Proteste, disordini, scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, feriti, morti: questo sembra essere il bilancio dei fatti avvenuti negli ultimi giorni nel Nord del continente africano.

Tre importanti paesi del Nord Africa arabo, importanti per numero di abitanti, per peso politico, per storia e cultura, sono stati scossi da un’ondata di proteste popolari che, seppur sospinta da contingenze diverse, ha alla base una radice comune: la voglia di cambiamento.

A partire dagli ultimi giorni del 2010 l’Egitto, l’Algeria e la Tunisia stanno dimostrando al mondo intero il loro desiderio di nuove riforme e nuove forme di gestione delle questioni interne, stanno dimostrando di essere ormai paesi maturi e pronti a richiedere a gran voce quella libertà di pensiero e di espressione che ancora non è stata loro concessa.

Le proteste nel Maghreb e in Egitto

La prima settimana del 2011 ha visto nascere crescenti proteste in diverse città dell’Algeria, a partire dalla capitale Algeri fino ad Orano, Annaba, Bouira e Bejaia e ad altri centri minori. La popolazione protestava contro l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, come lo zucchero e l’olio. Le manifestazioni sono cresciute e sono degenerate in scontri con la polizia e le forze dell’ordine in diverse città. Il Ministro degli Interni algerino Dahou Ould Kablia ha confermato la morte di tre manifestanti durante gli scontri.

Il bilancio, dopo quasi una settimana di scontri, parlava di più di quattrocento feriti in tutti il paese, oltre alle tre vittime.

In Tunisia gli scontri sono iniziati precedentemente, quando a metà dicembre scorso un giovane laureato, costretto dalla disoccupazione a lavorare come venditore ambulante, si era dato fuoco nella cittadina di Sidi Bouzid in segno di protesta contro il sequestro della sua merce da parte della polizia. Nei giorni successivi sono scoppiate proteste in diverse città tunisine contro il governo e l’alto tasso di disoccupazione che affligge il paese. Le proteste e gli scontri sono cresciuti nella prima settimana di gennaio e con essi il numero delle vittime. L’entità delle proteste ha costretto il Presidente tunisino Zine el Abidine Ben Ali a sciogliere il governo e a lasciare il paese. Il 14 gennaio, giorno della partenza di Ben Ali, le fonti ufficiali dichiaravano un bilancio di trentanove vittime e di cinquanta feriti in circa un mese di scontri, anche se alcune organizzazioni per i diritti umani parlano di quasi sessanta vittime.

Intanto, nel vicino Egitto sono esplose le proteste della comunità copta nei primi giorni del 2011, in seguito all’esplosione di un’autobomba di fronte alla chiesa cristiana in un quartiere di Alessandria in cui si stava celebrando il Capodanno, la notte del 31 dicembre. L’esplosione aveva provocato ventuno vittime e quasi ottanta feriti, danneggiando anche una vicina moschea e provocando il ferimento di otto fedeli musulmani. Il giorno seguente è scoppiata la protesta dei Copti di Alessandria, che hanno iniziato a scagliare pietre contro la polizia e contro i concittadini musulmani. Gli scontri sono continuati e hanno assunto nuovo vigore nei giorni successivi. D’altra parte, gli attacchi ai danni della comunità copta non sono un fatto nuovo in Egitto. Nella notte del 7 gennaio 2010, circa un anno fa, durante le celebrazioni della messa per il Natale copto a Nagaa Hammadi, nel Sud del paese, tre uomini a bordo di un’auto avevano aperto il fuoco contro i fedeli che uscivano dalla chiesa, uccidendone sei e ammazzando anche un ufficiale delle forze dell’ordine. Si ritiene che la sparatoria sia stata una forma di rappresaglia da parte della comunità musulmana in risposta all’atto di violenza sessuale compiuto nella città stessa il novembre precedente da un cristiano copto ai danni di una ragazzina musulmana dodicenne.

La risposta delle Istituzioni

Le istituzioni non hanno tardato a rispondere all’ondata di proteste in atto dallo scorso dicembre.

In generale, nei due paesi del Maghreb la prima reazione istituzionale si è concretizzata in un tentativo di repressione dei tumulti da parte delle forze dell’ordine.

