Lo scorso 15 Luglio si è celebrato il 40° anniversario delle relazioni diplomatiche sino-iraniane, data che ha riproposto agli occhi del mondo la cooperazione strategica che vede impegnati, da quattro decenni a questa parte, i due paesi asiatici. L’evento, al quale è seguito un incremento della strategia bilaterale nella quale i due paesi sono impegnati, per quanto significativo, non rappresenta affatto una novità per quella che è, a tutti gli effetti, un’alleanza secolare, dettata da esigenze territoriali e d’intesa strategica.

 

Già dal secolo II l’Impero di Mezzo e la Persia, due giganti con vastissima influenza territoriale nel semicontinente asiatico, hanno stretto i primi rapporti di mutua difesa ed intesa politica, intrecciando i propri interessi geopolitici a scambi economici sulla Via della Seta. Ancora oggi il primo fattore che influisce sul partenariato sino-iraniano sono gli scambi economici, al di là di un comune impegno anti-imperialista e post-coloniale; scambi incentrati in questo caso sulla politica energetica dei due paesi. L’Iran difatti già dalla seconda metà degli anni ’70 diviene il maggior fornitore petrolifero della Cina, riaffermando i rapporti secolari apparentemente interrotti. Tutt’oggi la Cina risulta essere l’acquirente privilegiato degli idrocarburi iraniani, oltre che il maggior partner economico dello stesso paese. L’Iran, sottoposto a dure sanzioni dalle Nazioni Unite per lo sviluppo del suo programma nucleare ed isolato dagli acquirenti internazionali, ha conservato però l’alleanza e l’intesa economica con la Cina che, pur pur rivestendo un ruolo predominante nell’ONU, propende per una politica bifronte nei confronti del partner centro-asiatico. S’è vero che le Nazioni Unite lavorano a pieno ritmo per ostacolare l’arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran, la Cina, pur dovendo necessariamente convenire con le istanze dell’organismo sovrannazionale contro la progettazione dell’atomica, propone la via soft della negoziazione, schierandosi nettamente contro una politica ONU di netta contrapposizione allo sviluppo energetico del paese (sviluppo che, come vedremo, è incentivato dalla Cina stessa), e proclamando d’altronde il diritto iraniano a possedere una tecnologia nucleare “pacifica”.  D’altro canto tutti i vuoti creatisi dopo l’emanazione del pacchetto di sanzioni sono così stati colmati dalla Cina stessa che, in nome di un pragmatismo politico ormai noto, approfitta di questi per potersi imporre come interlocutore esclusivo dell’Iran. In quest’ottica l’isolamento forzato del paese risulta essere il primo vantaggio dell’Impero est-asiatico, che preferisce notoriamente i rapporti economici bilaterali, esclusivi, a quelli multilaterali, mercatisti. Il volume di affari sino-iraniano, in continuo incremento, ha toccato vette che raggiungono i 21,2 miliardi di dollari. L’esportazione massiccia di oro nero da parte di Pechino (in quantità che hanno raggiunto nel 2009 i 3,12 miliardi di dollari, e per la quale sono stati investiti 6,5 miliardi di dollari da Sinopec e Cnpc nel 2010 per la costruzione di raffinerie) è contraccambiata dallo stabilimento di più di 100 imprese cinesi sul territorio iraniano, dall’offerta sia di manodopera che di tecnici e competenti per la costruzione di infrastrutture (metodo analogo a quello proposto in Africa), dal pagamento di numerosi contratti per l’esplorazione del sottosuolo e lo sfruttamento degli idrocarburi . Non potendo tra l’altro operare la raffinazione degli idrocarburi in loco, l’Iran importa benzina dal partner per 40.000 barili al giorno. Il governo di Teheran gode in questo modo della possibilità di incrementare l’industrializzazione, mantenendo stabile il proprio livello di modernizzazione, per rimanere al passo delle potenze internazionali e svolgere il proprio ruolo sullo scacchiere geopolitico. E sebbene gli Stati Uniti cerchino d’imporre la propria linea nei confronti dell’Iran sulla politica internazionale, sostenendo che stringere rapporti con l’Iran sia una mossa scorretta “in questo momento in cui Teheran continua ad arricchire l’uranio a dispetto della Comunità Internazionale”, come detto dal membro del Congresso Howard Berman, la Cina continua a fornire all’Iran stesso materiale fondamentale per la costruzione di missili nucleari (alluminio, titanio, rame tungsteno…).

È chiaro quindi che l’assetto asiatico si stia dirigendo in una direzione univoca, quella di una coesione tra due interessi congiunti con, da un lato la Cina in Asia orientale, dall’altro l’Iran nella zona contro-asiatica. Tale rapporto bilaterale è coadiuvato da una sempre più evidente intesa macrocontinentale, che vede nella Russia e nella Cina i due massimi giocatori nell’area, entrambi legati a doppio filo con la politica iraniana. Quale stato non allineato, in sviluppo economico e con ottime fonti energetiche, l’Iran non può che essere l’alleato principale di entrambe le super-potenze, che si sono impegnate per consolidare il loro supporto ad esso, bloccando congiuntamente in sede ONU la risoluzione militare proposta contro Damasco, storico alleato regionale di Teheran, e definendo, attraverso il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov, l’attacco all’Iran proposto da Shimon Peres quale “un errore molto grave e dalle conseguenze imprevedibili”. Colpire l’Iran significherebbe a tutti gli effetti destabilizzare tutta la politica e l’economia asiatica. È per questo che l’interesse di Russia e Cina è nel mantenere stabile l’asse Iran-Siria. La Cina stessa, comprendendo l’estrema manovrabilità dei settori politici dell’Islam radicale, come nel caso dei Fratelli Musulmani nel tentativo di destabilizzazione della Siria, in un ultimo raduno del PCC ha deciso di proporsi come primo paese impegnato nella lotta al terrorismo nel XXI secolo.

Ma il triangolo strategico Cina-Russia-Iran rivela anche prospettive future di consolidamento di un potenziale militare asiatico: in un summit della Shangai Cooperation Organization del giugno 2010 si è specificato che “lo sviluppo unilaterale e illimitato di sistemi di difesa missilistici da parte di un governo o di un piccolo gruppo di governi potrebbe danneggiare la stabilità strategica e la sicurezza internazionale”, riferendosi chiaramente al proliferare degli “scudi missilistici” occidentali. La soluzione di un blocco cooperativo di forza militare nucleare, a tutti gli effetti, è l’alternativa alla cortina nucleare che la NATO e gli Stati Uniti hanno sviluppato attorno all’intero blocco euroasiatico. E se le sperimentazioni russe e cinesi si stanno già mobilitando in questo senso, non può che essere evidente che il ruolo giocato dall’Iran sarà fondamentale per contrapporre lo schieramento missilistico occidentale.

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