L’elezione di Obama ha comportato una grossa rivoluzione nel campo della comunicazione politica. La macchina da guerra della propaganda elettorale di Obama è stata praticamente perfetta. L’obiettivo era soprattutto quello di dare un messaggio di rottura radicale nei confronti della precedente amministrazione, la quale era stata segnata dal periodo d’oro dell’epopea neocon. Il presidente, di origini keniote, e la sua fabbrica mediatica hanno sfruttato alla perfezione le origini etniche non-europee per trasformare un bravo oratore dell’Illinois dalla biografia controversa in un novello M. Luther King laico. Così come nell’ascesa di Reagan, il senatore Obama ha avuto gioco facile nell’apparire come l’uomo vicino alla gente e ai ceti più bassi, dalle origini umili, piuttosto che il solito politico di professione espressione dei poteri forti. Mentre l’uso massiccio del web 2.0 gli ha consentito di incrementare i voti di giovani e studenti (già solitamente vicini al Democratic Party). È stato troppo facile per Obama dover sfidare da un lato un candidato che è apparso decisamente poco giovanile (McCain), dall’altro vincere il paragone con il presidente uscente (Bush jr.) oramai simbolo di un’America guerrafondaia e prepotente, con la sua caricatura di uomo texano.

Al di là di ogni discorso sulla efficacia mediatica dei soggetti principali, nella politica americana degli ultimi anni assistiamo ad un netto appiattimento verso alcune posizioni all’interno dei due maggiori partiti. La tendenza degli ultimi anni ci dice che da parte repubblicana abbiano oramai sposato in pieno il liberalconservatorismo di neocon e moderati, mettendo in minoranza libertarian e paleocon; per il partito dell’Asinello vale più o meno lo stesso discorso. Le primarie del 2008 per la presidenza hanno visto i due principali candidati del partito democratico appartenere a due principali fazioni. Se la Clinton così come il marito rappresenta le istanze più conservative del Democratic Party, Obama fuori dalla retorica della propaganda è nient’altro che un liberal, ma difficilmente verrà ricordato come l’erede di Roosevelt.

Ciò significa che attualmente a parte delle leggere differenze su temi di carattere sociale e poco altro vi è un appiattimento dei due partiti verso posizioni centriste e ciò ha dei risvolti soprattutto in politica estera. Se i neocon hanno una visione del mondo imperniata sulla dimensione religiosa (le missioni belliche americane nei paesi islamici come le nuove crociate) i democratici amano camuffare i loro interventi da aiuti umanitari pregna di retorica del diritto e dell’individuo. Pur restando su una prospettiva laica non mancano di associare una missione civilizzatrice all’esistenza degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti sono un paese fondato su una grande fiducia in quelli che sono i principi che ne hanno animato l’indipendenza e ciò non cambia spostandosi dai repubblicani ai democratici.

Bisogna dunque fare delle precisazioni riguardo al Democratic Party (DP), che a differenza degli omologhi partiti progressisti in Italia non ha uno psicologico tabù nei confronti di ogni patriottismo, né si ritrova a gestire l’eredità della sinistra socialista. Anzi, la storia del DP narra di un partito che nasce come espressione dei grandi latifondisti contrari all’abolizione della schiavitù, in particolar modo al Sud e di un generico liberismo, sino alla proclamazione del New Deal da parte di Roosevelt, che introdusse le moderne misure del welfare state, rendendo il partito democratico più vicino ad una forza politica socialdemocratica. Chi si aspettava da Obama e dai democratici una politica orientata al pacifismo dovrebbe ascoltare meno tg3.

Negli ultimi giorni, in cui l’attenzione della comunità internazionale si è focalizzata sulla Siria, Obama si è mostrato oltremodo indeciso. Tirato dalla giacchetta da più parti in seno alle forze democratiche, Obama si conferma più uomo di immagine che un uomo dedito alla leadership politica. John Kerry, capo del dipartimento di Stato, ed il vicepresidente Joe Biden hanno usato toni forti sulla vicenda siriana. Ma Obama, al contrario di quanto affermato nelle sue stesse dichiarazioni alla stampa internazionale, avrebbe tutto l’interesse di non intervenire in Siria. Obama è consigliato da uno dei maggiori esperti in politica, Zbigniew Brzezinski, già consigliere ai tempi del presidente Jimmy Carter.

