Nella notte tra il 4 ed il 5 settembre del 1943, quando il conflitto contro la Germania nazista iniziava ad avere dei risvolti positivi, il Vožd’ (Capo supremo dell’URSS e del PCUS), in compagnia di Vjaceslav Molotov (Commissario del Popolo per gli Affari Esteri) e di Gerogij G. Karpov, accolse al Cremlino ciò che, nell’arco di vent’anni, era rimasto delle gerarchie ecclesiastiche ortodosse: Sergij di Mosca (metropolita di Mosca e locum tenens del vacante seggio patriarcale), Nikolaj di Kiev e Galic, e Aleksij di Leningrado e Novgorod. Nel corso dell’incontro, Stalin, inaspettatamente, andò incontro alla quasi totalità delle richieste avanzate dai tre religiosi seppur col ben preciso proposito che la nuova politica di apertura nei confronti della Chiesa ortodossa e la rinnovata sostanziale autonomia garantita ad essa dovesse comunque essere sottoposta ad un rigido controllo governativo. Appena quattro giorni più tardi si riunì un concilio di diciannove membri che elesse Sergij patriarca, e con esso venne stabilita la creazione di un sinodo di sei membri che alla morte dell’anziano metropolita, il 15 maggio 1944, svolse la funzione di locum tenens fino all’elezione di Aleksij di Leningrado come nuovo patriarca.

All’origine di questa dissonante sinfonia sovietico-bizantina non vi fu la volontà del “magnifico georgiano”di ingraziarsi o di utilizzare la Chiesa ortodossa, che mantenne quasi intatta la sua popolarità tra la popolazione nonostante il ventennio di persecuzione, come strumento di creazione e manipolazione del consenso patriottico nel contesto della guerra contro le forze dell’Asse. Tale decisione fu invece propedeutica e strumentale al nuovo assetto statale neo-imperiale che la dirigenza staliniana si proponeva di realizzare una volta accertatasi, con la battaglia di Kursk, del lento ed inesorabile ritiro e declino della potenza tedesca.

Dunque la scelta di Stalin non fu dovuta alle necessità della situazione contingente che l’Unione Sovietica si trovava ad affrontare o ad un improbabile impulso cesaro-papista ma, bensì, ad un preciso progetto politico e geopolitico legato all’espansione dell’Unione Sovietica, alla sistematizzazione dei suoi confini, ed alla potente influenza che essa iniziò ad esercitare in Europa  orientale. Tale progetto era volto in primo luogo alla ricostituzione di un impero tradizionalmente autocratico nel quale all’imposizione dell’uniformità culturale marxista-leninista faceva da contraltare il riconoscimento della multi-religiosità nelle aree di confine ed il ruolo cruciale di collante ideologico della cristianità ortodossa nel suo naturale nucleo slavo e russofono. Sempre al 1943 infatti risale la creazione dei quattro direttorati spirituali per le maggiori comunità musulmane dell’URSS: Transcaucasica, Caucaso settentrionale e Daghestan, Russia europea e Siberia, Asia centrale e Kazakhstan. Scelta che ancora una volta venne suggerita a Stalin da un capo religioso, il muftì di Ufa Abdurrahman Rasulev, e che di fatto consentì, sotto l’egida del Comitato per gli Affari Religiosi e del Culto, la formazione di una vera e propria nomenklatura islamica all’interno dell’URSS; ciononostante un Islam parallelo e non ufficiale continuò a sopravvivere in condizione di semiclandestinità. 

Stalin, che a differenza della tradizionale intellighenzia bolscevica, per lo più di estrazione borghese o di origine ebraica, era un profondo conoscitore ed interprete della volontà delle masse, fu capace di intuire l’intrinseca religiosità del popolo russo e la sua profonda unione mistica con la Chiesa. Inoltre, conscio del fatto che i popoli hanno bisogno di un passato nel quale riconoscersi e specchiarsi, diede nuovo vigore al sentimento di comunione politica e spirituale che identificava il preciso destino storico del popolo russo.