Soprattutto in Tunisia, retta fino a qualche giorno fa da un Governo poco propenso alla tolleranza di tali forme di pubblico dissenso, la risposta è stata forte: le forze dell’ordine hanno reagito con fermezza alle manifestazioni nelle varie città, arrivando ad aprire il fuoco contro i manifestanti. Il Governo si è mosso fin da subito per giustificare tale forma di contenimento delle proteste attraverso la formula della legittima difesa da parte delle forze dell’ordine: tuttavia, malgrado l’alto numero di casi di ferimento di agenti sembri rafforzare questo punto di vista, il bilancio fin qui presentato di vittime e feriti, quotidianamente in corso di aggiornamento, non può che suscitare sgomento. Inoltre, il Governo tunisino avrebbe tentato di sedare le proteste anche con altre forme di repressione: è di qualche giorno fa la notizia dell’arresto di alcuni bloggers molto noti nel paese, che attraverso i loro siti web avrebbero propagato le notizie relative alle manifestazioni e avrebbero fomentato la diffusione delle proteste in varie città del paese. Il Presidente tunisino, Zine el Abidine Ben Ali, è intervenuto direttamente soltanto dopo due settimane dall’inizio delle proteste con un discorso alla televisione locale, durante il quale ha accusato i movimenti di protesta di essersi resi colpevoli di “atti terroristici imperdonabili”, volti a destabilizzare il paese. Secondo Ben Ali, i movimenti di protesta sarebbero fomentati da individui, assoldati da gruppi estremi di matrice islamista, che, prendendo a pretesto i problemi sociali che affliggono la Tunisia, avrebbero approfittato del malcontento per creare instabilità nel paese. Dopodiché, Ben Ali avrebbe promesso la creazione di trecentomila nuovi posti di lavoro nel biennio 2011-2012. L’intervento presidenziale è risultato alquanto retorico e banale, e a poco sono serviti altri due interventi, durante i quali il Presidente ha promesso sempre maggiori concessioni, fino alla decisione finale di fuggire dal Paese.

In Algeria, invece, le proteste sembrano essersi placate tra il 9 e il 10 gennaio. Sebbene la prima reazione delle forze dell’ordine alle proteste non abbia causato lo stesso numero di morti registrati in Tunisia (si parla di tre vittime), ha certamente lasciato moltissimi feriti per le strade del paese. Le stime ufficiali indicano un bilancio di circa quattrocento feriti, di cui trecento sarebbero poliziotti. Malgrado tali stime vadano considerate con una certa cautela, in quanto emesse dal Governo stesso, esse rivelano una reazione meno dura rispetto a quella tunisina; anche se, tuttavia, il bilancio finale di vittime e ferimenti resta comunque ingente. Nei giorni successivi alle proteste, il Governo sembra essere sceso a patti con la popolazione, annunciando sabato 8 gennaio l’esonero temporaneo, da gennaio ad agosto, del 41% delle tasse imposte ad importatori, produttori e distributori di olio e zucchero nel paese. L’annuncio sembra aver sortito effetti più efficaci rispetto al discorso di Ben Ali e sembra aver placato le proteste nel paese.

Diversa la situazione in Egitto, dove le proteste non si levavano dall’intera popolazione, ma piuttosto da una minoranza. La comunità copta in Egitto, infatti, rappresenta circa il 10% della popolazione, ed è caratterizzata dal fatto di aderire alla religione cristiana ortodossa all’interno di un paese a maggioranza musulmana. Le frizioni tra la comunità copta e la comunità musulmana, nonché le forze dell’ordine, non sono infrequenti in Egitto.

I Copti accusano il Governo di favorire una sorta di persecuzione nei loro confronti, o perlomeno di non opporvisi, nel tentativo di attuare una sempre più forte marginalizzazione della comunità copta. Inoltre, i Copti accusano i movimenti fondamentalisti di matrice islamica presenti nel paese di persecuzione nei confronti della comunità. La questione sembra tuttavia più complessa e pertanto appare oltremodo superficiale ridurre gli scontri degli ultimi giorni in Egitto ad un mero scontro interconfessionale. In diversi paesi del mondo arabo, come la Siria o, in misura maggiore, il Libano, diverse comunità si trovano a dover vivere nello stesso territorio. Tali comunità assumono come tratto identificativo la religione a cui aderiscono, per cui non è raro ascoltare definizioni come “la comunità greco-ortossa”, la “comunità maronita” o, appunto “la comunità copta”. In questi casi, tuttavia, ciò che contraddistingue queste comunità dalle altre non si limita al solo credo religioso, ma si articola in una serie di pratiche, di stili di vita, di tradizioni, talvolta di lingue, cementati e consolidati in lunghi secoli di convivenza nello stesso territorio. Pertanto, in diversi paesi a maggioranza musulmana si assiste ad una sorta di convivenza multiculturale all’interno della quale diverse comunità, che assumono la religione come tratto caratterizzante e distintivo, sviluppano autonome forme di vivere sociale e, in diversi casi, occupano zone diverse delle città in cui si trovano. In questo senso, le frizioni tra i Copti e le forze dell’ordine, nonché le altre comunità, non sono causate unicamente dalla rispettiva identificazione confessionale, ma sono il risultato della convivenza di diverse tipologie di stratificazione socio-culturale consolidatasi nei secoli. Queste differenze, se sono ben fomentate e sottolineate, possono dare luogo a conseguenze esplosive: diventano pertanto strumenti utili nelle mani di chi vuole creare instabilità.

