Dopo la rivolta che in poco tempo ha cambiato la storia del Paese, con la caduta del raìs Hosni Mubarak in seguito ad una salda permanenza al potere durata circa trent’anni, gli egiziani pensano al futuro, con l’obiettivo di prendersi quello per cui sono scesi e si sono battuti in una piazza Tahrir divenuta sinonimo di diritti rivendicati e speranze, vero simbolo del cambiamento. Un percorso che necessariamente, dopo una pausa tanto lunga della dialettica politica, è destinato a presentare delle fisiologiche difficoltà, nonché una prospettiva di medio termine tutt’altro che chiaramente decifrabile. Il 19 marzo scorso il popolo egiziano si è recato alle urne per votare il primo referendum popolare svoltosi da cinquant’anni a questa parte. “È la prima volta che arrivo qui senza sapere in anticipo il vincitore”, ha detto una ragazza in procinto di recarsi al seggio. Il 77,2% della popolazione – con un’affluenza di diciotto milioni di cittadini, il 45% degli aventi diritto – si è detta favorevole all’approvazione di un pacchetto di modifiche costituzionali al testo del 1971, in grado, stando ai sostenitori del SI, di stabilire regole del gioco più eque in vista delle elezioni che porteranno alla formazione di un nuovo Parlamento e, quindi, ad una Costituente, che avrà il compito di elaborare la Carta dell’era post-Mubarak. Il calendario della transizione prevede, con tutta probabilità, già per il mese di settembre lo svolgimento delle elezioni parlamentari mentre, qualche mese più in là, si terranno le presidenziali. Un ampio dibattito è scaturito dall’opportunità o meno di indire elezioni di tale importanza per la storia del Paese in tempi così stretti. “Riformare una Costituzione morente non ha senso. Adesso ne serve una completamente nuova”, questa la sostanza dei sostenitori del NO al referendum – tra i quali il Movimento 25 gennaio, il partito Wafd di Al-Sayed Al-Badawy, il Ghad (Domani) di Ayman Nour, il partito di sinistra del Tagammu, i nasseriani, i cristiani copti ortodossi – che spingevano per una transizione che avrebbe dovuto necessariamente affondare le sue radici in una riscrittura integrale di un nuovo testo costituzionale, in sostituzione di quello attuale, giudicato “distorto, inadatto a gestire una transizione democratica”, come emerge dalle parole di Amr Hamzawi, direttore di ricerca al Carnegie Endowment Middle East Center di Beirut. Tra i sostenitori del SI, i partiti più preparati ad una tornata elettorale, e, quindi, il binomio, se vogliamo ambiguo, costituito dal Partito Nazionale Democratico di Mubarak, che è stato sciolto, ma le cui figure si stanno riciclando in altre formazioni politiche, ed i Fratelli Musulmani. Questi ultimi, si ricordi, nel corso delle manifestazioni precedenti la cacciata del raìs sono rimasti dietro le quinte, evitando di cavalcare pubblicamente l’onda della rivolta. Tuttavia, come sostenuto da Emad Gad, dell’Ahram Centre for Political and Strategic Studies, “anche se le forze nazionaliste hanno intimato ai Fratelli Musulmani di trattenersi fino a quando i frutti della loro rivolta non fossero maturi e pronti per essere condivisi, il gruppo ha continuato a lavorare unilateralmente con la convinzione di essere l’unica forza organizzata”. Ed è proprio tale consapevolezza di storica e radicata compagine politica, la meglio strutturata dopo l’esercito, ad aver spinto la Fratellanza – che si presenterà nel neonato Partito di Giustizia e Libertà –  a sostenere la scelta di elezioni a breve termine, opzione che si scontra con quella dei Movimenti, a favore di un periodo più lungo, necessario a cucire il tessuto politico egiziano, convogliare una coscienza politica già peraltro presente e formare i partiti del nuovo corso, in grado scongiurare qualsiasi legame e contaminazione con il passato.

