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XXXI – La geopolitica delle lingue

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Se il termine geolinguistica non fosse già utilizzato per significare lo studio della diffusione geografica dei fenomeni linguistici, esso potrebbe indicare la geopolitica delle lingue, ossia il ruolo del fattore linguistico nel rapporto tra lo spazio fisico e lo spazio politico. Qualcuno infatti ha affermato che la politica linguistica deve esser messa sullo stesso piano della politica militare.

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Descrizione

GEOFILOSOFIA

 Platone descrive la situazione geografica della polis ideale. Essa dovrà sorgere su un territorio fertile, tale da garantirle una certa prosperità; ma, per quanto dotata di buoni porti, dovrà distare dal litorale marino di almeno ottanta stadi (circa quattordici chilometri). Occorre infatti evitare che i commerci e gli scambi troppo vasti vi diffondano tutti quei mali che affliggono le città marinare: l’impulso al profitto, l’uso di monete d’oro e d’argento, la furbizia dei mercanti, il diffondersi di costumi stranieri, la corruzione tipica dei bassifondi portuali. Tanto meglio, perciò, se le foreste non saranno in grado di fornire legno di pino, idoneo alla costruzione di triremi. Alla forza navale, riducibile ad un insieme di tecniche, è infatti preferibile quella terrestre, che esige e sviluppa virtù di obbedienza, ordine ed autocontrollo. D’altronde nelle guerre persiane furono proprio le battaglie combattute sulla terraferma ad esercitare un peso decisivo nell’andamento del conflitto ed a migliorare le virtù dei Greci. Platone non fu certamente il primo a mettere in guardia i Greci contro i pericoli del mare. Ma la sua condanna di un’esistenza politica affidata al mare non è riducibile ad un particolare contesto politico; essa “non era la reazione ad una situazione contingente, non era neppure rimpianto di un remoto passato, di un’esiodea età dell’oro fatta di contadini operosi, buoi mansueti all’aratro e campi ubertosi in attesa del mietitore. In Platone, piuttosto, si avverte distintamente l’alterità, la natura drammaticamente eccentrica del mare” (Filippo Ruschi, Questioni di spazio. La terra, il mare, il diritto secondo Carl Schmitt, G. Giappichelli Editore, Torino 2012, p. 56). Proprio per questo la posizione platonica non può essere liquidata nei termini psicologici di una banale “talassofobia” del Filosofo. Il mare, in quanto massa fluida ed informe, costituisce in primo luogo un simbolo di quel divenire che è mutevolezza, corruttibilità, illusione.

È merito dell’epistemologia postpositivistica avere dimostrato che non vi è un’unica descrizione scientifica del mondo cui tutte le altre descrizioni della realtà possano essere “ridotte”. La metafora e il simbolo, lungi dal contrapporsi al linguaggio della conoscenza scientifica, si devono invece considerare come manifestazione di alcuni aspetti irriducibili, benché “relazionali”, dell’essere. Ne deriva quindi la possibilità di rivalutare l’immaginazione, in quanto definita da una posizione mediana e mediatrice tra intelligibile e sensibile, ovvero la possibilità di “pensare per immagini”, ma senza perdere il contatto con la realtà, in virtù di un linguaggio “fondativo” che permetta un radicamento nella terra in cui si “dimora” e di convivere con l’Altro secondo “comuni differenze”.

Il rapporto tra terra e mare e la sua trasfigurazione nella lotta tra Behemoth e Leviathan, come è noto, non costituisce solo l’oggetto dell’interpretazione storica e geofilosofica del mondo all’interno del Land und Meer (1942) di Schmitt, ma più in generale lo sfondo sul quale si staglia l’intera sua produzione internazionalistica. Nel dibattito contemporaneo si è assistito ad una vera e propria inflazione concettuale di categorie come “liquidità”, “non luogo” e “globalizzazione”, termini che presuppongono una stretta corrispondenza con una dimensione spaziale talassica. Se la terra nello jus publicum Europaeum fondava la base geografica ed elementare della modernità accanto ad una progressiva emersione degli spazi talassici, nella contemporaneità sono infine il mare e l’oceano ad assurgere a topoi epocali. Una riflessione sul rapporto tra mondo inteso come mare magnum e le forme di pensiero ad esso correlate, informata dalla filosofia schmittiana del diritto internazionale, può acquisire oggi una grande rilevanza teoretica. L’indagine intorno al rapporto tra l’archetipo spaziale talassico e il diritto, tra il mare e la sua radicale insofferenza verso ogni nomos, ci consente di gettare le basi geofilosofiche per una teoria critica della contemporaneità.