Gli esponenti democratici del governo hanno tirato fuori in questi giorni tutta la loro verve guerrafondaia. Così come la Clinton in occasione della crisi libica, stavolta sono John Kerry ed il vicepresidente Biden a premere affinché Obama intervenga con un’operazione militare in Siria, continuando a parlare di prove riguardo all’utilizzo di armi chimiche da parte dell’esercito siriano.

I tentennamenti di Obama sono giustificati dal fatto che l’attuale presidente si era affacciato sullo scenario della candidatura presidenziale per uno scopo preciso. Non si può fare a meno di osservare che in un clima di scarso pluralismo di idee che attraversa gli USA le scelte elettive sono determinate precipuamente da altri fattori per lo più relativi alla persona candidata a dover svolgere il ruolo per il quale si concorre piuttosto che ai temi di confronto politico. Rispetto ai partiti di riferimento ai quali sono iscritti i politici, contano sempre di più quelle lobbies economiche i cui rappresentanti scelgono di consigliare e pubblicizzare questo o quel personaggio.

Mentre è oramai appurato il controllo da maggioritario da parte neocon del partito repubblicano, i contorni tra i democratici sono meno definiti. Forse della Clinton e o di Kerry, essendo personaggi conosciuti possiamo conoscere da chi sono sostenuti, ma di Obama prima della sua candidatura se ne sapeva bene poco. Il nostro sembrerebbe essere sostenuto dagli stessi personaggi che erano dietro le politiche di Jimmy Carter. In particolare Brzezinski ha sempre avuto un’idea molto chiara riguardo alle strategie che Washington dovrebbe adottare in politica estera. Il progetto di Brzezinski è arguto, perché da buon geopolitico costui capisce l’importanza di un’alleanza sempre più salda tra Russia e Cina nel bel mezzo del continente eurasiatico e comprende che il vero obiettivo strategico deve essere quello di minare le basi delle aree di dominio politico-territoriale russo-cinesi. L’ambizione della dottrina brzezinskiana,  che  potrebbe essere definita una nuova teoria del contenimento, sarebbe quella di operare affinché la Cina, affamata di risorse energetiche, perda le proprie collaborazioni economiche nel Mediterraneo nordafricano (Egitto, Libia, etc.) e in Asia centrale con Pakistan ed Iran. Un rivolgimento dei regimi politici in particolar modo delle due repubbliche islamiche innescherebbe, secondo lo studioso statunitense, una lotta per le risorse tra Russia e Cina in Asia Orientale. Ricordiamo brevemente che l’amministrazione Carter fu quella responsabile del finanziamento dei mujaheddin contro il regime filosovietico in Afghanistan nel ’79.

A tal proposito il compito di Obama nel 2008 era di dare un volto umanitario alle politiche di egemonia statunitensi. Dopo quasi un decennio vissuto in un clima da guerra santa, nessuno meglio di un  presidente afroamericano poteva rappresentare il tentativo di conciliazione con i popoli del Vicino Oriente. Il progetto era quello dei “cambiamenti di regime” (regime changes) già sperimentati nel 2005-2006 in Ucraina, Georgia e Kyrghizistan, rivolte finanziate dal miliardario George Soros, anch’egli sponsor dell’ex senatore dell’Illinois.

Ciononostante, qualunque osservatore può rilevare che a partire dal suo insediamento, non è possibile dire che Obama abbia ottenuto delle vittorie decisive sui temi più caldi della politica internazionale. Se la questione nucleare iraniana e le relative sanzioni non si può negare che abbiano messo in difficoltà l’economia della Repubblica Islamica, neanche è possibile affermare che con l’Iràn egli abbia ottenuto niente di concreto, tranne che inasprire ulteriormente le posizioni della Repubblica Islamica. Il tentativo compiuto nel 2009 a seguito delle elezioni del presidente iraniano, di ottenere un nuovo regime in Iràn più favorevole a Washington non ha scalfito né la leadership di Ahmadinejad né la struttura della repubblica.

Lo scoppio delle primavere arabe ha invece cambiato in maniera significativa il volto del Medio Oriente e dell’Africa mediterranea. Ma registriamo che ad oggi gli sforzi compiuti per sostenere i ribelli di Libia, Tunisia, Egitto, etc. non sono stati del tutto sufficienti per i piani americani. Dopo le primavere, o meglio le rivolte arabe, ritroviamo una Libia tribalizzata e trascinata nel baratro di una guerriglia civile continua tra lealisti e ribelli islamisti; un Egitto nel quale dopo un interregno dei Fratelli Musulmani guidati da Morsi, un colpo di mano dei militari di Al Sisi ha ridato le chiavi del paese ai dirigenti del vecchio regime. Per non parlare della Tunisia, dove ritroviamo gli islamisti di Ennahda. Più che di Primavera dovremmo parlare di Grande Inverno.