Nel caso dell’Egitto, il paese sta attraversando una fase di transizione molto delicata: mancano infatti pochi mesi alle elezioni presidenziali e sono in molti ad auspicare un cambio di Governo, dopo trent’anni di presidenza da parte di Hosni Mubarak. In una tale situazione, può risultare utile a molte forze dell’opposizione la creazione di instabilità nel paese, magari attraverso l’esasperazione di frizioni già esistenti tra le diverse comunità che lo popolano, in modo tale da mettere il Governo stesso in grossa difficoltà alla vigilia delle elezioni presidenziali. L’attentato dinamitardo contro la chiesa copta di Alessandria potrebbe pertanto appartenere a questo filone, piuttosto che ad un mero scontro di matrice religiosa. Sembra pertanto ragionevole ritenere che il progetto di un attacco così vistoso nei confronti di una comunità che da decenni esprime le proprie recriminazioni contro Mubarak e il suo establishment costituisca un mezzo fondamentale per creare disordine nel paese, privando totalmente l’attuale Governo dell’appoggio della comunità stessa e dipingendolo agli occhi delle altre comunità come debole e fiacco, incapace di mantenere l’ordine all’interno del paese.

Per questo motivo, la risposta di Mubarak non si è fatta attendere: il Presidente ha accusato “mani straniere” di voler destabilizzare il paese, ha attuato misure di sicurezza speciali a difesa della comunità copta, soprattutto durante le celebrazioni del Natale ortodosso, avvenuto qualche giorno dopo l’attentato e ha proceduto ad arrestare almeno diciassette persone ritenute responsabili dell’attacco di Alessandria. La scelta, da parte del raìs egiziano, di un intervento pronto, di ingenti misure a difesa dei Copti e soprattutto di accuse contro nemici esterni all’Egitto sembra confermare le ipotesi fin qui sostenute: Mubarak avrebbe pertanto inteso affermare il controllo del Governo sull’ordine nel paese, dimostrare la benevolenza dello stesso nei confronti della comunità copta e, infine, accollare le responsabilità di tali fatti ad elementi esterni al paese, in un disperato tentativo di mascherare l’esistenza, all’interno del paese, di forze contrarie al Governo stesso. Le proteste, in seguito alle celebrazioni del Natale copto, sembrano essersi placate anche in Egitto, dove tuttavia si sono verificati ulteriori singoli episodi di violenza tra membri delle diverse comunità.

Cosa succede nel Maghreb?

L’esplodere di proteste nei tre paesi qui considerati non deve essere ritenuto un evento casuale. E’ casuale, invece, la quasi contemporaneità degli eventi in stati diversi. Tuttavia, le dinamiche che hanno generato tali moti di protesta non sono certamente improvvise e non sono certamente legate a fatti contingenti e isolati. Piuttosto, episodi quali il suicidio con il fuoco dell’ambulante laureato di Sidi Bouzid o l’autobomba di Alessandria sono eventi estremi causati dal degenerare di una situazione politico-sociale che procede inesorabile da lunghi anni e che, con il tempo, si confronta con una popolazione sempre più matura e consapevole dei propri diritti e pertanto sempre meno disposta a tollerare certe forme di squilibrio della società.

Innanzitutto l’Egitto, un paese governato fin dal 1981 da Hosny Mubarak, presidente soprannominato “Faraone” dalla stampa internazionale, appellativo che se da un lato può sembrare un omaggio al glorioso passato del paese, dall’altro sottolinea l’assolutezza del longevo Governo egiziano. Le restrizioni costituzionali adottate dal suo governo hanno fatto in modo che Mubarak fosse rieletto in ben quattro referendum elettorali, con percentuali di preferenza elevatissime e hanno altresì causato la dissoluzione o la frammentazione di qualsiasi partito di opposizione in grado di catalizzare le preferenze elettorali. Tuttavia, Mubarak si è dovuto confrontare con un’opposizione interna tenace: dal giorno del suo insediamento, il Raìs è sfuggito a ben sei tentativi di omicidio. Il raggruppamento attualmente più pericoloso per il suo potere è quello dei Fratelli Musulmani, di matrice islamista radicale, nemici giurati del Governo e determinati a raggiungere il potere nel paese. Conscio di ciò, Mubarak si sta preparando al meglio alle elezioni presidenziali del 2011, e all’annuncio da parte della Fratellanza di voler candidare alcuni dei suoi esponenti, lo scorso 6 ottobre, il Governo ha reagito arrestando, da allora, circa seicento membri del gruppo, di cui duecentocinquanta si troverebbero ancora in carcere.

