The final walk to freedom”, è questo il nome del referendum per l’indipendenza che potrebbe sancire a luglio l’inaugurazione formale del 54° Stato sovrano dell’Africa, il Sudan meridionale.

Nonostante questo referendum e l’eventuale indipendenza del Sud rappresentino il culmine del processo di pace iniziato nel 2005, non e’ detto che ciò si tradurrà in una maggiore speranza di stabilizzazione del Paese, il quale sta vivendo una fase cruciale che ne muterà per sempre la sua natura geopolitica.

Ticking time bomb”[i], così è stata definita dal Segretario di Stato statunitense Hillary Clinton la situazione in Sudan, una bomba a orologeria che minaccia il ritorno alla ventennale guerra civile tra il National Congress Party ed il Sudan People’s Liberation Movement.

Sono molti infatti gli aspetti delicati della scissione. Demarcazione dei confini, pozzi petroliferi, oleodotti e islamizzazione dell’apparato burocratico del nord.

I rispettivi governi di Juba e Khartoum non sono riusciti, in cinque anni decorsi dal Naivasha Agreement del 2005, a raggiungere un accordo sulla linea di demarcazione che dovrebbe sussistere tra i due Stati qualora fosse sancita l’indipendenza del Sud. Accordo di non facile attuazione se si tiene conto che il confine storico rivendicato dal Sud è collocato in una fascia di terra ricca di hot pots petroliferi di importanza strategica per il governo centrale e quindi storici punti di frizione tra le fazioni del Paese. I giacimenti petroliferi sono per lo più situati nella zona meridionale del Paese che non ha alcun accesso al mare, mentre Khartoum possiede e gestisce la rete di oleodotti che permettono al greggio di arrivare alle raffinerie per poi essere imbarcato da Port Sudan verso gli Stati importatori.

Alla burrascosa situazione geopolitica del Sudan va aggiunto un secondo livello che chiama in gioco gli interessi delle Grandi Potenze, Cina in testa.

Principio di non interferenza e soft power cinese in Africa

Scorrendo le pagine del Libro Bianco sulla politica cinese in Africa[ii] ci si può fare un’idea dell’attenzione con cui la dirigenza di Pechino guarda all’Africa con una retorica tutt’altro priva di solide fondamenta. In questa zona del mondo è la Cina a poter contare sulla più solida tradizione di ‘vicinanza politica’ a molte leadership locali. Oltre all’appoggio economico ed ideologico fornito durante la Guerra fredda, la RPC ha anche di recente sostenuto una serie di politiche in sede ONU favorite dai Paesi africani, tra cui quelle di peace-keeping, la cancellazione del debito dei Paesi in via di Sviluppo (PVS) e la riforma del Consiglio di Sicurezza. A ciò si aggiunge il contemporaneo declino dell’attenzione delle potenze occidentali per il continente africano ed il fatto che la Cina non ha mai agito in modo espansionista oltreoceano e non viene percepita dalle élite africane come macchiata da un passato colonialista.

Soprattutto però Pechino incarna un modello: la sua straordinaria vicenda di crescita economica e stabilità politica – dunque di sopravvivenza della leadership- possiede agli occhi di molti governi africani le caratteristiche ideali per essere replicata nel continente nero[iii].

Sono questi gli elementi che costituiscono la sostanza del soft power cinese.

L’abilità nel gestire una impressionante crescita economica, insieme con la volontà di farsi protettrice del principio di inviolabilità della sovranità nazionale e di avviare una politica di cospicui investimenti e aiuti allo sviluppo, ha guadagnato alla RPC un notevole consenso tra molti Paesi in via di sviluppo venendo a costituire un modello quanto un’opportunità per ampliare i propri margini di manovra rispetto l’occidente[iv].

L’approccio cinese imperniato sull’inviolabilità della sovranità nazionale, è profondamente alternativo rispetto alla logica messianica statunitense, un approccio che gode di notevole popolarità presso i PVS che nella promozione del modello occidentale vedono una forma di neocolonialismo.

L’apparato del Partito Stato riesce a controllare in modo capillare una nazione di proporzioni continentali nonostante il sempre maggiore accesso alle nuove tecnologie, dove nazionalismo, espansione economica ed autocrazia si sostengono a vicenda. Un esercizio di ‘potere soffice’ di attrazione dunque per quei regimi politici accusati, spesso in maniera interessata da “occidente”, di violare i diritti umani.

L’unica condizione imposta dalla RPC per l’instaurazione di rapporti con le nazioni africane è la ‘One China Policy’, il principio di un’unica Cina, escludendo dunque ogni eventuale rapporto con Taiwan.

