Da venerdì 22 marzo ad oggi, abbiamo assistito ad una recrudescenza nei toni, da parte della stampa statunitense, generalista e specializzata, che non si ricordava più dai tempi della Guerra Fredda. Se facciamo eccezione per “The Nation” (1) che ritiene necessario riprendere le fila del discorso diplomatico coi russi, data l’importanza del loro coinvolgimento nei dossiers siriani e iraniani, evidenziamo innanzitutto toni bellicosi bipartisan provenienti da chi ha gestito, sia dal fronte democratico (la Albright) sia repubblicano (Gates), le fila della politica estera americana.

La Albright sul “Washington Post” (2) esordisce dicendo che l’attuale governo ad interim dell’Ucraina è largamente rappresentativo (…), che la retorica di Putin altro non è che una fantasia avvolta da una delusione dentro un ordito di bugie (..). A suo giudizio l’incapacità di Putin consiste nel continuare a proiettare sui suoi concittadini l’ombra di un grande complotto contro il loro paese, anziché far loro comprendere i reali benefici cha hanno avuto, rispetto all’era sovietica, dal fatto che il paese si sia aperto ai flussi internazionali. E’ fuori luogo per la Albright il parallelismo che Putin cerca di instaurare fra la situazione in Crimea e quanto occorso in Kosovo nel 1991, dato che là, a suo giudizio, la NATO fu costretta ad intervenire per ragioni umanitarie e solo dopo aver avuto le necessarie autorizzazioni internazionali essendo fallite le vie diplomatiche. Bisogna ostacolare in ogni modo il piano di Putin e la sua teoria di aiuto alle minoranze russe, ciò che si ottiene garantendo i partner europei più esposti; rifiutare ogni accreditamento verso la Crimea; stabilire i criteri per cui la Russia possa essere giudicata affidabile(..). Una comunità transatlantica USA UE può essere un apporto credibile per l’Ucraina che però deve trovare in sé stessa la forza di ricostruirsi.

Gates sul “WSJ” (3) riecheggia la stessa arroganza imperiale. Dopo tutta una serie di luoghi comuni secondo cui Putin è crudele, determinato a restaurare una sfera di influenza russa su paesi che hanno faticosamente conquistato la loro libertà, dopo decenni di oppressione comunista; arriva a citare Roosevelt “Government includes the act of formulating a policy” and “persuading, leading, sacrificing, teaching always, because the greatest duty of a statesman is to educate” dove è facile capire su quali spalle ricada l’obbligo di persuadere, indicare una strada, insegnare ed educare essendo la nazione del Manifest Destiny circondata da cotali bruti. Va da sé l’auspicio a che l’UE riduca la sa dipendenza energetica dalla Russia e, ovviamente, condivida la visione americana.

Su questa linea di assoluta e totale intransigenza si pongono editorialisti quali Krauthammer dalle colonne del “Washington Post” (4) che si domanda se la politica americana, a fronte dell’impiego delle forze militari russe in Crimea, sia quella di rispondere alle baionette con le baguettes (sic!) Da qui una tirata contro l’Amministrazione USA e contro l’UE incapace di adottare sanzioni vere. Lungo lo stesso sentiero si inseriscono Jay Salomon and Carole Lee- dal WSJ (5)- che sottopongono a feroce critica la politica estera americana la quale, dopo la famosa dichiarazione di “reset” nei rapporti verso la Russia adoperata da Obama all’inizio del suo mandato, ha inanellato figuracce colossali e memorabili : In Siria, dove Assad è rimasto al suo posto e la Russia è divenuta il suo riferimento; e in Iran, paese che ha trovato nella Russia una sponda autorevole per proseguire coi suoi programmi nucleari. In Ucraina, l’umiliazione dell’apparato americano è stato ancora più cocente, dato che Putin si è negato ad una telefonata di Obama proveniente da Washington, affidando la gestione del problema a Lavrov. Per chiudere coi media generalisti, non possiamo dimenticare il durissimo commento di Mc Faul dalle colonne del NYT (6).