In Tunisia, il Presidente Zine El-Abidine Ben Ali era al potere dal 1987, quando, allora Primo Ministro, fece deporre il suo predecessore Habib Bourguiba facendolo giudicare dai medici inidoneo per senilità. Da allora, Ben Ali si è prodigato nel tentativo di soffocare ogni opposizione al suo regime, di aumentare il controllo sui media e sui partiti di opposizione. Diverse organizzazioni per i diritti umani denunciano casi di sparizioni, omicidi e tortura ai danni di dissidenti e avversari. Ben Ali ha sostenuto negli anni del suo governo un’incessante lotta contro l’integralismo di matrice islamica nel suo paese, scagliandosi soprattutto contro il partito islamista Ennahda, i cui militanti sono stati imprigionati e torturati nelle carceri del regime. D’altra parte, i movimenti di ispirazione islamista hanno da sempre criticato il carattere filo-occidentale del suo governo. Nel 2002, Ben Ali ha imposto una riforma costituzionale con la quale è stato di fatto abolito ogni limite di durata alla carica presidenziale.

Infine l’Algeria, governata da Abdelaziz Bouteflika dal 1999, quando durante le elezioni gli altri candidati si ritirarono dal confronto denunciando brogli elettorali. Nel 2009, Bouteflika ha vinto le elezioni con il 90% delle preferenze, assicurandosi così il terzo mandato consecutivo, dopo che, precedentemente, aveva introdotto riforme costituzionali che eliminavano il divieto, per lo stesso presidente, di superare i due mandati. Anche il Governo di Bouteflika si è dovuto confrontare con partiti e formazioni di matrice islamista presenti nel paese. D’altra parte, nel caso dell’Algeria pesano, e ancor più pesavano al momento dell’elezione di Bouteflika, i fatti della guerra civile degli anni ’90, che hanno vincolato il nuovo governo, fin dal suo esordio, a ricostruire una riconciliazione nazionale. Sebbene abbia attuato diverse politiche in questo senso, Bouteflika sembra aver ricevuto critiche sia dal fronte islamista, secondo cui l’apertura del presidente sarebbe solo una facciata, sia dai fronti filo-occidentali, che lo accusano di eccessivo avvicinamento all’islamismo radicale.

Già da questi pochi accenni risulta più agevole inquadrare i recenti avvenimenti dell’Africa settentrionale in un contesto politico-sociale. Egitto, Algeria e Tunisia sono tre paesi profondamente diversi tra loro per storia, strutture politiche, cultura. Tuttavia, condividono alcuni tratti nella tipologia di gestione attuata dai rispettivi governi, interessati alla propria sopravvivenza e perpetuazione prima che al destino del paese di cui sono a capo. In una tale situazione, è comprensibile e, forse, auspicabile, che la popolazione di paesi da troppo tempo in via di sviluppo promettente sia giunta, con gli anni, ad una maturità e ad una consapevolezza dei propri diritti, tali da rendere ulteriormente intollerabile l’attuale ambiente politico-sociale. Il fatto che singole scintille, come un attacco dinamitardo o un gesto estremo di protesta auto-lesiva, scatenino rivolte e tumulti anche in città diverse, capaci di bloccare il paese intero, dimostra come le tensioni sociali siano giunte al limite. Malgrado le forze dell’ordine e di sicurezza al servizio dei governi abbiano strada agevole e ampi permessi nel soffocare tali manifestazioni popolari, la voce del dissenso non può che trovare sempre più frequente espressione. Una popolazione di paesi dalle grandi risorse, come Egitto, Algeria e Tunisia, e dalle enormi possibilità di sviluppo, non può che trovarsi scomoda in una situazione in cui la scelta politica si riduce a due possibilità: regimi chiusi e repressivi consolidati dal benestare occidentale o governi retti da gruppi islamisti radicali.

Egitto, Tunisia e Algeria meritano più di questo, come le rispettive popolazioni, assetate di sviluppo e stanche di dover soggiacere alle necessità di dittature mascherate da democrazie, meritano di trovare anche nei rispettivi paesi quelle possibilità di espressione e di progresso umano e materiale che, negli ultimi giorni, sembrano voler chiedere a gran voce.


* Giovanni Andriolo, dottore magistrale in Relazioni internazionali e tutela dei diritti umani (Università degli studi di Torino), collabora con la rivista Eurasia.


Le opinioni espresse nell’articolo sono dell’Autore e potrebbero non coincidere con quelle di “Eurasia”

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