Anche sullo scacchiere siriano il rischio è di riscontrare le stesse difficoltà. Un vero e proprio attacco che venisse mosso al governo baathista farebbe correre diversi rischi alla Casa Bianca, che oltre a dover preoccuparsi dell’eventuale reazione di Russia ed Iran, finirebbe per trovarsi di fronte ad una situazione simile a quella verificatasi in Iraq, che dopo la caduta di Saddam Hussein è passato di fatto sotto l’influenza iraniana. Oppure nella prospettiva che si ritrovi uno stato islamista manovrato dai sauditi, che certo non è un’opzione così gradita da Washington.

Del resto appare difficile oramai che sulla Siria non spirino venti di guerra. Ed uno dei motivi è che Obama ha bisogno di un’operazione che aumenti il suo consenso interno, a causa degli scarsi risultati che ha ottenuto sia in politica estera (come dicevamo sopra), sia in politica interna. Con i conti pubblici sempre più al collasso e la deindustrializzazione continua ad essere una piaga dell’economia reale statunitense, l’unica vera riforma di Obama è stata quella discutibile sulla Sanità, che di fatto rende obbligatorio al cittadino l’opportunità di stipulare una polizza assicurativa privata che ne copra le spese sanitarie. Non ottenuto il consenso delle nazioni unite, gli USA non hanno nessuna voglia di impantanarsi in Siria come in Iraq, ma hanno bisogno di una legittimazione morale che coinvolga anche il resto della comunità internazionale.

La storia delle armi chimiche¹ tirata in ballo negli ultimi giorni ricorda, infatti, altri casus belli, come le famose armi di distruzioni di massa di Saddam o la discutibile tesi della pulizia etnica di Milosevic. Tuttavia Obama, come raccontavamo prima, non ha nessuna fretta di entrare in guerra, nonostante le dichiarazioni quotidiane fatte alla stampa internazionale, tant’è che un Presidente che chiede l’approvazione del Congresso difficilmente si è visto in passato. Bisogna a tal proposito ricordare che un cospicuo contingente americano è ancora impegnato in Afghanistan e che in una condizione di debito pubblico sempre più in aumento vi sono sempre maggiori difficoltà ad aprire nuovi fronti di guerra. Memori dell’impantanarsi dell’esercito nell’arido e montuoso territorio afghano gli americani non hanno alcuna voglia di ripetere l’esperienza, l’intervento in Siria sarà un’azione limitata da attacchi aerei che presumibilmente aiutino i ribelli a combattere Assad e che facciano nel frattempo pressione alla comunità internazionale, dopo che i ritiri di Gran Bretagna e Francia dalla scelta dell’intervento hanno lasciato gli USA a svolgere la parte del leone.

In realtà, lo stallo tra lealisti e ribelli in questo momento starebbe più che bene agli USA. Una Siria che uscisse vittoriosa dalla guerra, in stile Vietnam (magari grazie all’aiuto di Russia, Cina e Iran) darebbe grande forza all’asse sciita e i nemici degli USA ne uscirebbero rafforzati nel prestigio. Nel caso contrario c’è la reale possibilità che la Siria diventi un protettorato saudita. Quest’ultimo scenario inoltre vedrebbe anche rafforzata la posizione di Israele, che nei giorni scorsi ha invocato la lega araba invitandola a costituire un nuovo governo in Siria. I sionisti ormai sempre più vicini alle petromonarchie del golfo avrebbero lo scopo, in primis di conciare per le feste il nemico Assad (che è più un fastidio per loro che non per gli americani) e di poter agitare sempre di più lo spauracchio della minaccia arabo-musulmana nei confronti di Israele. Ed è noto quanto la fazione dei democratici e di Brzezinski in particolare veda le pretese di Israele nel Vicino Oriente come un pericolo per le strategie di Washington.