In primo luogo, a suo giudizio la Russia non è recuperabile all’ordine internazionale. In secondo luogo, ci sono enormi differenze rispetto all’epoca della Guerra Fredda: la Russia non ha avamposti nei singoli paesi europei come accadeva coi partiti comunisti; Putin fuori dai propri confini ha scarso seguito, e Internet costringe sempre più Mosca ad interventi per oscurare le informazioni più scomode. Proprio su questo si dovrebbe attaccare la Russia, fare in modo che i cittadini russi divengano consapevoli delle ruberie della cricca oligarchica che sottrae ricchezze al popolo, così delegittimando la classe dirigente del paese.
Come dicevamo però anche alcuni think tank, soliti a dedicarsi ai temi geopolitici e che quindi dovrebbero avere una visione più ponderata, manifestano – benché come detto non in misura così maggioritaria come vedremo –ruvidezza fino a sconfinare apertamente nella retorica.

Nell’edizione on line del 25 marzo u.s., Stratfor (7) parte dal presupposto che senza la neutralità dell’Ucraina la legittimazione di Putin, come arbitro della geopolitica internazionale, verrà seriamente compromessa agli occhi dell’area ex sovietica. L’invito è quello di abbandonare sanzioni prive di senso (meaningless). Scontato che i Russi resisteranno ai tentativi americani di destabilizzazione, gli USA non possono permettersi di abbandonare il campo perché il loro eventuale disimpegno aprirebbe uno spazio immenso alla Russia, dal Baltico all’Azerbaijan. Come può conciliarsi tale impegno con la pivotal strategy adottata da questa amministrazione in Asia e con la differente percezione della Russia da parte degli alleati europei? Bisogna aspettarsi che Putin cerchi qualunque azione che possa consolidare la sua posizione sul piano diplomatico e questo passa per il collasso dell’Ucraina. Si potrebbe dunque trovare un nuovo containment che prevede il rafforzamento del Gruppo di Visegrad unitamente ad una destabilizzazione mirata dell’Azerbaijan che contiene al suo interno un’alta percentuale di popolazione musulmana. Altrettanto importante appare il rafforzamento della Romania per controbilanciare tendenze espansionistiche nella Transnistria
Riteniamo però che il vertice assoluto in tal senso sia raggiunto da Robert Kaplan in un editoriale contenuto in The Atlantic (8) l’autore sostiene che la democrazia in sé è un regime che può reggere solo se vi sia una struttura imperiale che la sostiene: da questo punto di vista, la globalizzazione, oggi così esecrata, richiede una struttura imperiale come quella americana in grado di garantire la sicurezza delle linee marittime e dei corridoi energetici (notare la connessione). La vera domanda da porsi oggigiorno è se una politica estera di tipo imperiale sia sostenibile, e se, di rimando, sia apprezzabile l’orientamento post imperiale della presidenza Obama volta a creare blocchi imperiali nei punti strategici del Medio (Arabia Saudita, Israele) ed Estremo Oriente (Giappone). La risposta di Kaplan è che sia meglio un imperialismo temperato la cui predominanza deve essere assicurata per via economica e diplomatica, limitando l’impiego di truppe a terra solo per situazioni decisive dove gli interessi vengano pregiudicati radicalmente dal nemico.

Vi sono fortunatamente posizioni più equilibrate che meritano di essere rappresentate. La centralità del tema energetico è ripreso in un articolo di Politico (8) secondo il quale la causa della caduta dell’Impero Sovietico avrebbe una data precisa, il 13 settembre 1985, allorquando l’Arabia Saudita decise di aprire i propri rubinetti causando all’Unione Sovietica, per via del crollo del prezzo al barile del 50% fino a 10 dollari, una perdita secca di 20 miliardi di dollari l’anno. Ripetere l’operazione oggi, utilizzando una vendita allo scoperto di parte delle riserve accumulate dagli USA nel Golfo del Messico, produrrebbe un crollo di almeno 20 dollari al barile ma questa strada è difficilmente praticabile, in primo luogo perché il prezzo non può arrivare ai livelli del 1985; in secondo luogo, perché la reazione dei mercati potrebbe essere molto contraddittoria con incontrollati movimenti speculativi; infine, la Cina potrebbe acquistare a qualunque prezzo, facendo salire vertiginosamente le quotazioni per portare le sue riserve dall’attuale livello di 160 milioni a 500 milioni di barili vanificando una strategia di questo genere. Su un prezzo medio di 95 dollari al barile, un prezzo che si attestasse a poco più di 80 dollari sarebbe comunque riassorbito.

