Di fronte all’avanzata dell’ISIS in Iraq e in Siria e al rinfocolarsi del problema del fondamentalismo armato, che potrebbe riproporre un’emergenza terroristica su scala globale, si impone in maniera lampante una riflessione sull’utilità delle due guerre condotte dagli Usa nello stesso Iraq e in Afghanistan per debellare la minaccia terroristica. A prima vista esse non hanno prodotto i risultati sperati, anzi sembrano aver peggiorato il quadro della regione, che appare precipitato in uno stato di instabilità perdurante. Il nascente Stato Islamico dell’Iraq e del Levante con la sua crescente influenza nell’universo jihadista potrebbe riproporre una minaccia ancora più seria, come vedremo, rispetto a quella posta in passato dalla stessa al-Qaida, che l’ISIS sembra aver scalzato nei propri territori.
La storia dell’Iraq democratico sorto a seguito all’intervento militare americano – il cui governo si è poi appoggiato sempre più sul sostegno dell’elemento sciita – sembra essere giunta al capolinea. Baghdad è sul punto di cadere nelle mani dei miliziani dell’ISIS, dopo che questi, già forti del controllo del governatorato dell’al-Anbar, il 10 giugno scorso sono entrati in possesso della città strategica di Mosul (Falluja era già stata catturata in gennaio), mentre l’esercito iracheno non appare in grado di opporre alcuna resistenza efficace. Migliaia di profughi iracheni si riversano sulle frontiere del Kurdistan e della vicina Turchia, che ha minacciato più volte l’intervento a difesa dei propri cittadini iracheni (anche se essa finanzia in effetti i ribelli siriani contro Assad e ha interesse a debellare il PKK). Il confine (artificiale, disegnato a Versailles) che separava Iraq, Siria e Giordania è de facto divenuto inesistente, risultando completamente in mano alle forze ribelli. Senza contare il pericolo che i grandi stabilimenti petroliferi del paese vengano conquistati, contribuendo ad accrescere delle tensioni inflazionistiche sul costo del petrolio.
L’ intervento americano, sia tramite droni sia tramite invio di forze militari (di fatto impraticabile), è al momento da escludere. Obama nel suo ultimo discorso si è limitato a porre la questione di un coinvolgimento della componente sunnita, che ne è attualmente esclusa, all’interno della compagine governativa, auspicando una soluzione eminentemente politica della crisi. Al Maliki tuttavia sembra aver opposto un diniego alla creazione di un governo di unità nazionale accanto ai sunniti (1).
Dall’altro lato tale stato di cose, se si tenta una visione di lungo periodo del problema, appare, se non favorevole agli USA, ben lungi dal richiedere un intervento diretto degli Stati Uniti. Un persistente scenario di instabilità nell’area siriano-irachena, non sappiamo quanto provocato deliberatamente da Washington (sopratutto se si pensa ai finanziamenti dei Sauditi, del Kuwait e del Quatar soprattutto all’ISIS), potrebbe in futuro essere un’arma di ricatto a disposizione contro un Iran divenuto temibile con la dotazione di un eventuale arsenale atomico. Essa appare ad ogni modo una strategia rischiosa e a prima vista inspiegabile se si pensa ai 24 miliardi di dollari spesi dagli USA per armare l’esercito iracheno, e inoltre che potrebbe mettere seriamente in pericolo la stabilità in Medio-Oriente. Sebbene possa servire a rendere più malleabile l’Iran, potrebbe in realtà trasformarsi in un’arma a doppio taglio, se si pensa a quali potrebbero essere le conseguenze ad esempio per l’integrità di Israele e i pericoli di una accresciuta tensione tra Arabia Saudita e Repubblica islamica iraniana.
L’avanzata dell’ISIS risulta essere almeno in parte figlia della guerra civile in corso in Siria, le cui frontiere costituiscono un retrovia strategico per i guerriglieri operanti nel vicino Iraq e comandati da Abu Bakr al Baghdadi. Questi ultimi, ultrawahhabiti ed alleati con una componente non irrilevante di ex lealisti del regime di Saddam Hussein, erano un tempo contigui ad al-Qaida, che però ne ha ripudiato l’affiliazione, giudicando troppo radicali i propositi dello Stato Islamico (2). Lo sviluppo del fenomeno jihadista armato è però soprattutto una conseguenza del diffuso malcontento contro il regime di Al-Maliki, giudicato dispotico, che si trascina quanto meno dal 2011 con le proteste esplose nelle regioni del nord-ovest del paese duramente represse dal governo centrale, subito circondatesi di una legittimazione confessionale (l’appello anacronistico alla lotta contro i regimi “safavidi” non lascia dubbi).
L’intento della costituzione di una sorta di “califfato” sunnita tra le regioni a maggioranza sunnita di Iraq e Siria, con la prospettiva peraltro di un allargamento al “Levante” dello Stato Islamico (il che equivarrebbe a coinvolgere i territori di Libano, Giordania, Palestina e Turchia meridionale), non può che presupporre una genesi comune di tale fenomeno nei due paesi, tanto più che una parte del fronte al-Nusra siriano è confluito nell’ISIS, anche se le due organizzazioni tengono a mantenersi nettamente distinte, e se si tiene conto che lo stesso ISIS opera in Siria contro il regime di Damasco e contro altre cellule terroristiche antagoniste.(3) La polemica sorta tra al-Baghdadi e Ayman al-Zawahiri ha aperto serie divisioni in seno al fronte jihadista siriano, contribuendo a depotenziare il conflitto contro la permanenza di Assad al potere in Siria, la cui posizione appare più solida con la vittoria delle recenti elezioni.
C’è infine la questione del Kurdistan e delle sue pulsioni autonomiste, aggravate dal sorgere della minaccia ISIS. L’apparente avvicinamento tra governo centrale di Baghdad e Erbil, la decisione di Barzani, presidente della regione autonoma curda, di mettere a disposizione i peshmerga contro i miliziani sunniti, eventi determinati dalla volontà di contrastare la crescente emergenza jihadista, non possono in realtà nascondere le rivalità crescenti e il distacco tra le due realtà territoriali, tanto più che il Kurdistan si è mostrato fino ad ora padrone della situazione (anche se una rinnovata offensiva su Kirkuk potrebbe mettere in discussione tale predominio curdo) e in grado di svolgere un ruolo economico e politico crescente nell’area, come sembrano dimostrare i recenti colloqui avviati con Erdogan da parte di Barzani.(4) Il rischio è che al conflitto di natura confessionale, si sovrapponga anche quello etnico (arabo- curdo, per ora latente), il che determinerebbe la fine definitiva – ammesso che non vi sia già stata – dell’integrità territoriale irachena.

NOTE
1 http://www.lastampa.it/2014/06/25/esteri/iraq-maliki-gela-gli-usa-ed-esclude-un-governo-di-unit-nazionale-4615GUqHmiKe2a4rlUYtrI/pagina.html
2 http://www.presstv.com/detail/2014/02/07/349703/isis-too-extreme-for-alqaeda/
3 http://www.reuters.com/article/2013/05/17/us-syria-crisis-nusra-idUSBRE94G0FY20130517 e http://temi.repubblica.it/limes/al-qaida-ha-perso-lisis-liraq-ha-ritrovato-la-guerra-civile/58289
4 http://temi.repubblica.it/limes/guerra-a-isis-tregua-con-baghdad-la-strategia-dei-curdi-diraq/63539

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