DOSSARIO: LA GEOPOLITICA DELLE LINGUE

Il concetto di nazione, definito sulla base dell’unità linguistico-culturale di un popolo, nasce in Germania con i Reden an die deutschen Nation di Fichte, del 1808. Il bolscevismo, pur volendosi internazionalista, non può prescindere dalle problematiche nazionali: specialmente in Russia, dove le nazionalità che aspirano all’indipendenza costituiscono un fattore rivoluzionario e dove Stalin col saggio su Il marxismo e la questione nazionale riprende la nozione ottocentesca formulata Fichte. Nell’Asia Centrale, dove i bolscevichi devono affrontare concretamente la questione, il concetto di nazione mostrerà tutti i suoi limiti, rivelandosi del tutto artificiale in una regione la cui unità non è mai stata quella linguistico-culturale, ma quella religiosa.

Partendo dalle ricerche più recenti, vengono analizzati i diversi aspetti del bilinguismo con particolare riferimento al caso specifico delle famiglie miste. In tale contesto vengono sviluppati il concetto di bilinguismo e le teorie scientifiche che ne sostengono i benefici nel bambino a livello, linguistico, culturale ed emotivo, approfondendo l’importanza di mantenere viva la lingua minoritaria rispetto al contesto in cui si vive. La lingua viene insomma analizzata come identità, come segno distintivo in un mondo sempre più globalizzato, che tende ad omologare persone, luoghi, culture.

La lingua ha sempre costituito un fattore chiave nella formazione delle entità nazionali. Durante tutto il secolo XIX la lingua, più della religione, costituì il criterio dominante per definire l’appartenenza etnica. Attualmente, in una fase in cui comincia ad aprirsi l’idea di una nuova identità europea sulla base del plurilinguismo, la politica linguistica diventa fondamentale per la coesione delle nuove istituzioni sovranazionali d’Europa. In tal senso, uno degli Stati che ha fatto i maggiori progressi è la Spagna. Dopo la morte del generale Franco, la nuova costituzione del 1978 ha riconosciuto come “nazionalità storiche” i Paesi Baschi, la Catalogna e la Galizia per la loro tradizione di autonomia amministrativa, linguistica e culturale. Da quel momento in poi, a favore delle rispettive lingue minoritarie (in particolar modo per il catalano), si è dato corso ad un imponente piano di politiche linguistiche, che ha portato queste “comunità autonome” ad importanti risultati ai fini della tutela e della promozione delle identità linguistico-culturali.

L’articolo espone il ruolo e la funzione della lingua russa nell’edificazione dello Stato, nella politica estera e nella geopolitica durante il periodo dell’Impero russo e dell’Unione Sovietica. Vengono pure considerati il rapporto della lingua con la cultura e con la religione, gli aspetti storici della lingua russa, la sua penetrazione in altre società e il suo rafforzamento legale nella politica imperiale.

Una delle tracce più tangibili della dominazione sovietica nell’Eurasia è la diffusione della lingua russa, che ancora oggi funge da lingua franca in quasi tutta l’area un tempo occupata dall’Unione Sovietica. Spicca il caso del Kazakhstan, che tra gli eredi non slavi di quella che fu l’Unione Sovietica è senza dubbio il Paese che registra la maggior diffusione della lingua di Dostoevskij. In una società ancora notevolmente russificata, sembra rafforzarsi la posizione di chi chiede un rafforzamento della posizione della lingua di Stato a svantaggio del russo (sebbene non manchino i sostenitori della concessione dello status di lingua di Stato anche alla lingua russa). Il passaggio dall’alfabeto cirillico a quello latino per la lingua kazaca, annunciato dal presidente kazaco Nazarbaev alla fine del 2012, può essere interpretato come un mezzo per placare le critiche dei nazionalisti senza mettere in pericolo la posizione del russo. Nelle Repubbliche baltiche, fin dall’indipendenza le condizioni dei russofoni e lo status della lingua russa sono stati oggetto di forti polemiche. Le Repubbliche baltiche, e in particolare la Lettonia e l’Estonia, hanno una popolazione fortemente eterogenea, con una nutrita presenza di russofoni; tuttavia entrambi i Paesi hanno rifiutato di concedere uno status di ufficialità al russo, mentre le forti differenze culturali tra i Russi e gli autoctoni ed i forti legami dei primi con la Russia, che le Repubbliche baltiche guardano quanto meno con sospetto, hanno reso spesso difficili i rapporti tra le due comunità. Tra Estonia e Lettonia, però, non mancano le differenze.

