Il 14 gennaio scorso, in Tunisia, il presidente Ben Ali, in carica dal 1987, è stato costretto a lasciare il Paese dopo le manifestazioni poste in essere da una popolazione stremata da condizioni economiche critiche e squilibri sociali enormi presenti nella società tunisina, in cui l’elite rappresentata dal clan dei Ben Ali accumulava ricchezza da più di due decenni. L’11 febbraio, in Egitto, Hosni Mubarak, il rais al potere dal 1981, è stato costretto a dimettersi dopo diciotto giorni di proteste e circa trecento morti in piazza, consegnando il popolo egiziano alla storia e immettendo il Paese in una cruciale fase di transizione politica, sulla quale sarà necessario operare un costante monitoraggio proprio per l’influenza che le sorti di un Paese come l’Egitto avrà sull’intero mondo arabo, oltre che per la stretta correlazione che i futuri scenari politici interni avranno nel modus operandi occidentale, soprattutto americano, nella regione. I tunisini prima e gli egiziani poi hanno tracciato la rotta. L’Algeria, con Bouteflika al governo dal 1999, è uno dei contesti potenzialmente destinati – per la longevità del regime in carica e le condizioni economico-sociali in cui versa la popolazione – ad un esito analogo, così come Yemen, Marocco e Giordania. Soffermiamoci ad analizzare quest’ultimo caso. Nell’ultima parte del mese di gennaio, il popolo giordano, ad Amman – seppur in maniera più modesta rispetto a quanto stava accadendo in quegli stessi giorni in Tunisia ed Egitto – aveva chiesto a gran voce riforme democratiche. La replica di re Abdallah II – al potere dal 1999, succeduto al padre Hussein, che indossava la corona dal 1952 – è stata la nomina di un nuovo Primo Ministro, Maarouf Bakhit, al posto di Samir Rifai. “Il re – come riportato dal Jordan Times – ha chiesto a Bakhit di dare il là a riforme reali, in grado di  aumentare la partecipazione dei cittadini alla gestione dello Stato”. Quello di Bakhit  non è un nome nuovo dell’establishment giordano. Ha già ricoperto la carica di primo Ministro dal 2005 al 2007, è stato ambasciatore in Israele ed anche capo della sicurezza nazionale. La contromossa di re Abdallah somiglia molto al tentativo di cambiare la facciata, affidando peraltro la testa del governo ad un suo ex consigliere militare, per calmare la piazza. Un’operazione, assai frequente in questi casi, di cosmesi politica.

“Dopo la ribellione dei tunisini e degli egiziani – commenta Tariq Ramadan, professore di studi islamici all’Università di Oxford –  il messaggio politico è chiaro: con una protesta di massa non violenta tutto è possibile, e nessun governo autoritario può considerarsi al riparo. Molti presidenti e sovrani sentono la pressione di questa svolta epocale. I disordini hanno raggiunto l’Algeria, lo Yemen e la Mauritania. E bisognerebbe tenere d’occhio anche Giordania, Siria ed Arabia Saudita, i cui governi hanno annunciato riforme per prevenire le manifestazioni popolari. In realtà sono dettate solamente dalla paura”.

