni negozi, compresa la più piccola bancarella del bazar di Istanbul.

Eppure la Turchia si allontana oggi dall’ombra tutrice di Atatürk per inventarsi un nuovo destino, rinnovandosi con il suo passato ottomano.

Si tratta di una profonda rottura rispetto all’epoca kemalista, durante la quale il Paese aveva rigettato la sua eredità imperiale, voltando le spalle ai suoi vicini e privilegiando attivamente un ancoraggio occidentale.

Una rottura incarnata a meraviglia da Ahmet Davutoğlu, il poliglotta ed attivo Ministro degli Affari Esteri, il quale non manca l’occasione di far vibrare la corda ottomana.

Non è un caso che abbia scelto Sarajevo per pronunciare nel 2009 un discorso rimasto celebre. Al cuore di questa città, fondata dagli ottomani nel 1461 e simbolo del martirio dei bosniaci musulmani durante la guerra nell’ex Jugoslavia, Davutoğlu ha chiaramente radicato le ambizioni del suo Paese in una continuità storica. « Come nel XVI secolo, ha detto, mentre gli ottomani erano al centro della politica mondiale, faremo dei Balcani, del Caucaso e del Medio Oriente il nuovo centro politico del mondo con la Turchia!»

Poco importa che la proposta sia smisurata, essa illustra un fenomeno nuovo. Ovunque, dal cinema alla letteratura, il periodo ottomano non cessa di essere rivisitato con una rinnovata curiosità.

Una tendenza accresciuta dal governo dei conservatori religiosi al potere dal 2002 e dalla formazione del quale è l’emanazione l’AKP, il partito di Giustizia e Sviluppo, generato dal movimento islamista.

Il potere esalta la nostalgia ottomana

“La nostalgia ottomana è un marchio di fabbrica dell’AKP” evidenzia Franck Debié, grande conoscitore del Paese e direttore del centro di Geostrategia della Scuola Normale Superiore. “Mira a mostrare che la Turchia può trovare delle radici più profonde del kemalismo, e a riabilitare un periodo nel quale il Paese era al cuore del Mediterraneo, dell’Islam e del Caucaso”.

Questo cambiamento di rotta si accompagna ad un attivismo diplomatico sempre più affermato, al punto di turbare le storiche alleanze del Paese, pilastro della NATO durante la Guerra Fredda, e che oggi aspira all’ingresso nell’Unione Europea.

Che si tratti dell’Iran, di Israele o del Sudan, i punti di frizione si sono moltiplicati negli ultimi anni. Lo Stato turco non nasconde più la sua ambizione di divenire un attore di primo piano in una zona strategica, pronto a giocare una partita importante.

Un cambiamento di rotta verso Oriente?

Dopo aver voltato le spalle all’Oriente durante il periodo kemalista, la Turchia sta ora realizzando un nuovo cambiamento di rotta, allontanandosi dall’Occidente? “Niente affatto”, afferma un diplomatico europeo in sede ad Ankara. “La Turchia sta diventando un Paese disinibito che prende coscienza della sua forza, scopre il suo ambiente e vuole giocare al pari di qualsiasi altro Stato tutte le sue carte per massimizzare i suoi interessi”.

Checché ne sia, questa forza crescente della Turchia non sarebbe stata possibile senza lo spettacolare recupero della sua economia. Si è infatti abbastanza lontani dal 2000 quando lo Stato, sull’orlo della bancarotta ha dovuto essere soccorso – ancora una volta – dal FMI. All’epoca, un avvicinamento all’UE sembrava la sola prospettiva in grado di consentire al Paese di uscire dalla crisi. Oggi il clima è cambiato. Dopo il 2005, il PIL pro capite è aumentato del 50% per raggiungere i 650 euro al mese, le esportazioni sono cresciute del 75% e gli investimenti stranieri, motori del decollo economico, sono esplosi. La crescita si è consolidata (7,5% nel 2010), le finanze pubbliche si sono assestate ed il Paese si è sviluppato ad un ritmo rapido. “Contrariamente ad una immagine della Turchia ancora largamente diffusa, questa non è più il Paese dell’artigianato e del tessile”, riassume un economista. “Essa fabbrica ormai le componenti per Airbus e costruisce la prima automobile elettrica di Renault”.

Questa vitalità economica ha profondamente sconvolto lo status quo. Non solo il Paese è stato conquistato da un ottimismo palpabile, ma questa nuova fiducia stimola anche altre ambizioni.

« La Turchia ha cambiato prospettiva in questi ultimi anni, non si vede più solamente alle porte dell’Unione Europea, ma al centro di una grande regione », rileva Sinan Ulgen, ex diplomatico e presidente del centro di studi economici Edam a Istanbul. Grazie alla sua crescita, la Turchia dispone oggi di leve che le permettono di estendere la sua influenza. E, meno di un secolo dopo la scomparsa dell’Impero Ottomano, fa un ritorno da protagonista nella sua vecchia area.