Quando diciamo “lingua cinese” cosa intendiamo? Quante lingue parlano gli abitanti della Repubblica Popolare? In che misura la diffusione del mandarino a livello internazionale è strumento geopolitico nelle mani di Pechino? L’articolo si propone di offrire una panoramica sulle caratteristiche della lingua cinese, come lingua ufficiale della Repubblica Popolare, ma anche come insieme di gruppi dialettali molto diversi tra loro. Analizza inoltre l’uso della lingua cinese quale strumento di soft power per accrescere l’attrattiva della Terra di Mezzo nell’arena internazionale: la diffusione degli Istituti Confucio, la presenza delle comunità cinesi oltre confine, l’insegnamento del cinese nelle scuole. Riuscirà il mandarino a sostituire l’inglese in qualità di lingua per la comunicazione internazionale?

In seguito alla rivelazione coranica, le conquiste musulmane diffusero la lingua araba su una vasta area, che in breve si estese dalla Mesopotamia al Nordafrica alla Spagna. Codificato dai grammatici e divenuto lingua dotta del mondo islamico, l’arabo soppiantò il siriaco, il copto e gl’idiomi berberi; arricchì di numerosi prestiti lessicali il persiano, il turco ed altre lingue dell’area islamica; prestò il proprio sistema alfabetico a lingue di altre famiglie. Oggi l’arabo è in diversa misura conosciuto ed usato, in quanto lingua sacra e di pratica rituale, nell’ambito della comunità musulmana, che oltrepassa il miliardo di anime. È usato da circa duecentocinquanta milioni di parlanti, per cui, oltre ad essere la lingua più diffusa nel bacino del Mediterraneo, è la sesta fra quelle più parlate nel mondo.

La turcofonia corrisponde ad una continuità linguistico-culturale che spazia dall’Oceano Pacifico fino al Mar Adriatico, con una minuscola enclave in Italia. Una koinè, quella turcofona, che ha esteso la propria influenza sulla macrostoria dell’intero continente eurasiatico. Attualmente emergente anche sugli scenari eurasiatici, se non globali, essa ha due epicentri: la Turchia repubblicana, erede di un impero posizionato su tre continenti, e il Kazakhstan, perno eurasiatico della storia ed erede delle tradizioni genghiscanidi.

Il castigliano, patrimonio comune a spagnoli, ad americani e ad alcuni paesi africani, è la prima lingua parlata al mondo; segue l’inglese, con 450 milioni. Quanto al cinese, non è un’unica lingua; ce ne sono 129, tra le quali il mandarino, lingua ufficiale dalla rivoluzione culturale del 1966, il wu, il cantonese o yue, il min, il jin, lo xiang ecc., le cui reciproche differenze sono maggiori di quelle che esistono tra il castigliano e il portoghese. Mentre l’inglese è l’idioma dell’imperialismo talassocratico ancor oggi dominante nel mondo, lo spagnolo, che è stato una lingua imperiale e non imperialista, offre le migliori e maggiori possibilità di opposizione. Non solo perché si trova già installato, con 45 milioni di parlanti, nell’area perno dell’imperialismo, ma anche perché ne occupa tutto il “cortile posteriore”.

L’articolo, dopo aver sinteticamente tracciato le tappe fondamentali dell’espansione della lingua portoghese nel mondo, richiama l’attenzione sull’aspetto mitico-letterario dell’idea di lusofonia, accennando a momenti della storia del Portogallo, a movimenti culturali portoghesi di matrice messianica e millenarista e, inoltre, alle opere di scrittori quali Luís de Camões e Fernando Pessoa. Alla luce di ciò, si riflette su alcuni eventi e dibattiti di natura linguistica, culturale e politica, riguardanti la lusofonia come fattore d’identità culturale e di raccordo politico ed economico.