In conclusione “Mister Obama” aveva il compito di mostrare dell’America un volto nuovo, amica delle culture diverse da quella occidentale ed in particolare tollerante a livello religioso con un occhio fraterno nei confronti del mondo islamico. Tuttavia sino al momento in cui scriviamo, la rivoluzione politica promessa da Obama sta disattendendo le aspettative. Durante le primavere arabe, a parte qualche generica rivendicazione dei diritti civili non si è riscontrato un ruolo di primo piano di un movimento che seppur nel contesto islamico rispecchiasse la visione ideologica propugnata da Washington. Nella maggior parte dei casi alla guida dei nuovi giochi politici troviamo movimenti di matrice islamista, a parte l’eccezione di rilievo delle elezioni libiche dovuta alle condizioni di effettiva guerra in corso tra i lealisti della Tripolitania e i cirenaici ribelli che rivendicano mire secessioniste (e che sta causando la crisi del petrolio libico).

In nessuno modo, quindi, il contenimento nei confronti di Russia e Cina si è rivelato sinora efficace, e anzi questi ultimi continuano a consolidare la loro posizione sul fronte africano. Inoltre ritroviamo anzi un Vicino Oriente ed un Mediterraneo più tumultuoso di prima dove può accadere di tutto senza controllo alcuno. Va detto, però che non tutto dei disordini nel mondo arabo può essere attribuito alle operazioni di finanziamento politico delle fazioni antigovernative e delle ingerenze da parte americana. Le prime sommosse di piazza del 2010/2011 (dovute anche a problemi oggettivi di tipo economico come l’aumento dei prezzi di alcuni beni di genere primario) non erano piaciute agli amici sauditi, che avevano il timore di perdere la loro egemonia sulla penisola araba e presso i paesi del Golfo (vedi la rivolta sciita nel Bahrein, repressa nel sangue grazie anche al silenzio e alla complicità dei media occidentali), oltre che perdere preziosi alleati nella regione come Hosni Mubarak.

Probabilmente i disegni sulla regione da oltreoceano erano altri. Come abbiamo già accennato, la volontà della nuova amministrazione USA era di reiterare anche nel mondo arabo la tecnica del regime change pacifico già applicata in Europa dell’Est nel 2005-2006, che avrebbe dovuto generare governi democratici liberali al posto delle vecchie “dittature”. Ma sembra evidente come i progetti di egemonia da parte arabo-saudita abbiano sconvolto i piani americani, i quali non hanno potuto fare a meno di continuare a finanziare anche gli islamisti armati se non letteralmente armarli. Islamisti che hanno infiltrato ben presto le proteste di piazza scatenando delle vere e proprie guerre civili.

In definitiva gli Stati Uniti danno l’impressione di essere inadeguati al mondo contemporaneo di cui loro stessi vorrebbero continuare ad egemonizzare politicamente, se continueranno con questa impostazione. La fase storica successiva alla caduta dell’URSS ha visto per alcuni anni la superpotenza atlantica dominare incontrastata sulle altre entità politiche essendo oramai priva di rivali credibili. Oggi, al contrario, viviamo un’epoca segnata dal prepotente ritorno sul proscenio internazionale, di paesi che hanno finalmente raggiunto una crescita economica importante e comparabile con le economie dei paesi occidentali e riprendendosi il ruolo che ha sempre settato loro nella Storia (si pensi alle grandi e millenarie civiltà dell’India e della Cina). Se tra il ’99 e il 2000 la Russia di Elcin viveva l’incubo della svalutazione del rublo, dopo la ripresa putiniana, essa può essere annoverata tra le prime economie del mondo. Mentre la Cina ha da un paio d’anni superato il PIL del Giappone ed è la seconda economia mondiale. A ruota seguono paesi che cominciano ad alzare la voce e a pretendere un posto al sole sulla riva delle dinamiche politiche internazionali, come Turchia, India, Brasile, Sud Africa.

Tornando all’efficacia del fenomeno Obama, da un certo punto di vista la costruzione di questo personaggio poteva essere una tattica vincente per il consenso che ha avuto, durante e subito dopo le elezioni, a livello mondiale, grazie alla sua campagna mediatica, che ha attecchite e continua ad attecchire soprattutto tra le giovani generazioni. Tuttavia il problema principale dell’Occidente risiede piuttosto in una questione culturale. Gli USA, malgrado gli slogan umanitari e la mano tesa dell’attuale amministrazione verso l’Islam (vedi discorso del Cairo nel 2009), hanno un forte credo ideologico ispirato a quella cultura democratico-liberale che dall’Illuminismo in poi ha cambiato l’Europa e ha reso possibile la formazione della Federazione degli Stati Uniti. Soprattutto un certo stile di vita americano (American way of life) ha costituito tra gli anni ’80 e ’90 un modello culturale ed economico ambito nel globo. Se in passato la presenza del comunismo sovietico come unica alternativa ed il successo economico-militare permetteva agli USA di essere un punto di riferimento anche per i paesi meno sviluppati, oggi la situazione è in via di transizione in un’altra fase. Il mondo multipolare, cui ci stiamo affacciando, è un mondo nel quale i nuovi protagonisti dello scacchiere internazionale ambiscono ad un modello civiltà che abbia come riferimento la storia a volte secolare di un’intera area geopolitica e spesso non hanno niente a che fare con i processi storici peculiare dell’era moderna europea. Ed è questa la sfida che coloro che vogliono essere un punto di riferimento della politica internazionale dovranno cogliere.

