In una intervista rilasciata a “Carta Maior”, lo storico brasiliano, membro del Comitato scientifico di Eurasia, Luiz Alberto Moniz Bandeira, afferma che il processo elettorale brasiliano è avvelenato da un’intensa campagna terrorista e da una guerra psicologica promossa dalla destra e dai gruppi di estrema destra, come il TFP e l’Opus Dei. Per Moniz Bandeira, il progetto rappresentato da José Serra è quello “di un Brasile sottomesso alle direttive degli Stati Uniti, con la sua economia privatizzata e alienata, rivolta agli interessi stranieri.

20.10.2010

Carta Maior: Quali sono le conseguenze sul processo elettorale brasiliano e sulla disputa che sta avvenendo nella seconda tornata? Come definirebbe i due progetti in disputa?

Moniz Bandeira: L’attuale processo elettorale è ammorbato da una intensa campagna terrorista, una guerra psicologica, promossa non solo dalla destra, ma anche dall’estrema destra, come il TFP, l’Opus Dei e i nuclei “nazisti” del Sud del paese, e difesa dagli interessi stranieri che finanziano la campagna contro la politica estera del presidente Lula, giacché non desiderano che il Brasile si proietti come una potenza politica globale. I due progetti che sono in disputa sono già ben definiti: il Brasile come potenza economica e politica globale, socialmente giusto, militarmente forte, difeso dalla candidata del PT, Dilma Roussef; l’altro, quello rappresentato da José Serra, candidato del PSDB-DEM, è quello di un Brasile sottomesso alle direttive degli Stati Uniti, con la sua economia privatizzata e alienata, rivolta agli interessi stranieri.

Evidentemente, gli Stati Uniti, qualunque sia il suo governo, non vogliono che il Brasile si consolidi come potenza economica globale, integrando tutta l’America meridionale come uno spazio geopolitico con una sua maggiore autonomia internazionale.

Carta Maior: Per quanto concerne la politica estera, lei potrebbe approfondire un po’ di più quello che, secondo il suo punto di vista, le due candidature rappresentano?

Moniz Bandeira: Il cambio dei percorsi della politica estera, come José Serra e i suoi mentori pretendono, porterebbe a profonde implicazioni per quanto concerne la strategia di difesa e di sicurezza nazionale. Ciò significherebbe la fine del programma di attrezzamento e modernizzazione delle Forze Armate, la definitiva interruzione della costruzione del sottomarino nucleare e la paralizzazione dello sviluppo delle nuove tecnologie, attualmente in corso con la collaborazione della Francia e della Germania paesi che, contrariamente agli Stati Uniti, si è offerti a trasferire il loro know-how verso il Brasile. Questo cambio di percorsi, difeso dai mentori di José Serra per quanto concerne la politica estera, porterebbe il Brasile ad accettare la tesi che asserisce che il concetto di sovranità nazionale scompare in un mondo globalizzato, in questo modo si consentirebbe la formazione di presunti Stati indigeni nella regione dell’Amazzonia, così come lo desiderano un centinaio di ONG che operano in quella regione.

Carta Maior: E in America latina? Il Brasile in questo momento appare come un fattore di stimolo e corroborante di un processo d’integrazione ancora in corso. Che tipo di minaccia rappresenterebbe una eventuale vittoria di José Serra nei confronti di questo processo?

Moniz Bandeira:
Josè Serra si è già schierato, sin dalla campagna elettorale del 2002 egli si è opposto al Mercosur come unione doganale, e voleva la sua trasformazione per quella di un’area di libero commercio, compatibile con il progetto ALCA che gli Stati Uniti cercavano d’imporre ai paesi dell’America meridionale e che il Brasile, appoggiato dall’Argentina, ostacolò. Se l’ALCA fosse stata introdotta, la situazione del Brasile sarebbe stata disastrosa come conseguenza della profonda crisi economica e finanziaria che attraversava gli USA, e come accadde in Messico.