Malaysia e Singapore: due vicini di casa molto simili sotto alcuni aspetti e profondamente diversi in altri. Entrambi hanno vissuto la dominazione britannica, hanno una popolazione etnicamente eterogenea, un’economia fortemente aperta agli scambi e un atteggiamento tendenzialmente antioccidentale; ma, se la prima è un Paese a maggioranza islamica, il secondo è una città-Stato abitata prevalentemente da Cinesi. Un elemento, questo, tutt’altro che insignificante. Inoltre, se entrambi i Paesi hanno sempre cercato di promuovere lo studio della lingua dei vecchi dominatori, nella prassi le loro politiche sono state diverse. Singapore, privo di una vera lingua nazionale, ha visto nell’uso della lingua di Shakespeare un fattore unificante per i suoi numerosi gruppi etnici. La Malaysia, invece, pur non negando l’importanza dell’inglese, ha sempre cercato di garantire la primazia alla propria lingua nazionale, il malese.

L’italiano è stato definito “lingua leggera”, perché, mentre le grandi potenze europee  imponevano le loro parlate come strumento di colonizzazione, il nostro idioma si è diffuso grazie al prestigio della cultura da esso rappresentata. I motivi che spingono tuttora molti  a imparare l’italiano sono molteplici: culturali, turistici, commerciali, familiari. Una politica culturale organica, coordinata e incentivata dalle istituzioni e finalizzata a rendere questa lingua ancor più appetibile e competitiva, avrebbe ricadute positive culturali ed economiche anche all’interno del nostro Paese e lo renderebbe meno marginale nello scacchiere internazionale.

Le esigenze di abbandonare la nostra lingua a favore di un inglese dozzinale, sgrammaticato e idiomatico, da parte di gente che non sa esprimersi in quest’ultimo idioma. Forme di frustrazione psicopolitica e complessi d’inferiorità nazionale e personali. Esempi ridicoli e patetici da parte di case editrici, ‘professionisti della comunicazione’, uomini politici, e mass media in generale. Giornali, tv, internet, ‘fiction’, filmografia amerikana e pubblicità quali veicoli di trasmissione diretta e ipnopedica verso strati sociali indifesi culturalmente. Forme di autorazzismo eterodiretto. La geografia, illustre sconosciuta, in una scuola non più in grado di educare e nemmeno informare a livello toponomastico.

La fase finale dell’esistenza dell’Impero austro-ungarico fu caratterizzata dalla crescente tensione fra opposti nazionalismi, alle volte fomentati dalle stesse autorità governative in base alla logica del divide et impera. Uno degli elementi fondanti della coscienza nazionale è la lingua, perciò l’apertura di scuole con lingua d’insegnamento italiana e la fondazione di un’Università italiana furono tra gli obiettivi delle classi dirigenti dei cosiddetti “italiani d’Austria”, cioè gli italiani residenti nelle province ancora sottoposte al governo di Vienna al termine delle Guerre d’Indipendenza. A Trento, Trieste, in Istria e Dalmazia le sensibilità e le potenzialità delle comunità italiane erano variegate, così come i contesti in cui operavano ed in cui bisognava garantire la diffusione o alla salvaguardia della lingua di Dante di fronte alle pressioni germaniste o dello jugoslavismo. Irredentisti ma anche esponenti delle sinistre italofone affrontarono la questione avvalendosi dell’associazionismo privato ovvero attraverso la conquista di amministrazioni locali oppure cercando l’appoggio di soggetti attivi nel Regno d’Italia.

INTERVISTE

Intervista a Borbála Obrusánszky, storica, orientalista, etnografa, antropologa culturale ungherese.

Intervista a Shaykh Imran Hosein, professore di scienze islamiche e direttore dell’Istituto di Studi Islamici Aleemiyah a Karachi.

CONTINENTI

In seguito all’aggressione e all’occupazione spagnola, nell’America indiolatina ebbe luogo l’evento della translatio imperii. La prima parte di questo saggio è apparsa sul n. 1/2013.

DOCUMENTI E RECENSIONI

Rutilio Sermonti, Il linguaggio della lingua (Claudio Mutti)

Antonio Vallisneri, Che ogni Italiano debba scrivere in lingua purgata italiana (Claudio Mutti)

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