Le velleità da parte americana insieme ai suoi alleati e vassalli europei di conservare un’egemonia incontrastata cozzano con l’incapacità di presentare il proprio modello come universale fuori dai confini dell’occidente liberale. Manca in particolar modo l’abilità di comprendere, almeno a livello politico, contesti culturali come quello islamico o di altre realtà dell’ecumene eurasiatico.

Ma al di là di questi limiti la superiorità morale e la legittimità dal punto di vista della sovranità popolare, che al giorno d’oggi pare avere il sistema democratico-liberale consente ancora agli  americani di specularvi come strumento di pressione politica. Del resto, dall’altro lato le due potenze più credibili che si ritrovano in qualche modo opposte alla sfera atlantica, pur essendo prive di un’ideologia in politica estera ed essendo due forze estremamente pragmatiche da questo punto di vista, Russia e Cina sono al momento prive di un modello di riferimento esportabile in politica estera, cosa che invece era riuscita ai sovietici con il loro modello di democrazie popolari. Cosa che a nostro avviso limita di molto l’azione politica di questi due soggetti, i quali si rivolgono soprattutto ad accrescere la loro influenza nel settore economico (accordi su materie prime, industrie know how etc.), ma spesso risultano deboli nel controllo più strettamente politico nelle loro sfere di influenza.

Quindi se non ci sono dubbi che gli USA rimangono ancora l’unica superpotenza mondiale, vi è da constatare che oggi viviamo una nuova Guerra Fredda. Il sostanziale equilibrio delle forze in campo rende la partita giocabile entro alcune faglie periferiche, che le costringe a condurre un gioco di posizione piuttosto che una battaglia su campo aperto. La storia degli ultimi dieci anni ci dice comunque di un’America che conduce un gioco più aggressivo, ma prende l’iniziativa senza rischi eccessivi, rispetto agli altri contendenti, i quali a loro volta non rischiano mai di ritrovarsi ad uno scontro frontale. Questo per due precisi motivi: in primo luogo perché nessuno ha la forza e la voglia di giungere ad un nuovo conflitto mondiale, che con le tecnologie moderne potrebbe essere disastroso per l’intero pianeta; poi perché lo sviluppo e gli investimenti americani in campo militare restano ancora superiori rispetto a quelli degli altri paesi.

Perciò è verosimile che anche il canovaccio dei prossimi anni continuerà a svolgersi sulla falsariga di quanto descritto. Anche se la questione siriana ci darà probabilmente degli altri elementi per un’ulteriore analisi della situazione. Resta il fatto che a lungo termine la tattica della superpotenza statunitense rischia di alienarsi ancora di più le simpatie dei paesi extraeuropei in maniera irreversibile ed è evidente che aver dato il premio Nobel a Mister Obama non è di certo bastato. In più ci sono da risolvere dei grossi problemi sul piano interno come il debito pubblico, eccessivo anche per gli USA, che potrebbero limitarne il raggio d’azione se vi fosse l’apertura di un nuovo fronte in Siria. Infatti lo stesso Obama aveva dichiarato di volersi dedicare soprattutto alle dispute territoriali del Pacifico, più strategico nella lotta al contenimento dell’influenza cinese rispetto alla Siria, dove Mister Obama andrà con riluttanza e conscio di avere una bella gatta da pelare.

 

 

 

Note:

1. In realtà membri della Commissione Indipendente dell’ONU sulla Siria, come la Del Ponte, nei mesi scorsi avanzarono l’ipotesi che i ribelli tessero usando loro le armi chimiche. Queste dichiarazioni furono poi smentite dopo le pressioni a livello mediatico che ne erano seguite. http://www.corriere.it/esteri/13_maggio_06/siria-del-ponte-armi-chimiche-usate-da-ribelli_3b5234e0-b636-11e2-9456-8f00d48981dc.shtml

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