José Serra ha recentemente provocato dei problemi, facendo dichiarazioni offensive nei confronti dell’Argentina, Bolivia e Venezuela, paesi verso i quali il Brasile mantiene necessariamente buonissimi rapporti, a prescindere dei suoi governanti. Qui si tratta dell’interesse nazionale e non dell’idiosincrasia politica.

Carta Maior: Nella sua valutazione, quali sono stati i cambiamenti più significativi della politica estera brasiliana che devono essere ancora conservati?

Moniz Bandeira: Il governo del presidente Lula, annoverava come ambasciatore il cancelliere Celso Amorim, attualmente considerato dalla rivista americana “Foreign Policy” come il migliore al mondo, il cui prestigio ha consentito di allargare le frontiere diplomatiche del Brasile. I suoi esiti sono visibili numericamente: sotto il mandato del governo del presidente Fernando Henrique Cardoso, le esportazioni del Brasile aumentarono di soli 14 miliardi, salendo da 47 miliardi di dollari nel 1995 a 61 miliardi nel 2002. Nel governo del presidente Lula, le esportazioni brasiliane balzarono da 73 miliardi di dollari nel 2003 a 145 miliardi nel 2010: raddoppiarono. Sono aumentate di 72 miliardi, cinque volte di più che durante il governo di Fernando Henrique Cardoso.

Queste cifre pongono in evidenza il successo della politica estera brasiliana, aprendo e diversificando i mercati all’estero. Ma esiste un altro fattore che vale la pena evidenziare per far conoscere la proiezione internazionale del Brasile. Nel mese di dicembre del 2002, ultimo anno del governo di Fernando Henrique Cardoso, le riserve brasiliane ammontavano a soli 38 miliardi di dollari … Con il governo di Lula, nel 2003 le riserve brasiliane balzano da 49 miliardi di dollari a 280 miliardi di dollari nel mese di ottobre 2010. Sono aumentate sette volte di più che nella passata legislatura. Questi numeri rappresentano una enorme riduzione della vulnerabilità brasiliana.

Vale la pena ricordare che subito dopo che il presidente Fernando Henrique Cardoso inaugurò il suo secondo mandato, in appena sei giorni, tra il 6 e il 12 gennaio 1999, il Brasile perse più di 2 miliardi di dollari per opera di speculatori e investitori, i quali avevano intensificato il cambio del real con quello del dollaro, approfittando in quell’occasione dei tassi ancora alti, e le sue riserve crollarono in soli due giorni di più di 4,8 miliardi, vale a dire, dal 13 al 14 gennaio.

Capitali di circa 500 miliardi di dollari il giorno, continuarono a fuggire di fronte al panico che il governo decidesse di congelare i conti correnti e decretasse lo stato di moratoria. Dal loro canto, le banche straniere che rifornivano il Brasile da agosto 1998, decurtarono 1/3 degli US$ 60 miliardi di credito interbancario a breve termine. Per evitare di perdere ulteriori riserve, dovuto all’intensa fuga di capitali, al governo di Cardoso non gli rimase altra scelta che quella di abbandonare le svalutazioni controllate del real e lasciarlo fluttuare con l’introduzione del libero scambio.

Carta Maior: Lei potrebbe segnalare una differenza che pensa sia fondamentale per distinguere i governi di Lula e di Cardoso?

Moniz Bandeira:
Comparare i due governi toglierebbe molto spazio all’intervista. Ma solo un fatto evidenzia la differenza: il cancelliere Celso Amorim è andato negli Stati Uniti innumerevoli volte e, al momento del suo arrivo nell’aeroporto, non si è mai tolto le scarpe per essere sottoposto a controllo da parte degli addetti del servizio di sicurezza. Il professore Celso Lafer, cancelliere sotto il governo di Cardoso, si dovette sottoporre a questa vessazione, umiliandosi, degradando la sua funzione di ministro di Stato e del proprio paese, il Brasile, che in quel momento rappresentava. E lui è uno di quegli uomini che si scagliano contro la politica estera del presidente Lula e uno dei mentori di José Serra, il cui governo, inoltre, sarebbe ancora peggiore di quello di Fernando Henrique Cardoso.

(Traduzione di V. Paglione)

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