Dopo un lungo periodo in cui pareva essere caduta nell’oblio, la questione afghana è tornata al centro della politica internazionale in ragione delle operazioni militari poste in atto dagli Stati Uniti e dai loro alleati a partire dal 2001, anno che segna il battesimo dell’Enduring Freedom.

Con l’arrivo alla presidenza di Barack Obama nel gennaio 2009, si è messa in moto una riflessione circa gli obiettivi da raggiungere in Afghanistan, le modalità con le quali operare e i costi che ancora potevano tollerarsi.

Si è dunque deciso un invio di circa 40000 uomini in aggiunta a quelli già presenti e si è delineata una nuova strategia operativa basata su 3 pilastri fondamentali:

  • ottenere una vittoria quanto meno parziale sui talibani tramite un’intensificazione dei combattimenti;
  • conquistare l’appoggio della popolazione attraverso una maggiore attenzione nei confronti della stessa (assicurarne la protezione ed evitare, per quanto possibile, “danni collaterali” quali l’uccisione di civili dovuta ad operazioni militari);
  • allontanare il movimento talebano da Al Qaeda e sfruttare a proprio vantaggio le divisioni interne allo stesso (si tenta in questo modo di coinvolgere parte del composito gruppo nella fase di institution-building attualmente in atto a Kabul e province).

Questa ambiziosa strategia appare tanto più complessa se si considera il fatto che i tempi di attuazione devono essere necessariamente brevissimi.

Il presidente Obama ha infatti annunciato che dal luglio 2011 comincerà il progressivo ritiro delle truppe dal terreno di battaglia, per cui al piano ideato dall’amministrazione nordamericana è richiesto non solo di essere efficace, ma soprattutto di dimostrarsi tale già nel brevissimo periodo.

La prospettiva di un ritiro delle forze internazionali ha spinto il presidente afghano Hamid Karzai a guardarsi intorno, alla ricerca di alleati che possano compensare la dipartita dei carri armati a stelle e strisce.

La Cina condivide con l’Afghanistan una frontiera di circa 76 km situata all’interno del Corridoio del Wakhan, regione montagnosa che durante il “Great Game” era stata utilizzata per dividere l’impero zarista dai possedimenti britannici.


Nella strategia di Pechino degli ultimi decenni, Kabul ha ricoperto un ruolo periferico, specie se paragonato all’interesse mostrato invece per le zone circostanti.

Tuttavia, almeno a partire dal 2006, sembra che le cose siano cambiate e la Cina appare sempre più interessata a giocare un ruolo di rilievo sullo scacchiere afgano.

La relazione tra i due paesi concerne molteplici ambiti, il più importante dei quali è sicuramente quello economico. Non possono però trascurarsi le questioni legate alla sicurezza intesa in senso lato ed alle dinamiche geopolitiche in atto nel vasto continente asiatico.


Le risorse prima di tutto

Uno degli elementi chiave per comprendere appieno la strategia di politica estera cinese è sicuramente il tentativo di soddisfare il suo crescente fabbisogno di materie prime. Una crescita quasi costantemente in doppia cifra ha fatto emergere l’urgente problema di reperire risorse che permettano a Pechino di continuare la sua ascesa senza il minimo ostacolo.

Le relazioni tra la Cina, da una parte, ed i paesi africani e sudamericani, dall’altra, vanno certamente inserite in questa prospettiva, così come il legame che va facendosi sempre più stretto con gli Stati dell’Asia Centrale.

D’altra parte, l’Afganistan è un paese con rilevanti riserve di petrolio (stimate in 1.596 milioni di barili), gas naturale (stimate in 15.687 trilioni di piedi cubi) ed altre materie prime quali i minerali ferrosi, che ne fanno una delle maggiori fonti potenziali di risorse naturali della regione.

Uno studio del 2004 effettuato dalla Banca Mondiale ed intitolato Mining as a source of growth ha identificato proprio nel settore minerario il motore di una futuribile crescita economica afgana.

Senza voler troppo banalizzare, si può ritenere quasi inevitabile che i due paesi confinanti stabilissero prima o poi delle relazioni fondate sulla logica del “do ut des”.

Il primo segno di un certo rilievo nella prospettiva di un mutamento delle relazioni bilaterali è emerso nel 2007, allorquando la Corporazione Metallurgica Cinese (CMC) ha acquisito, per il valore di 3,5 miliardi di dollari, la concessione, per 30 anni, delle miniere di rame di Aynak, situate nella provincia afgana di Lowgar.

Si tratta del maggior investimento estero che sia mai stato effettuato nella storia dell’Afghanistan.