La svolta turca è pari a 130 milardi

È questo il valore, in dollari, delle esportazioni turche nel 2009, rispetto ai 30 miliardi nel 2009 (90% in prodotti industriali).

48%

È la parte delle esportazioni verso l’Unione Europea nel 2008 che, per la prima volta, non è più la destinazione maggioritaria.

27%

La parte delle esportazioni turche verso il Medio Oriente e l’Africa del Nord è raddoppiata tra il 2000 ed il 2009.

Fonte: Tepav, United Nations Comtrade Database.

 

 

 

Dai cantieri dei Balcani al Kazakistan

La presa delle imprese turche in questa zona è spettacolare. Esse sono presenti su tutti i grossi cantieri, dai Balcani all’Asia Centrale attraverso il Caucaso ed il Vicino Oriente. I giganti del BTP (Sembol, Enka, Renaissance Construction ecc), poco conosciuti in Europa, costruiscono su tutti i fronti. C’è da fare, poiché la maggior parte di queste regioni sono in pieno recupero, la quasi totalità delle nuove strade e tutti i nuovi aeroporti, centri commerciali ed hotel di queste aree sono stati realizzati da Turchi. Gli esempi fioccano: l’aeroporto di Tbilisi, in Georgia, delle autostrade nei Balcani, il porto di Tripoli, in Libia, così come i sontuosi palazzi ufficiali del Kazakistan.

Al di là della prossimità geografica e, in certi Paesi, di una prossimità linguistica, le imprese turche hanno dei formidabili assets. “Sono in grado di fornire degli eccellenti prodotti competitivi ed un buon seguito logico a delle economie impoverite che ambiscono a degli standard di vita europei », constata Franck Debié.

Questa presenza della Turchia nel suo vicinato non è il frutto del caso. Esso ha saputo cogliere al volo i ribaltamenti storici che si sono prodotti alle sue frontiere da 20 anni. Con la sconfitta del comunismo, ha visto aprirsi le porte del Caucaso, dell’Asia Centrale e dei Balcani. Dopo la seconda guerra d’Iraq, « la legittimità americana nella regione è stata messa in discussione », constata Sinan Ulgen. “Due Paesi, la Turchia e l’Iran, approfittano di questo vuoto per espandere la loro influenza”. Ma, grazie alla sua democrazia, dispone di un vantaggio molto importante . “Essa ha costituito un modello nel Medio Oriente, dove i sistemi arabi tradizionali son in declino “, sottolinea un diplomatico europeo.

La diplomazia messa al servizio dell’economia

Questa espansione risponde anche ad una deliberata strategia, quella del « nessun problema » con i Paesi vicini, teorizzata da Ahmet Davutoğlu, il Ministro degli Affari Esteri. L’obiettivo è di normalizzare le relazioni – fino a quel momento molto tese – con gli Stati vicini, per favorirne gli scambi.

“Dal momento che non esistono delle vere economie di mercato nei Paesi limitrofi, bisogna avere dei buoni rapporti con i governi in carica per realizzare dei contratti pubblici”, osserva Güven Sak, il direttore di Tepav, il centro di analisi della potente Camera di Commercio turca.

Il governo turco è anche incoraggiato in questo cammino per la sua base, una nuova classe di imprenditori, le « tigri anatoliche ». Questa borghesia pia e provinciale forma l’ossatura dell’AKP al potere, che si batte duramente con la vecchia élite kemalista, rappresentata dall’esercito, dagli alti funzionari e dai dirigenti dell’industria tradizionale.

Gli imprenditori all’assalto del Paesi vicini

« I padroni dell’Anatolia hanno ancora delle difficoltà ad imporsi in Europa, spingono dunque il governo ad aprir loro i mercati dei Paesi vicini, dove sono molto competitivi, nota Sinan Ulgen. Dunque, questo attribuisce una nuova importanza alla diplomazia turca, che fa ormai dell’espansione economica una priorità.

Il « direttore d’orchestra » di questa espansione è Zafer Caglayan, il Ministro del Commercio estero. Nel suo ufficio, dove l’inevitabile ritratto di Atatürk affianca una maglietta incorniciata del Galatasaray, il leggendario club di calcio di Istanbul, emana sicurezza ed incarna alla perfezione questa rinnovata fierezza del Paese. Velato, il messaggio agli Europei è molto chiaro : “se non ci volete più, ben presto non avremo più bisogno di voi !”

“Per la Turchia, il mondo non si limita all’Unione Europea”, sostiene lui. “A quattro ore di aereo possiamo raggiungere 56 Paesi, rappresentanti un quarto della popolazione mondiale. Il nostro obiettivo è di diventare la decima economia al mondo entro il 2023. Per il resto, sta all’Europa decidere”. A buon intenditor, poche parole !

traduzione di Claudia Mastrapasqua

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