Lo smentito arresto dell’ex Primo Ministro dell’Ucraina Yulia Tymoshenko avvenuto tra il 23 ed il 24 maggio di quest’anno offre l’occasione per effettuare una serie di riflessioni sulla vita politica ucraina e sulla posizione internazionale delle fazioni che si contendono il controllo del Paese ex-sovietico.

 

Il presente articolo è suddiviso in tre parti principali:

 

– un breve quadro delle fazioni politiche attualmente al potere in Ucraina e le loro velleità internazionali;

 

– una sintesi delle vicende giuridiche della Tymoshenko, onde comprendere quale sia il background di tale recente vicenda giuridica e, più in generale, per tentare di descrivere la “qualità” dei rapporti tra la superstite leader dell’opposizione ed il governo in carica;

 

– una serie di riflessioni sul peso degli eventi citati nei rapporti internazionali dell’Ucraina.

 

Prima di iniziare, è d’uopo fare una foto delle varie fazioni politiche in Ucraina.

Attualmente il partito di governo è il Partito delle Regioni di Viktor Yanukovich, uscito vincitore grazie al verdetto delle urne di gennaio 2010. In Parlamento, il partito è alleato con il Partito Comunista Ucraino (ex alleato del blocco “liberale” solo una legislatura fa) e col Blocco Lytvyn, partito di cultura agraria. Il Partito delle Regioni, portavoce degli interessi della “classe operaia” e dintorni e soprattutto delle popolazioni russofone dell’est del Paese è di allineamento filorusso con riscoperte “radici sovietiche” sulla falsariga di Russia Unita. Ricordiamo che, a testimonianza delle velleità internazionali “duplici” di Yanukovich, il Partito delle Regioni ha un accordo di cooperazione con il gruppo socialista al Parlamento Europeo.

All’opposizione, dopo il tracollo di Viktor Yushchenko, le redini sono nelle mani di Yulia Tymoshenko e del BYUT (Blocco Yulia Tymoshenko), partito di coalizione che assimila varie forze apparentemente incoerenti, spazianti da un blando centro-sinistra fino al nazionalismo. Il partito centrista-liberale di Yushchenko si è spostato maggiormente a destra, in alcuni casi arrivando a prendere contatti persino con fazioni estreme come il partito Svoboda (“Libertà”), su posizioni xenofobe.

Il gioco oramai è una partita a due: il blocco filorusso guidato da “ex comunisti” e comunisti contro quello che comprende i residui della Rivoluzione Arancione, riuniti sotto un nuovo stendardo liberal-europeista e ora vicino al Partito Popolare Europeo.

 

Fatte queste dovute notazioni, è il caso di entrare in tema. Dopo la vittoria di Yanukovich, in molti – non solo dall’opposizione attiva in politica – hanno visto negativamente l’evento, temendo un probabile ritorno di un clima di scarsa trasparenza e democrazia. Eventi da questo punto di vista “sospetti”, perpetrati ai danni dell’opposizione e dei membri del caduto governo Yushchenko-Tymoshenko, sono iniziati in tribunale già dal marzo 2010, con l’incriminazione dei Ministri Danylyshyn (Min. Economia) e Lutsenko (Interni) per reati legati all’abuso d’ufficio. L’ormai politicamente “morto” Yushchenko non è stato coinvolto nelle indagini fino allo scorso 2 giugno, quando è stato convocato per un interrogatorio su temi legati al suo periodo di governo.

 

La Tymoshenko era già finita sotto accusa a maggio 2010 per la corruzione di un giudice nel 2004, un vecchio caso apparentemente insabbiato nel 2005. La stessa Tymoshenko azzardò l’ipotesi che il caso fosse stato rispolverato in concomitanza della visita del Presidente russo Medvedev, in una sorta di particolare captatio benevolentiae.