Il 2006 è stato proclamato dalla diplomazia cinese “anno dell’Africa”, durante il quale la Cina è diventata il terzo partner commerciale del continente, dal quale ricava risorse strategiche, l’accesso a vasti mercati, opportunità d’investimento e un sicuro serbatoio di voti in seno al Consiglio di Sicurezza.

Un’efficace sintesi della natura della penetrazione cinese in Africa è stata fornita di recente da Wenram Jiang, politologo esperto di relazioni sino-africane: I leader africani vedono la Cina come un nuovo tipo di partner globale, ricco di liquidità, ma disposto a trattarli da eguali. La dirigenza cinese vede l’Africa, strategicamente parlando, come un’opportunità economico-politica i cui frutti spetteranno al primo che saprà coglierla[v].

Nel bene o nel male, i dollari cinesi[vi] stimolano la specificità di un numero crescente di scelte politiche da parte dei Paesi in via di Sviluppo mentre la RPC si sforza di presentare tutti questi interventi come accessori concreti di un soft power benigno per quanti tra i Paesi africani ne sono oggetto.

Sudan, banco di prova del principio di non interferenza cinese

A partire dagli anni ’90 Pechino ha utilizzato il Sudan quasi come banco di prova della sua nuova strategia africana.

La principale compagnia petrolifera cinese Cnpc (China National Petroleum Company) ha ottenuto i primi diritti di prospezione nel 1995 e d’allora la presenza cinese in Sudan è cresciuta in modo esponenziale, specialmente dopo che gli operatori occidentali si sono ritirati dal Paese che versava in una grave crisi politica. Il Sudan infatti era ed è tuttora isolato dalla comunità internazionale perchè ha appoggiato e offerto rifugio a una serie di gruppi terroristici ritrovandosi velocemente nella lista USA degli Stati sponsor del terrorismo internazionale. E’ per questo, e per la guerra che insanguinava le zone di estrazione del greggio, che le compagnie petrolifere occidentali si sono ritirate dal Paese. A quel punto gli uomini di Pechino hanno approfittato dell’isolamento di Khartoum e nel giro di quattro anni hanno trasformato il Sudan in un esportatore di petrolio, costruendo pozzi petroliferi, oleodotti e raffinerie, per un volume di investimenti in infrastrutture energetiche pari a 3 miliardi di dollari USA. Solo nel 2009 il Paese africano ha esportato il 65% del suo petrolio verso la Cina, senza la quale, non sarebbe diventato un nuovo produttore di greggio; impresa di non facile attuazione se si pensa che tutti i lavori per l’estrazione, la lavorazione ed il trasporto del greggio sono stati svolti a cavallo tra il confine che divide le regioni settentrionali da quelle meridionali.

Pechino, durante la guerra civile, ha sostenuto il regime di al Bashir rifornendolo di armi e denaro per sedare la guerriglia delle popolazioni non musulmane del sud del Paese, lo ha protetto presso le Nazioni Unite e ha costruito una serie di infrastrutture nelle zone di estrazione del petrolio, funzionali allo sfruttamento del greggio ma anche alle strategie militari di Khartoum. Per questa ragione i cinesi sono percepiti dal Sud come il nemico, alleato e sostenitore del regime del Nord, accusato di genocidio e crimini contro l’umanità. Per tutto questo la Cnpc non ha mai dovuto rispondere del suo operato dinanzi alle opinioni pubbliche.

Il Regime sopravvive se assicura la stabilità interna, l’immagine internazionale viene dopo. Per sua natura il dirigente cinese tende a considerare secondario, perfino nelle democrazie, il ruolo delle opinioni pubbliche. Alle critiche, soprattutto quelle riguardanti il suo disinteresse per il rispetto dei princìpi di buon governo, dei diritti umani o di quelli ambientali, Pechino ha sempre risposto rimandando tutto al mittente e accusando a sua volta, e spesso non senza ragioni, gli stessi accusatori.

Appunto questa spregiudicatezza, unita al famoso pragmatismo cinese, ha spinto la Cina, in seguito all’accordo di pace del 2005, a stringere una alleanza con i nemici di un tempo. In previsione della scissione del Sud nel 2011, la Cina volle assicurarsi i suoi interessi petroliferi nel sud del Paese in cambio di concessioni di credito a tassi preferenziali al governo di Salva Kiir, la progettazione di un pacchetto di investimenti diretti proprio al sud, comprese la costruzione di centrali idroelettriche ed altre infrastrutture.

Stretta l’alleanza con i ribelli del sud la RPC non ha motivo di temere la secessione del Paese, qualunque cosa accada, secondo gli accordi, non verranno toccati gli interessi petroliferi cinesi.