Secondo le stime del ministro afgano per le miniere, a partire dal 2013 le imposte e le royalties derivanti dal settore minerario porteranno, annualmente, nelle casse del governo, circa 2 miliardi di dollari che serviranno a Kabul per tentare di rafforzare il suo controllo sul paese tramite un potenziamento dell’apparato militare e poliziesco.

Questo denaro sarà reperito tramite la concessione dei diritti di sfruttamento su ulteriori complessi minerari che l’esecutivo guidato da Karzai sta tentando di offrire al migliore offerente.

Risale a pochi mesi fa la notizia del posizionamento sul mercato del deposito di minerali ferrosi di Hajugak, territorio situato a 130 km dalla capitale.

Il governo afgano contava di chiudere la vendita in tempi brevi, ma la crisi economica che ha colpito l’economia globale ha suggerito di posticiparne la cessione per ricavarne un profitto maggiore.

Secondo il nuovo ministro per le miniere, Wahidullah Shahrani, il valore complessivo dell’operazione dovrebbe aggirarsi intorno ai 12 miliardi di dollari e la compagnia favorita per la sua acquisizione sarebbe, ancora una volta, la Corporazione Metallurgica Cinese.

Ciò non dovrebbe sorprendere se si tiene conto del fatto che Pechino ha a disposizione risorse quasi illimitate da investire nei settori ritenuti strategici.

Tuttavia, se per il governo afgano si tratta di vero e proprio oro colato, gli altri Stati guardano con apprensione e fastidio all’espandersi degli interessi cinesi all’estero.

L’enorme liquidità a sua disposizione e l’assenza assoluta di interesse per la natura dei regimi con cui tesse rapporti commerciali, ne fanno un attore con cui è molto difficile competere e a cui è complicato porre limiti di ogni sorta.

Gli Stati Uniti non hanno accolto di buon grado la cessione delle miniere di Aynak alla Cina, ritenendo che il suo scarso coinvolgimento nelle operazioni di pacificazione e ricostruzione dell’Afghanistan, non meritasse una tale ricompensa.

Inoltre Washington, seppur non in via ufficiale, ha mosso varie critiche ed accuse al modus operandi di Pechino.

Il geologo nordamericano della Banca Mondiale, James Yeager, più volte di stanza in Afghanistan nel ruolo di consigliere per il Ministero delle miniere, ha innanzitutto affermato che i piani cinesi prevedono ben pochi posti di lavoro effettivamente lasciati alla popolazione afgana.

In secondo luogo ha asserito che i criteri della gara erano poco trasparenti e non assicuravano dunque la necessaria imparzialità.

Tali insinuazioni si sono tradotte in accuse vere e proprie allorquando il Washington Post, riprendendo le parole di un ufficiale statunitense vicino all’ambiente dell’intelligence, ha parlato di una tangente da 30 milioni di dollari che il ministro delle Miniere, Mohammed Ibrahim Adel, avrebbe intascato per favorire la compagnia cinese nella gara d’appalto.

La vicenda non ha avuto alcun seguito, ma ci permette di avere una misura delle tensioni che le attuali dinamiche internazionali stanno generando.


Oltre l’economia

L’economia rappresenta solo uno degli aspetti su cui Pechino e Kabul stanno costruendo le loro relazioni bilaterali.

In occasione dell’ultima visita del Presidente Karzai in Cina (la quarta da quando è capo del governo), tenutasi lo scorso marzo, i due paesi hanno siglato una serie di accordi che vanno dalla cooperazione economica (concessione di una tariffa privilegiata per l’accesso di molti prodotti afgani sul mercato cinese) all’interazione nel settore della sicurezza.

Nonostante sia lunga solo 76 km, la frontiera con l’Afganistan rappresenta per la Cina un punto debole ed instabile che procura non poche preoccupazioni al governo.

Pechino teme una radicalizzazione dell’estremismo islamico nella regione occidentale dello Xinjiang ed una sua rapida espansione in tutta l’Asia Centrale, regione in cui la Cina detiene ingenti interessi di natura economica.

Era stata paventata l’ipotesi di un contributo cinese in termini di truppe da schierare sullo scacchiere afgano. Ciò avrebbe forse permesso a Pechino di compiere un ulteriore passo verso il suo riconoscimento quale forza responsabile e stabilizzatrice, ma d’altra parte avrebbe quasi certamente creato allarmismi a Tokyo e New Delhi, che guardano ad ogni mossa cinese come al tentativo di porre in atto una strategia tesa all’ottenimento dell’egemonia regionale.

Pechino ha però interesse che l’apparato militare afgano sia in grado di sorvegliare il confine che separa i due paesi.