Le vicende legate al recente “arresto” sono invece iniziate il 15 dicembre, con l’apertura di un’indagine da parte della Procura Generale di Kiev sul “cattivo uso” di fondi ricevuti dal Ministero per l’Ambiente ucraino nell’ambito operativo del Protocollo di Kyoto: dopo cinque giorni la Tymoshenko è divenuta la sospettata numero uno per l’abuso dei fondi. L’ex Premier ha negato il fatto che i fondi fossero stati sottratti al Ministero in questione, per poi definire l’intero procedimento penale come una “caccia alle streghe” nei suoi confronti. Ella non fu subito arrestata, ma solo messa in condizione di non poter lasciare la capitale per tutta la durata (indefinita!) delle indagini. Le autorità hanno messo in stato di fermo l’ex Ministro per l’Ambiente Georgiy Filipchuk, in carica durante il secondo governo Tymoshenko; Filipchuk è dunque il terzo Ministro di quel governo a finire sotto accusa da marzo 2010. I membri del BYUT bloccarono fisicamente il Parlamento dopo la messa in accusa della loro leader. Lo stesso giorno, il Partito Popolare Europeo – “supporter comunitario” del BYUT – ha espresso la sua vicinanza alla Tymoshenko dichiarando di condannare “la crescita di una pressione aggressiva e politicamente motivata da parte delle autorità ucraine nei confronti dell’opposizione e del suo leader Yulia Tymoshenko”.

A margine, ricordiamo come già ai primi di dicembre 2010, il Procuratore Generale Viktor Pshonka avesse affermato di non avere motivi politici per portare alla sbarra la Tymoshenko e Lutsenko (senza però esprimersi sugli altri). Il 27 gennaio alle accuse ufficiali alla Tymoshenko si è aggiunta quella dell’uso – ovviamente illecito – di mille veicoli originariamente destinati a funzioni medico-sanitarie per potenziare la propria campagna elettorale, per un conto totale di 6,1 miliardi di euro pagati dai contribuenti ucraini.

In data 10 aprile la Procura ha accusato nuovamente l’ex Premier di abuso di potere durante la crisi del gas russo-ucraina del 2009, abuso che si sarebbe concretizzato nell’aver firmato un contratto decennale di forniture gas senza avere l’approvazione del resto del governo. E’ proprio tale capo d’accusa che ha rischiato di portare la Tymoshenko in prigione: il 24 maggio, dal suo stesso sito web, è trapelata la notizia del possibile arresto, smentita subito dopo dalle autorità. L’ex Premier ha affermato che la Procura non ha potuto trattenerla non solo a causa della non sussistenza del reato, ma soprattutto perché la pressione popolare per una sua “liberazione” è stata talmente forte da trasformare l’arresto in uno smacco politico troppo forte per il governo attuale. Invero, la Procura ha comunque deciso di fare “poker” qualche giorno dopo accusando in blocco tutto l’ex governo Tymoshenko di numerose frodi in tema di compravendita vaccini durante la crisi dell’influenza suina.

L’ultimo step del caso – risalente al 3 giugno – vede la Procura impedire alla Tymoshenko di lasciare il Paese per recarsi ad un incontro del Partito Popolare Europeo.

A margine, ricordiamo come la Rappresentante per la Politica Estera UE Catherine Ashton abbia espresso la sua preoccupazione e quella dell’intera Unione per i fatti giudiziari legati alla Tymoshenko ed i membri del suo governo; la Ashton ha inoltre sottolineato il fatto che un Paese con velleità “europee” come l’Ucraina non può prescindere dal rispetto di pluralismo e democraticità – dando dunque un chiaro segnale alle autorità ucraine.

 

A chiosa di quanto scritto, va ricordato come, al proliferare dei capi d’accusa, dalle autorità viene detto poco o nulla sull’andamento delle indagini, oggettivamente incrementando i sospetti sulla fondatezza delle stesse.

 

Detto questo, è doveroso effettuare alcune riflessioni per comprendere la rilevanza internazionale del caso.

 

Come nota iniziale, possiamo inquadrare questo “giustizialismo” dell’era Yanukovich come messa in atto di quanto da lui promesso e paventato sin dalla campagna elettorale presidenziale. Egli doveva scrollarsi di dosso l’immagine di Presidente “dei brogli”, rimastagli addosso dalla Rivoluzione Arancione, ed al tempo stesso doveva presentarsi come alternativa “onesta” ad un governo che dal punto di vista della trasparenza aveva innumerevoli falle.

A prescindere da tutto, comunque, l’operazione sistematica di attacco giudiziario a praticamente tutti i membri dell’opposizione non può che generare sospetti, senza contare il fatto che spesso parlamentari dell’opposizione decidono tutt’a un tratto di migrare nelle fila del Partito delle Regioni. Di contro, la linea difensiva della Tymoshenko sembra avere le stesse evanescenti basi dell’accusa, sembrando più che altro una sorta di “grido d’aiuto” all’esterno del Paese, come a voler attirare l’attenzione di enti e soggetti esteri sui soprusi da lei subiti – veri o presunti che siano.