Come afferma il filosofo Aleksandr Dugin, esiste una precisa differenza tra il concetto di nazione (nozione del tutto politica) ed il concetto di popolo, nozione essenzialmente storica che rappresenta l’unità di più persone identificate da un comune destino storico. A questo proposito non ha senso parlare di uno Stalin che riscopre i valori del nazionalismo di fronte all’avanzare del nemico tedesco in quanto il concetto stesso di Stato-nazione, nonostante alcuni passati istinti slavofili, non è mai appartenuto al popolo russo che per tutta la sua evoluzione storica ha dovuto invece interfacciarsi con differenti influenze etniche e culturali, delle quali lo stesso Stalin era portatore, e con una relativa assenza di confini precisi (torna l’idea di Russia “senza confini”) in quanto entità imperiale in continua espansione.

La weltanschauung di Stalin si sviluppò su due linee esistenziali e intellettuali divergenti: la turbolenta adolescenza da uomo di confine nella Georgia sottoposta al processo di russificazione della seconda metà dell’Ottocento, e l’evoluzione matura come rivoluzionario marxista. In questo contesto lo sviluppo della sua personalità umana e politica rappresenta una sorta di archetipo esistenziale della coscienza eurasiatica. Lo stesso Stalin amava definirsi come un paradosso asiatico  dall’identità culturale multipla. Ed il suo dispotismo “asiatico” rappresentava il naturale esito di un sistema in cui la liberazione dalla libertà stessa rendeva tutti intrinsecamente “non liberi”, despota compreso, in quanto la libertà (per dirla con Hegel) non esisteva come modello concreto di relazione sociale.

Stalin ed il suo lavoro politico rappresentano, seppur in forma embrionale, il superamento del problema dell’autocoscienza russa che si trasforma in reale coscienza eurasiatica. In questo senso il lavoro politico staliniano supporta, probabilmente inconsapevolmente, le teorie di Nikolaj S. Trubeckoj sulla personificazione dei popoli e degli insiemi di popoli (persona sinfonica) capaci di creare una precisa e specifica forma culturale.

Lo studioso di scuola anglosassone Alfred J. Rieber nel suo scritto Stalin and the Struggle for Supremacy in Eurasia afferma, non completamente a torto, che l’Unione Sovietica ereditò quattro fattori politici e geopolitici dal vecchio Impero zarista, con i quali la dirigenza staliniana, una volta superata la crisi della guerra civile, dovette interfacciasi: una struttura sociale multi-culturale; confini porosi e permeabili (si pensi alla difficile sovietizzazione dell’Asia centrale); arretratezza economica; alienazione culturale.

In questo contesto il principale merito di Stalin nel suo processo di ricostruzione dell’entità statuale russa e di conseguente costruzione dello Stato socialista risiede principalmente nel suo rifiuto delle radici metafisiche dell’ideologia marxista, la cui evoluzione teorica è pesantemente influenzata dal chiliasmo ebraico. Un rifiuto che ha eliminato l’afflato escatologico-universalistico del pensiero del filosofo di Treviri e preferito ad esso la sua pragmatica ristrutturazione elaborata da Friedrich Engels. Questo rifiuto ideologico si espresse essenzialmente nel processo di costruzione e consolidamento del socialismo in un solo paese che di fatto portò allo scontro con l’ala ideologico-radicale del Partito Bolscevico ed alla sua progressiva estromissione dai gangli del potere. Ed il secondo merito attribuibile a Stalin è l’aver lentamente degiudaizzato il Comitato Centrale del PCUS. A questo proposito è utile ricordare che il nucleo originario del Partito Bolscevico era composto principalmente da intellettuali di estrazione borghese o piccolo borghese (con la sola eccezione dell’autentico proletario Stalin) la cui coscienza infelice di hegeliana memoria portò a tradire la propria classe sociale in nome di un presunto progetto di emancipazione universale. Questa difformità di formazione e pensiero tra la quasi totalità della dirigenza bolscevica e Stalin ha determinato il suo sostanziale rifiuto delle elucubrazioni ideali e utopiche, quando del non aperto sproloquio sinistroide, sulla rivoluzione mondiale permanente che asserivano non solo l’impossibilità della costruzione del socialismo in un solo paese ma anche che questo paese non potesse essere la Russia. Infatti Lev Trockij affermava che la barbarie delle masse contadine, la loro mancanza di maturità sociale e politica, derivata dall’intrinseca arretratezza della Russia, avrebbe portato inevitabilmente la controrivoluzione a trionfare qualora la classe operaia russa non avesse esportato la rivoluzione e ottenuto il necessario appoggio del proletariato europeo. Ovviamente tali considerazioni andavano, non solo contro la direzione che al Partito ed all’economia volle imporre Stalin, ma anche contro lo stesso pensiero di Lenin che, fintanto che la salute glielo permise, respinse le accuse mensceviche sulla barbara arretratezza culturale del popolo russo incapace di comprendere il socialismo, affermando altresì che, una volta ottenuto il potere, il proletariato, sarebbe stato capace di compiere una vera e propria rivoluzione culturale.

