Fonte: http://www.telesurtv.net/secciones/opinion/90441-NN/libia-el-imperio-contraataca/

A pochi giorni dalla prima guerra del Golfo, mi trovavo a Baghdad, e mi rendevo conto di una serie di cose. La “guida” che mi aveva assegnato il Ministero dell’Informazione aveva ufficialmente la missione di impedirmi qualunque spostamento, e inoltre l’intenzione di spillarmi i pochi dollari che avevo, senza lasciarmi altra scelta che darmi alla fuga. In strada, ho visto che le donne non usavano il velo, né vi era l’insopportabile ambiente religioso che si trovava in paesi come l’Arabia Saudita o il Sudan. Notai anche che vi erano pochi contrasti sociali e che non vi era molta povertà.

E, ovviamente, vidi che l’effigie, le foto ed i pensieri di Saddam Hussein erano ovunque, assieme agli immancabili ed orribili monumenti militari che imbruttiscono le città in quasi tutto il pianeta (ad esempio, lo sgorbio che si costruì la Forza Aerea del Cile, che rovina una spettacolare sorgente in Providecia).

Ho raccontato ciò che ho visto. Nel rapporto ho incluso i passi di alcuni libri di Saddam Hussein che mi hanno sorpreso: avrebbero potuto essere stati scritti da Salvador Allende, circa l’imperialismo, il ruolo delle donne nel socialismo arabo, il ruolo dello Stato nell’economia, la partecipazione popolare, etc. Eppure, il “socialismo arabo” era violentemente anticomunista: in Iraq, Egitto, Siria o Libia, sfociava in stragi, torture e persecuzioni dei partiti comunisti che avevano appoggiato i colpi di Stato antimonarchici e anticolonialisti in quegli stessi paesi.

In quei giorni mia madre mi scrisse una lettera in cui diceva una cosa fondamentale: “Se gli yankees odiano tanto Saddam, avrà fatto qualcosa di buono”. Era una cosa difficile da giudicare, perché Saddam era un personaggio contraddittorio: aveva scatenato una guerra di aggressione contro l’Iran – con il pieno appoggio degli Stati Uniti – e adesso era nel mirino per aver tentato di riconquistare l’enclave del Kuwait, strappata all’Iraq nell’arbitraria divisione in frontiere della zona, fatta dai colonialisti britannici e francesi.

Tuttavia quella riflessione di mia madre mi ha sempre accompagnato, e mi è servita per analizzare tutti i cattivi innalzati, dai mezzi di comunicazione internazionali, a rappresentazione stessa del male, come Mugabe, Noriega, Milosevic, Chàvez o Gheddafi. Non sono molto creativi, usano sempre la stessa tecnica che funziona grazie alla ripetizione: ad esempio, l’esercito e l’aviazione libici non sono della Libia, sono di Gheddafi. Così si personifica il male. In seguito, quando gli aerei nordamericani, britannici e francesi, inizieranno a distruggere il paese, staranno attaccando Gheddafi, non la Libia.

Quando nel 1989 la OTAN annunciò che sarebbe accorsa in difesa degli albanesi kosovari contro il pubblicizzato “genocidio” perpetrato dalla Jugoslavia, la missione era sempre di distruggere le forze armate “di Milosevic” in Kosovo. Tuttavia, quando il conflitto terminò con la sconfitta jugoslava, il giornalista britannico Robert Fisk si piazzò su una collina e contò uno ad uno i tank ed i cannoni che si ritiravano dal Kosovo, e constatò che erano praticamente intatti. Accusarono Fisk di “tradimento”.

Ciò che gli aerei nordamericani della OTAN distrussero, non furono le forze armate di Milosevic, ma l’infrastruttura produttiva della Serbia, lontana dal Kosovo, assicurandosi che quello Stato industrializzato non potesse sopravvivere, come allora stava facendo, all’ondata neo-liberale degli anni ’90. L’obiettivo era questo, e non Milosevic.

Quando nel 1989 gli Stati Uniti invasero Panama, dissero che era per fermare il presidente-narcotrafficante e doppiogiochista Manuel Antonio Noriega, lo stesso che era stato tanto utile alle attività della CIA contro il Nicaragua sandinista e con la insurrezione nel Salvador. In realtà, l’invasione era necessaria ad assicurare il controllo del Canale di Panama, che secondo il trattato Torrijos-Carter del 1977, doveva passare in mani panamensi nel 1999.

Il conflitto libico è emerso nel momento giusto per coprire le manifestazioni nel resto del Maghreb e nel cosiddetto Medio Oriente. In Egitto, per esempio, la “rivoluzione” è finita con un Colpo di Stato militare e nessuno si è occupato di supervisionare quello che accade. In Yemen e Bahrein abbonda la repressione e non c’è più nessuno in carica. In Arabia Saudita e in tutti gli emirati del Golfo Persico (o Arabico) i servizi di sicurezza operano con la solita dolcezza per prevenire rivolte democratiche simili a quelle di Tunez e dell’Egitto, e non lo si vede in televisione.

Il problema in Libia è che il cattivo di turno non solo ha rifiutato di andarsene per godersi il denaro rubato – come gli è stato offerto – ma ha iniziato a vincere la partita. E per far sì che l’opinione pubblica appoggiasse l’aggressione approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, bisogna presentarla come una nuova “guerra umanitaria”, un attacco personale a quest’essere odioso, Muammar Gheddafi, in difesa della civiltà insorgente.

Saranno Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia gli incaricati di proteggere questa civiltà con aerei da guerra. Non invaderanno, per adesso, aspettando che i bombardamenti, o la semplice minaccia di attuarli, risolvano la situazione – un Colpo di Stato – senza impantanarsi in un altro interminabile inferno come quello dell’Afghanistan e dell’Iraq.

Per questo faranno in modo che i ribelli di Bengasi tengano la città, che sarà generosamente rifornita per mare di armi e consulenti militari, e che servirà da testa di ponte se non ci fosse altra soluzione che invadere.

Nonostante sia fastidioso, bisogna dirlo: l’obiettivo reale di tutto questo è il controllo del petrolio, di cui i media non parlano. La Libia possiede il 3,4% delle riserve mondiali di petrolio (il doppio degli Stati Uniti), e uno dei costi di produzione più bassi (intorno ad un dollaro a barile). Lo Stato libico controlla il petrolio attraverso un consorzio che regola l’attività delle corporazioni straniere. Di queste, una delle più attive è la Corporazione Nazionale del Petrolio della Cina, che prima della crisi aveva 30 mila impiegati in Libia (contro i 40 della British Petroleum). Un’altra impresa essenziale nella produzione libica è l’industria statale italiana ENI. Saranno tutti spodestati.

Se questo non funzionasse ed i libici resistessero, dovranno invadere e mettere migliaia di soldati di fronte all’ignoto, e potrebbe durare anche decenni. La paura è questa.

Ed è possibile che in questa battaglia Muammar Gheddafi metta da parte l’ostentazione del potere e vendichi se stesso, che questo confronto gli ricordi di quel giovane ufficiale rivoluzionario che a 28 anni restituì la dignità al popolo libico.

Al momento della resa dei conti, alcuni di questi cattivi indicati dai media, delusero i loro catturatori: al contrario di Noriega, che si comporta a tutt’oggi come il ratto che è sempre stato, Saddam e Milosevic sorpresero tutto il mondo e soccombettero con valore, senza supplicare clemenza come avrebbero voluto i loro nemici.

(Traduzione di Valentina Bonvini)


* Alejandro Kirk è un giornalista di Radio del Sur

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