 

Il punto saliente della vicenda si manifesta nel modo in cui – e forse qui ci sarà la tendenza ad usare logiche e terminologie che si credevano abbandonate dal 1989, ma in fondo mai sparite – lo scontro politico/giudiziario è lo specchio in patria dello scontro tra i due “blocchi”, quello filorusso e quello europeo-atlantico. L’opposizione della Tymoshenko ostenta e mette in pratica un europeismo forse ancor più intenso di quello mantenuto durante i turbolenti anni di governo: la sua azione è volta non solo a proporre un programma differente da quello di governo, ma soprattutto a screditare a livello internazionale oltre che nazionale l’esecutivo attuale, principalmente sui punti della vicinanza alla Russia e dell’alleanza con il Partito Comunista, evocando vecchi spettri di “oppressione sovietica”. A margine, ricordiamo comunque che, in maniera indesiderata o meno, i comunisti erano anche nella vecchia maggioranza degli “arancioni”. Il graduale spostamento verso un conservatorismo destrorso sul piano prima internazionale che nazionale dei partiti “arancioni” testimonia come l’attuale opposizione abbia un maggior desiderio di accaparrarsi il supporto occidentale mostrandosi “antisovietica” più che quello di fare una politica propositiva. Vero è che i consensi si allargano: i Popolari Europei li supportano, e l’attenzione dell’Unione Europea è sempre più viva sulle faccende interne ucraine, visto il timore di regresso democratico e “russificazione” di Kiev. A margine, in ogni caso, da Mosca sul caso Tymoshenko non ci sono state reazioni degne di nota, al contrario di quanto accaduto in Europa.

 

Paradossalmente, il progetto di graduale adesione all’Unione, tanto voluto dagli “arancioni”, potrebbe avere più chances di accelerare ora che al governo non vi sono i suoi maggiori sostenitori: il tutto dipenderà dalla volontà europea di fare pressione esterna contro il governo filorusso ergendosi a scudo dei diritti fondamentali, approfittando di una ghiotta occasione per togliere a Mosca la fondamentale pedina ucraina nel campo dell’Europa Orientale.

 

Dall’altro lato, è chiaro per Yanukovich e i suoi che la Tymoshenko e la sua rete di contatti internazionali siano fin troppo dannose per portare avanti una legislatura senza “intoppi” e per sviluppare le relazioni desiderate con la Russia e l’ex blocco sovietico. Distruggere la reputazione della Tymoshenko – sia su basi reali che fasulle – porterebbe alla legittimazione definitiva di Yanukovich in patria, rassicurando chi per lui simpatizza da est su di un futuro senza derive occidentalistiche. Di contro, se il piano di “eliminazione” della Tymoshenko dovesse riuscire, non sono prevedibili le reazioni dal fronte occidentale: anche se un eventuale arresto della Tymoshenko dovesse avere basi solide, Yanukovich potrebbe continuare ad essere visto come “il leader filorusso antidemocratico”. In ogni caso, già ora si può affermare che i ripetuti attacchi giudiziari all’opposizione hanno confermato la pessima reputazione di Yanukovich tra i Paesi europei occidentali: se davvero il Presidente ucraino, come la sua azione politica recente pareva stesse dimostrando, non voleva “inimicarsi” eccessivamente il partner europeo, questa epopea giuridica è un oggettivo errore di strategia internazionale.

 

In conclusione, gli sviluppi del caso dovranno essere osservati in primo luogo dal punto di vista giudiziario, dal quale si spera si otterranno delle risposte univoche o quantomeno soddisfacenti; in secondo luogo, l’intera questione dovrà ancora essere tenuta d’occhio dal duplice punto di vista delle relazioni politiche interne all’Ucraina e dei contatti internazionali tra le maggiori fazioni di questo Paese.

Per ora, ci si può solo limitare a dire che il Paese è diviso tra tendenze europeistiche forzate e un andamento verso una “democrazia protetta” che fa l’occhiolino a quella moscovita. Altre riflessioni saranno forzosamente subordinate a quanto verrà fuori dalle carte dei giudici di Kiev e alle reazioni nazionali e soprattutto internazionali a quanto potrà accadere.

 

 

*Giuliano Luongo collabora come analista per il progetto “Un Monde Libre” della Atlas Economic Research Foundation

 

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