Ora l’evidenza storica ci consente di affermare che una vera e proprio rivoluzione culturale non ci fu. Tuttavia Stalin, le cui elaborazioni teoriche erano comunque abbastanza pesanti e prive di raffinatezza filosofica, grazie alla sua determinazione incrollabile, alla sua capacità organizzativa, ed alla sua profonda conoscenza delle dinamiche sociali e popolari della Russia, riuscì innegabilmente nella costruzione del socialismo in un solo paese. E ciò avvenne perché fu abile a ricostituire in primo luogo l’organizzazione gerarchica dello Stato a dispetto delle stesse elaborazioni teoriche leniniste sulla progressiva estinzione di questo e dei suoi apparati che si sarebbe dovuta realizzare una volta che il proletariato avesse conquistato il potere. Il XIV Congresso del Partito nel dicembre 1925 sancì di fatto la vittoria della linea isolazionista staliniana sull’edificazione del socialismo contando solo ed esclusivamente sulle proprie forze rispetto alle linee sostenute dall’opposizione sinistroide di Trockij, infatuata di istinti autodistruttivi comunardi, e dalla destra sostenuta da Bucharin, ma anche da Zinov’ev e Kamenev, che al contrario sosteneva tesi basate sulla possibilità di collaborazione economica con i paesi a capitalismo avanzato. Da questo momento in poi si accentua la separazione ideologica della Russia dal resto del mondo e la lotta interna al Partito tra l’etica razionale di Stalin e gli slanci intellettualistici di molti dei suoi membri (per lo più di origine ebraica) infatuati dall’idea platonica di stabilire il governo dei “filosofi-re” nella Russia dei Soviet.

Una lotta che ebbe ovviamente delle ripercussioni anche per ciò che concerne le politiche da attuare nei confronti della Chiesa. Le due principali tendenze erano ancora una volta quella ideologica-radicale degli ebrei Trockij, Zinov’ev e Bucharin che puntava alla sua totale estirpazione, a cui faceva da contraltare la tendenza legalista di Stalin volta al contrario a definire gli ambiti di liceità giuridica entro i quali la Chiesa potesse e dovesse operare. E fortunatamente Stalin fu ancora una volta abile nel far prevalere la sua tendenza; nonostante una pesante limitazione degli spazi vitali per l’azione liturgica e reali forme di persecuzione vennero comunque implementate fino ai primi anni Quaranta.

L’esclusione, preludio della stessa eliminazione fisica, della vecchia dirigenza bolscevica, comunque per niente estranea al revisionismo ed a quegli istinti cospirazionisti che le venivano imputati, si può dunque leggere con la volontà politica staliniana di raggiungere con il meticoloso e paziente lavoro l’obiettivo di ricostruire la grandezza della Russia la cui armonia comunitaria si era spezzata ben prima dell’esperienza rivoluzionaria; il cui effetto più immediato fu invece il restringimento dei suoi confini geografici.