Le preoccupazioni cinesi riguardanti il referendum -lo ha ribadito l’ambasciatore cinese a Khartoum- sono le stesse che sono state espresse dalla comunità internazionale. Speriamo sinceramente che il Sudan possa raggiungere una pace permanente, perchè nessuno può trarre beneficio da una situazione di caos e instabilità. La Cina, da parte sua, rimarrà amica sia del Nord, sia del Sud”.

La Cina ed i governi occidentali condividono dunque un interesse fondamentale, il mantenimento della stabilità regionale, ma è la Cina che dovrà mettersi in gioco maggiormente.

La RPC è chiamata a rispondere alle responsabilità che lo status di grande potenza necessariamente comportano.

Dalla promozione dei cinque princìpi della coesistenza pacifica trae sostanza l’asse che lega la RPC ai Paesi in via di sviluppo insofferenti alle interferenze delle potenze occidentali nei loro affari interni.

La sfida cinese sta nel bilanciare i crescenti interessi economici oltreoceano e le responsabilità internazionali con il principio di non interferenza negli affari interni dei singoli Stati. Ogni frizione tra Nord e Sud metterebbe tale principio sotto pressione. Qualsiasi incidente potrebbe non solo minacciare gli interessi petroliferi cinesi in Sudan, ma potrebbe illuminare nel panorama internazionale la contraddizione interna cinese fra lo sviluppo capitalistico, la notevole apertura al resto del mondo, la modernizzazione anche culturale, e la chiusura dei vertici verso le riforme politiche. Un incidente che il PCC vorrebbe certamente evitare.

La RPC si trova dunque a dover inevitabilmente rivalutare il principio di non interferenza poiché non è una politica adatta ad una potenza globale con crescenti responsabilità internazionali. D’altra parte, la difesa di tale principio le è valso uno status unico nell’allacciare rapporti con i Paesi in via di sviluppo, esausti dal neocolonialismo. E la Cina ci tiene a non macchiarsi di disposizioni imperialiste.

Nonostante ciò la RPC sembra aver fatto un passo in avanti nell’interpretazione di tale principio. Pechino ha premuto affinché Khartoum accettasse forze di peace-keeping in Darfur e allacciasse relazioni con il Sud. Un gesto nella direzione di prevenire il conflitto post-referendum in Sudan ed il massimo in cui finora si è esposta: la Terra di Mezzo rimane infatti riluttante nel coinvolgere sé stessa così profondamente nelle politiche locali.

In questo momento la Cina “ostaggio della fortuna”[vii] presume che Khartoum e Juba opteranno per la cooperazione per il loro mutuo interesse nei profitti petroliferi.

Finora, la politica cinese sembra essersi attenuata ai princìpi basilari enunciati da Deng Xiaoping: “Analizzare a mente fredda, mantenere le proprie posizioni, fronteggiare le difficoltà con calma, tenere nascoste le proprie capacità e aspettare il tempo propizio, non agire per primi, portare a compimento tutte le cose[viii].

Tuttavia se Pechino continua a pensare il valore della non interferenza in luce dei suoi crescenti interessi globali, gli eventi in Sudan potrebbero delineare forma e contenuto di una nuova dottrina di politica estera; oppure altri potrebbero considerare un più alto grado di “interferenza” come legittima.


[i] The Economist, South Sudan, Indipendence beckons, p.33, January 8th-14th.

[ii] CONSIGLIO DI STATO DELLA REPUBBLICA POPOLARE CINESE, Libro bianco sulla Politica della Cina in Africa, Pechino 2006 Disponibile su http://www.fmprc.gov.cn/eng/zxxx/t230615.htm

[iii] G. Andornino, Dopo la muraglia, la Cina nella politica internazionale del XXI secolo, ASERI, Vita e Pensiero, Milano 2008.

[iv] ibi

[v] Cit. In Kahn, China courts Africa, angling for strategic gains, in Dopo la muraglia, p.231.

[vi] Finora la Cina ha destinato 44,4 miliardi di renminbi in aiuti ai paesi africani, realizzando oltre ottocento progetti, tra i quali figurano la costruzione di fabbriche tessili, centrali idroelettriche, stadi, ospedali e scuole. Il volume degli scambi è passato sa 12,11 milioni di dollari negli ultimi anni Cinquanta a 10,5 miliardi nel 2000 e a 70 miliardi nel 2007. He Wenping, Neocolonialisti?No, in Aspenia n. 41, 2008.

[vii] Si veda l’articolo correlato su http://www.atimes.com/atimes/China/MA05Ad01.html

[viii] Cit. Zhang, la strategia americana vista dalla Cina, in Dopo la muraglia, p.335.

*Erica Saltarelli è dottoressa in Relazioni internazionali (Università di Perugia)

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