Il regno hascemita di certo non presenta le stesse criticità e debolezze che hanno permesso ai tunisini di spazzare via Ben Ali in così poco tempo. E le stesse proporzioni delle proteste, almeno per ora, non sono paragonabili al mare di folla di piazza Tahrir e a quello che ha invaso altre città egiziane. Certo è che re Abdallah II non si è mai trovato in una situazione così difficile.  Può essere utile, nel quadro  della presente analisi, richiamare un precedente interessante. Il riferimento è alla crisi economica giordana del 1989, dettata dall’aumento non più sopportabile da parte della popolazione, del costo della vita ed in particolare dei beni di prima necessità. Ciò, a partire da quell’anno, ha costretto il regno ad una timida apertura politica e ad una progressiva liberalizzazione economica. Oggi, esistono degli elementi, di carattere economico e sociale, da non sottovalutare. Ci sono le crescenti tensioni sul fronte sociale, che ultimamente hanno costretto il governo ad approvare un pacchetto da 225 milioni di dollari per ridurre le pressioni sul prezzo dei beni alimentari ed energetici; la disoccupazione che, secondo stime recenti, e stando ai dati ufficiali, ha raggiunto il 13,4%, in una società tra le più giovani dell’area (età media di 21,8 anni). L’economia giordana è in larga parte dipendente dall’assistenza straniera, in virtù della scarsità di risorse naturali, acqua e petrolio. Inoltre, il regno hascemita è uno dei privilegiati beneficiari, così come l’Egitto, di sostanziosi aiuti americani, e con l’Unione Europea sono stati stipulati diversi accordi di cooperazione economica, che hanno aperto alla liberalizzazione di capitali, beni e servizi, con la progressiva privatizzazione delle compagnie e società statali. Nel vocabolario occidentale, la Giordania è considerato unanimemente un “Paese arabo moderato”. Tuttavia, soprattutto se si dà uno sguardo, tra le altre cose, al grado di restrizione della libertà di espressione, di moderato ha ben poco. Ad esempio Secondo la Public Gathering Law del 2008 le autorità possono negare,  senza fornire motivazioni,  lo svolgimento di qualsiasi incontro inerente la sfera pubblica, incluse le manifestazioni. Altre disposizioni limitano le libertà sindacali per i cittadini giordani – si può scioperare solo previo consenso governativo – mentre chi non ha la cittadinanza giordana, sebbene sia loro permesso dal 2008 di far parte di associazioni sindacali,  è del tutto vietato scioperare. “Sono aumentate nel 2009 ed ancora di più nel 2010 – si legge ancora nel report dell’eminente organizzazione per la tutela dei diritti umani – le segnalazioni di episodi di tortura, la cui pratica continua ad essere assai diffusa, soprattutto nelle stazioni di polizia”.

Il Paese è storicamente legato all’evolversi del conflitto israelo-palestinese. Un’ampia fetta della popolazione attuale  – almeno la metà –  è costituita da profughi palestinesi, che si sono riversati oltre frontiera a partire dalla Nakba (la catastrofe) del 1948 e nelle successive fasi del conflitto. Nell’ambito del “processo di pace”, visto il mancato riconoscimento di una parte palestinese al tavolo dei negoziati da parte di Stati Uniti ed Israele, il regno hascemita è stata sempre proposta come rappresentante o co-rappresentante delle rivendicazioni palestinesi, almeno fino al 1988, quando re Hussein ha deciso di recidere ogni legame amministrativo e legale con la Cisgiordania ed uscire dal palcoscenico diplomatico del conflitto. Nel 1994 il sovrano hascemita ha firmato con Israele un accordo di pace.

Nei giorni scorsi, oltre ad islamisti ed oppositori di sinistra, anche i membri delle principali tribù beduine hanno protestato contro il governo, minacciando una rivolta in stile tunisino qualora non venissero introdotte le riforme contenute in una lettera firmata da trentasei capi tribali. Insomma il fronte sociale nel paese resta teso. La mossa di re Abdallah, secondo molti sorprendente, di cambiare gli abiti al governo, con la recidiva nomina di Maarouf Baakhit, può essere interpretata come un segnale di timore da parte della famiglia reale. Un’operazione cosmetica, tuttavia, che non convince le opposizioni, che per bocca del Fronte dell’Azione Islamica (Fai) ha fatto sapere di non considerare la nomina di Baakhit come condizione sufficiente per calmare la protesta. L’onda che è partita dalla Tunisia mette sotto pressione molti regimi autoritari della regione ed imprime coraggio alle rispettive popolazioni. La Giordania, seppur con delle differenze non trascurabili, rientra in questa categoria.

Diego Del Priore è dottore in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali (Università degli studi di Roma “La Sapienza”).

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