In primo luogo Stalin fu abile nel comprendere che se la NEP, come affermava Lenin, aveva costituito un passo indietro nel programma bolscevico utile per compiere un successivo grande balzo in avanti, la collettivizzazione delle campagne e l’industrializzazione a tappe forzate, costituirono un grosso passo in avanti che avrebbe successivamente permesso qualche piccolo indietreggiamento. Ed i positivi, seppur non sofferti, esiti di questi processi produssero il rinnovato interesse nei confronti delle relazioni internazionali con il mondo esterno il cui primo effetto fu l’avvicinamento alla Germania nazista (in cui Karl Radek negli anni precedenti giocò un ruolo più che prezioso) ed il successivo riavvicinamento nei confronti della Chiesa. Il patto Molotov- Ribbentrop nasce dall’intento sovietico di uscire dall’isolamento internazionale (i suoi delegati non vennero neanche invitati alla Conferenza di Monaco del 1938) e di assicurare i suoi confini occidentali. Stalin, non totalmente in torto, leggeva ancora una volta le diatribe europee, da cui fino all’ultimo cercò di rimanere fuori, come scontro tra forme opposte di imperialismo; le cui maggiori responsabilità erano comunque da attribuire a Francia e Gran Bretagna. In quest’ottica il patto con quello che sarebbe dovuto essere il naturale nemico ha senso in quanto permise non solo alla Russia di ricostituire i suoi naturali confini occidentali precedenti alla pace di Brest-Litvosk, ma consentì indirettamente alla Chiesa ortodossa russa di ottenere la giurisdizione formale e quasi insperata su una nuova moltitudine di fedeli e su strutture logistiche intaccate dal ventennio di persecuzioni. Questo fu il primo passo che determinò il riavvicinamento tra Stalin e le gerarchie ecclesiastiche che, nel momento dell’invasione tedesca, seppur la nuova alleanza non fosse ancora ufficiale, non fecero mancare il loro apporto alla causa patriottica. Di fatto il richiamo agli eroi patriottici della storia russa fatto da Stalin nel celebre discorso del 7 novembre 1941, conscio di ciò che Vladimir Solov’ev chiamava l’“aureola religiosa” che agli occhi del popolo russo circondava i santi guerrieri che si resero capaci di combattere e vincere gli invasori del passato, fu lo stesso che l’allora metropolita di Mosca Sergij fece il 22 giugno del medesimo anno nel momento stesso in cui le truppe tedesche iniziarono la loro avanzata sul fronte orientale.

Il termine del conflitto sancì l’ulteriore espansione della Chiesa ortodossa dovuta all’imposizione sovietica di annullare l’Unione di Brest del 1596 con la quale la Chiesa greco-cattolica ucraina (i cosiddetti “uniati”) sancì il suo legame con il papato di Roma; una vicenda che determinò la tuttora non risolta frattura tra il Vaticano ed il Patriarcato moscovita.

Inutile dire che il processo di destalinizzazione avviato dopo il colpo di Stato del semianalfabeta Chruscev si caratterizzò non solo per la volontà di de-strutturare l’organizzazione politica ed economica costruite da Stalin ma anche per una precisa politica di ostilità nei confronti della religione. La destalinizzazione doveva essere dunque sia un processo di riforma istituzionale che culturale. Le riforme economiche degli anni Sessanta (patrocinate dall’ebreo Evsej Liberman) si distinsero per la precisa volontà di agganciare la dipendenza dei rapporti di produzione alle leggi oggettive del mercato promuovendo l’autonomia finanziaria delle imprese e spingendole a produrre sulla base della priorità del profitto. Di fatto si cercò di reintrodurre il capitalismo seppur in modo lento e progressivo. Un processo che subì una improvvisa accelerazione solo sotto la guida incapace di Michail Gorbacev.

Tuttavia il fatto che la de-costruzione del sistema staliniano abbia necessitato più di un trentennio per il suo totale e, come dimostrano gli scenari geopolitici odierni, non del tutto riuscito smantellamento la dice lunga sulle capacità organizzative e di identificazione con il suo popolo del politico e uomo eurasiatico Iosif Stalin.

Come diceva il poeta e scrittore greco Nikos Kazantzakis: “Stalin è la terra; la grave terra russa. Ha accolto il seme, un seme di grano, e qualunque cosa succeda ora, che piova o che nevichi, che non piova o che non nevichi, conserva questo seme, non lo lascia finché diventi una spiga. È paziente, ostinato e sicuro di sé. E ha una resistenza inimmaginabile”.

Articolo precedente

LE ELEZIONI PRESIDENZIALI IN TRANSNISTRIA

Articolo successivo

L’ASSASSINIO DELL’AMBASCIATORE RUSSO: UNA PISTA CREDIBILE

Daniele Perra
Daniele Perra a partire dal 2017 collabora attivamente con “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e con il relativo sito informatico. Le sue analisi sono incentrate principalmente sul rapporto che intercorre tra geopolitica, filosofia e storia delle religioni. Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, ha conseguito nel 2015 il Diploma di Master in Middle Eastern Studies presso ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Nel 2018 il suo saggio “Sulla necessità dell’impero come entità geopolitica unitaria per l’Eurasia” è stato inserito nel vol. VI dei “Quaderni della Sapienza” pubblicati da Irfan Edizioni. Collabora assiduamente con numerosi siti informatici italiani ed esteri ed ha rilasciato diverse interviste all’emittente iraniana Radio Irib.