Tra gli attori centrali nella storia recente dell’Egitto, che nello stesso tempo costituisce il deus ex machina di quella che molti presentano come una latente controrivoluzione in atto nei confronti delle istanze di piazza Tahrir, vi sono i militari che, dalla caduta di Mubarak hanno assunto il ruolo di “traghettatori” della transizione. Tuttavia, i timori riguardano il pericolo di una vera e propria restaurazione in pieno stile, con un ordinamento politico che rimarrebbe invariato nella sostanza, con l’intervento di pochi quanto marginali cambiamenti, meramente formali, da molti ribattezzato un “mubarakismo senza Mubarak”, con al centro della scena il Consiglio Supremo delle Forze Armate. Come fa notare ancora Samir Amin, eminente economista, manifestando tutti i timori di un mantenimento sostanziale dello status quo, “i militari, i Fratelli Musulmani e la borghesia appartengono allo stesso blocco sociale, perseguono gli stessi obiettivi ed è su questo blocco che si sta costruendo il nuovo Egitto. L’esercito non ha intenzione di rinunciare ai suoi interessi di carattere economico-finanziario. Lo stesso discorso vale per i Fratelli che hanno costituito nel tempo una rete sociale, politica ed economica molto influente. Nessuno vuole perdere i suoi privilegi”. Insomma, la generazione di piazza Tahrir rischia di essere estromessa dalla partecipazione alla costruzione del nuovo Egitto. Sarà cruciale valutare fino a che punto i Movimenti e le opposizioni saranno disposti a rimanere in disparte dopo aver pagato a caro prezzo – con 846 morti (di cui 26 agenti della polizia) secondo le stime della Commissione d’inchiesta che ha riconosciuto Mubarak complice diretto di quei decessi – la loro rabbiosa proposta di cambiamento.

Tra i segnali che testimoniano le difficoltà del percorso democratico dell’Egitto e la centralità del Consiglio Supremo, si inserisce la condanna a tre anni di prigione del blogger  Maikel Nabil, “imposta da un tribunale militare dopo un ingiusto processo”, come sottolinea Joe Stork, vice-direttore al dipartimento Medio Oriente di Human Rights Watch. Nabil, arrestato il 28 marzo scorso, è in carcere per il suo blog dal titolo “L’esercito e il popolo non sono mai dalla stessa parte”, per “aver diffuso informazioni false e insultato le forze armate”. Il giovane blogger, nelle sue analisi in merito alla situazione politica del Paese, aveva denunciato la continuità tra le vecchie nomenclature ed i militari del Consiglio, che proseguono nel “sostegno alla polizia segreta e i criminali che lavoravano per Mubarak”, nonché il sistematico ricorso alla tortura da parte dei militari nei confronti degli arrestati. Tale quadro è arricchito dall’intervento da parte della polizia militare avvenuto in piazza Tahrir poco più di due settimane fa contro un sit-in permanente che reclamava l’incriminazione di Mubarak, costato la vita a due persone e che ha causato diversi feriti. Un ulteriore elemento meritevole di essere considerato, la lettera inviata il 22 marzo dal generale Etman, che presiede il Morale Affairs Directorate del Consiglio Supremo delle Forze Armate, agli editori dei giornali egiziani nella quale ha suggerito loro di “non pubblicare alcun articolo, notizia, comunicato stampa, foto concernenti le forze armate e i loro vertici, se non dopo una previa consultazione con il Morale Affairs Directorate e l’intelligence militare, dal momento che essi sono le parti competenti ad esaminare tali questioni per salvaguardare la sicurezza della nazione”.

Determinante, ancora una volta, sarà il peso e la capacità di resistenza delle opposizioni protagoniste della “primavera” egiziana, quanto incisivo sarà il loro contrappeso all’establishment militare, con cui i Fratelli Musulmani sembrano, a tratti, sulla stessa lunghezza d’onda in merito al binario  politico che il Paese deve intraprendere, come testimonia la loro sintonia in sede referendaria. Il tutto inserito in una situazione economica che è in costante peggioramento, con un aumento del costo della vita – +11% nel solo mese di marzo – che fiacca inevitabilmente la vitalità della Piazza.

Diego Del Priore è dottore in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali (Università degli studi di Roma “La Sapienza”).

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