Questo obiettivo è stato sottolineato in occasione dell’incontro tenutosi a marzo tra il ministro della difesa afgano, Abdul Rahmid Wardak, e il ministro della difesa nazionale cinese, Liang Guanglie. Quest’ultimo si è detto disposto ad effettuare un’attività di rifornimento logistico e di addestramento del personale militare afgano.

Durante la visita in Cina di Hamid Karzai, tale questione è stata ripresa ed inserita anche nell’ambito della lotta ai traffici illegali di droga che si sono fatti sempre più intensi dopo la caduta del regime talebano.

Il Presidente cinese Hu Jintao, oltre ad un generico impegno di cooperazione contenuto nei documenti siglati, ha sottolineato come l’Afganistan dovrebbe giocare un ruolo maggiore nell’ambito dell‘Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, ente che raggruppa anche la Russia e i paesi dell’Asia Centrale, dove Kabul detiene lo status di membro osservatore.

Il problema del traffico illegale di eroina rappresenta una delle maggiori preoccupazioni del governo cinese.

Il commercio di droga costituisce forse la maggiore fonte di profitto per i signori della guerra che dominano le province afgane e, allo stesso tempo, rappresenta uno dei maggiori esami che il governo di Karzai è chiamato ad affrontare.

Secondo le stime del direttore del dipartimento dedicato ai traffici illeciti di droga all’interno del ministero cinese di pubblica sicurezza, nel 2007 circa 386 kg di eroina proveniente da Pakistan e Afghanistan avrebbero varcato la frontiera e sarebbero finiti sul mercato cinese.

Negli ultimi mesi, il surge messo in atto dalle truppe statunitensi avrebbe contribuito a ridurre l’entità di questi traffici. Tuttavia, col ritiro delle truppe tra qualche mese, il problema riemergerebbe in tutta la sua gravità e la sua soluzione non potrebbe prescindere da una relativa stabilizzazione dell’area.

La presenza degli Stati Uniti e dei suoi alleati sul territorio afgano ha inoltre comportato un ulteriore vantaggio per la Cina.

Le operazioni attuate nell’ambito dell’ISAF e dell’Enduring Freedom hanno infatti comportato una decisiva riduzione, in termini di uomini e di possibilità d’azione, del Partito Islamico del Turkestan (TIP), gruppo estremista su cui si concentrano i sospetti di Pechino per quel che concerne gli attacchi effettuati nella regione dello Xinjiang.

Il TIP ha la sua base organizzativa in Pakistan ed Afghanistan ed è stato soggetto, in questi anni, ad attacchi che lo hanno privato di importanti dirigenti.

Lo scorso febbraio, ad esempio, l’attacco di un drone americano nel Waziristan occidentale ha tolto la vita ad uno dei membri di maggiore spicco dell’organizzazione terroristica, Abdul Haq al-Turkistani, all’epoca capo del partito.

Col ritiro statunitense e la conseguente cessazione di queste operazioni, la Cina teme che Il TIP possa guadagnare una maggiore libertà di movimento. Sebbene il gruppo appaia ormai incapace di lanciare attacchi oltre il confine cinese, la sua sola esistenza costituirebbe un motivo di grossa preoccupazione per il governo di Pechino.

La Cina, dunque, sta usufruendo a vari livelli della presenza di truppe internazionali sul suolo afgano: protezione dei suoi investimenti nel paese, riduzione dei traffici illegali di droga, che in parte finiscono sul suo mercato, e soprattutto riduzione delle capacità operative dei gruppi terroristici che ne minano l’integrità territoriale.

Il tentativo di Obama di coinvolgere i maggiori attori regionali nella soluzione della questione afgana potrebbe spingere Pechino ad assumersi maggiori responsabilità e giocare le carte che ha a disposizione.

Nell’ambito della lotta ai talibani, il Pakistan appare come il paese che maggiormente potrebbe dare un concreto aiuto agli Stati Uniti.

Tuttavia, gli interessi nazionali perseguiti dal governo di Islamabad gli impediscono di schierarsi in maniera netta nella lotta contro i gruppi jihadisti.

L’obiettivo principale del Pakistan è infatti quello di poter contare su un governo afgano alleato, in modo da poter utilizzare i territori confinanti come un retroterra strategico nell’eventualità di un conflitto con l’India.

Questo scopo ha spinto la potente Inter-Services Intelligence pakistana (ISI) ad appoggiare l’ascesa dei talibani al governo di Kabul. Negli ultimi anni, spinta dai lauti finanziamenti americani, l’ISI si è impegnata al fianco di Washington in alcune operazioni tese a minare le basi organizzative del gruppo estremista islamico. Tuttavia, il sospetto di un suo perdurante appoggio alla causa jihadista non è ad oggi stato del tutto dissipato.