“Foreign Affairs” insiste (9) che non vi siano sanzioni adeguate per contenere nell’ex sfera sovietica la potenza russa, né che sia fattibile nei suoi confronti replicare la strategia sanzionatoria adottata contro l’Iran, soprattutto – ma è celato come understatement – per via del differente approccio strategico fra europei e americani. Una strada potrebbe essere quella di una pesante campagna informativa rivolta verso la popolazione russa per illuminarla su come e dove miliardi di dollari siano stati distratti dal paese verso altri paradisi fiscali, a vantaggio dei soli oligarchi: ciò al solo scopo di tentare una delegittimazione della classe dirigente russa.

Così, come dalla stessa rivista, proviene l’invito (10) a monitorare la Bielorussia in cui potrebbero verificarsi effetti paradossali delle scelte operate da Putin. Si era partiti, con Bielorussia, Kazakistan e Ucraina da un’Unione Euroasiatica per rafforzare il mercato e gli scambi fra i paesi coinvolti, ma adesso, dopo le vicende in Crimea, la Bielorussia comincia ad avere serie preoccupazioni. E’ vero che solo l’8% della popolazione è etnicamente russa, ma la lingua russa è quella di fatto dominante e, si sa, quando si adotta il criterio della protezione identitaria, i pretesti per un intervento si moltiplicano benché gli osservatori escludano un’invasione russa diretta. Lukashenko non vuole ripetere certo l’esperienza di Yanukovich, sapendo perfettamente che esistano i presupposti per sollevare una rivolta maidanista anche al suo interno. Il PIL bielorusso dipende per il 15% dalla Russia, ma sanzioni europee potrebbero minare quell’altro non meno importante flusso commerciale garantito dall’area baltica, con gravi ripercussioni per la stabilità interna.
Nel momento in cui si viene pubblicati, l’Amministrazione Americana sembra orientata verso la linea dura impegnandosi el ridurre la dipendenza energetica dell’Unione Europea verso la Russia: sembra però onestamente retorica, dato che una fornitura costante e regolare dall’Atlantico richiede non meno di 6-7 anni. Il primo vero test sarà rappresentato dalle elezioni europee che mostreranno come la sicura rappresentanza antieuropeista potrà minare l’orizzonte strategico di un asse più stretto USA – UE percepibile dalle opinioni pubbliche europee come la Nuova Santa Alleanza Bancaria Transatlantica, portatrice di quel credo “teoliberista” che finora ha recato ferite profondissime nella società europea.

NOTE

(1) http://www.thenation.com/article/178923/how-avert-new-cold-war-over-crimea#(1)
(2) http://www.washingtonpost.com/opinions/what-next-for-ukraine/2014/03/21/dab50db8-b131-11e3-a49e-76adc9210f19_story.html
(3) http://online.wsj.com/news/articles/SB10001424052702303725404579460183854574284
(4) http://www.washingtonpost.com/opinions/charles-krauthammer-obamas-pathetic-response-to-putin/2014/03/20/6ef35b9c-b065-11e3-95e8-39bef8e9a48b_story.html
(5) http://online.wsj.com/news/articles/SB10001424052702303563304579447300718769492?mg=reno64-wsj&url=http%3A%2F%2Fonline.wsj.com%2Farticle%2FSB10001424052702303563304579447300718769492.html
(6) http://www.nytimes.com/2014/03/24/opinion/confronting-putins-russia.html?_r=0
(7) “From Estonia to Azerbaijan: American Strategy After Ukraine” (Stratfor)
(8) http://www.theatlantic.com/magazine/archive/2014/04/in-defense-of-empire/358645/?utm_content=buffer97fc7&utm_source=twitter.com
(9) http://www.foreignaffairs.com/articles/141043/lee-s-wolosky/how-to-sanction-russia
(10) http://www.foreignaffairs.com/articles/141048/andrew-wilson/belarus-wants-out

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