A tal proposito, il ruolo della Cina potrebbe risultare fondamentale.

Pechino è il maggior socio commerciale del Pakistan (nel 2006, i due paesi hanno siglato un accordo sul libero scambio entrato in vigore nel 2007), oltre che il suo maggiore alleato nell’area asiatica.

La Cina potrebbe dunque puntare sul suo rapporto privilegiato con Islamabad per far in modo che il governo guidato da Zardari si impegni con maggiore convinzione nella lotta contro il movimento talibano.

Se tale scenario si concretizzasse, la stabilizzazione dell’area derivante da un’azione concertata dei maggiori attori della regione, comporterebbe immediati benefici per l’economia cinese. Pechino infatti, potrebbe in tal caso intensificare i suoi investimenti in Pakistan e Afganistan, senza il timore di dover far fronte a rischi di natura non-commerciale in grado di compromettere la sua strategia.

Al momento però, nonostante tutto ciò appaia come una strategia win-win, ci sono poche speranze che si realizzi un suo passaggio dall’ambito del futuribile a quello più concreto dell’effettività.


Verso nuovi equilibri regionali?

Il quarto viaggio di Karzai in Cina è giunto in un momento in cui le critiche nei confronti dell’operato delle truppe internazionali sul territorio afgano sembravano segnalare un certo cambio di strategia.

Forse per coagulare attorno a sé un maggiore consenso da parte della popolazione ed attirare anche le forze meno moderate dello scenario politico, il Presidente afgano si è più volte scagliato pubblicamente contro le forze occupanti, esigendo una loro maggiore attenzione nei confronti dei civili.

Che si tratti o meno di strategia politica, questa parziale presa di distanza nei confronti degli Stati Uniti e dei suoi alleati gioca in favore di un avvicinamento tra Kabul e Pechino.

L’obiettivo di Hamid Karzai è probabilmente quello di fare del suo paese uno dei più stretti alleati di Pechino, in modo da attirare gli ingenti investimenti cinesi (liberi da ogni sorta di condizionalità democratica) e in tal modo avere a disposizione maggiori risorse da dedicare al rafforzamento del controllo dell’esecutivo sul resto del paese.

Inoltre, si è già detto delle pressioni che la Cina potrebbe esercitare sul governo di Islamabad e degli immediati effetti che ciò avrebbe in termini di stabilizzazione della regione.

Tuttavia, se ciò si realizzasse, ci troveremmo in presenza di uno scenario alquanto sorprendente.

Verrebbe infatti a crearsi una sorta di alleanza regionale tra Pakistan e Afghanistan, con Pechino nel ruolo di protettore e garante internazionale.

Questo nuovo equilibrio segnerebbe la sconfitta non tanto degli Stati Uniti che, pur temendo un eccessivo ampliamento dell’influenza cinese nella regione, raggiungerebbero tuttavia l’obiettivo più a buon mercato di un Afghanistan relativamente stabile e potrebbero lasciarsi alle spalle questa disastrosa esperienza.

Per l’India, invece, si tratterebbe di una vera e propria disfatta in termini geopolitici. Oltre ad un indebolimento dell’alleanza con Kabul, paese ritenuto fondamentale nella strategia di accerchiamento del Pakistan, l’India si vedrebbe circondata da paesi con legami più o meno stretti con il vero rivale regionale di New Delhi: la Cina.

Negli ultimi anni stiamo infatti assistendo all’espandersi dell’influenza di Pechino su tutto il continente asiatico.

Gli ingenti investimenti effettuati nei paesi dell’Asia centrale e la cosiddetta strategia della “collana di perle”1 ci danno la misura delle attuali dinamiche continentali, le quali indicano un graduale trasferimento di potere ed influenza nelle mani del governo di Pechino.

Trattasi di scenari dalla difficile realizzazione, ma essi ci aiutano a cogliere i movimenti, talvolta quasi impercettibili, che preludono a trasformazioni tanto radicali quanto inattese.

Tuttavia, l’avvicinamento tra Kabul e Pechino è ormai un dato di fatto che muta parzialmente gli scenari geopolitici ed apre prospettive nuove la cui evoluzione appare, ad oggi, imprevedibile.


* Daniele Grassi è dottore in Scienze politiche (Libera Università Internazionale degli Studi Sociali “Guido Carli” di Roma)


1 Termine che indica la strategia posta in atto dalla Cina nelle acque dell’oceano Indiano, ossia la conquista di postazioni strategiche che le permettano di sorvegliare i traffici energetici che hanno luogo in questa regione.

Tra le perle della collana cinese basti ricordare: Hambantota (Sri Lanka), Chittagong (Bangladesh), Sittwe (Myanmar) e Gwadar (Pakistan).

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