Domenica 19 giugno 2011

<font style=”font-face: Arial; font-size: medium”>  >Tarek Aziz chiede di essere giustiziato

 

Ieri, l’anziano Tarek Aziz, 75 anni, condannato a morte da un tribunale speciale, stremato da una salute malferma, ha chiesto di essere giustiziato perché non vuole morire in prigione. Lo smarrimento di un uomo abbandonato.

Una dittatura intelligente non si sporca più le mani, come faceva di base Franco, che ancora garrotava militanti anarchici nel 1974. No, essa crea una succursale, nomina i suoi affiliati e dà loro il titolo di “Alta Corte”. Il 26 ottobre scorso Tarek Aziz è stato condannato all’impiccagione dall’Alta Corte Penale irachena, il gran tribunale delle basse manovre, e in seguito la pena è stata confermata.

Tarek Aziz era l’inamovibile ministro degli Affari Esteri di Saddam Hussein, e la migliore porta d’ingresso degli occidentali nel mondo arabo. In Francia, tutti hanno adorato l’operato di questo grande diplomatico cristiano. Tutti hanno usato la base irachena e hanno glorificato questo paese arabo laico.

Ma cosa vale un amico, quando esso è arabo, se l’unico progetto dopo il settembre 2001 è di umiliare il mondo arabo per imporgli la colonizzazione economica?

Chi, tra gli amici dichiarati di Tarek Aziz, ha fatto nulla di tangibile dopo il suo arresto nel 2003?

Quale di questi grandi difensori dei diritti dell’uomo bianco ha prodotto qualcosa di più di un pallido comunicato per denunciare il processo iniquo fatto ai danni del grande diplomatico?

Quale di questi galli che battibeccano sul piatto degli avanzi ha denunciato la buffoneria della giustizia irachena?

Fatemi il nome di un solo uomo che abbia onorato le linee stabilite quando tutto andava bene, chiedendo il diritto di accesso per recarsi alla prigione di Kazimiyeh, a Baghdad… E se egli è stato ammanettato con le mani dietro la schiena , ciò risveglierà le nostre belle coscienze da quattro soldi?

L’anno scorso, Tarek Aziz è stato vittima di due crisi cardiache. Le ultime immagini sono quelle di un uomo estenuato. Suo figlio Ziad descrive uno stato fisico allarmante, e le “autorià” irachene rifiutano il diritto di accesso: “Sono passate due settimane, mia madre e mia sorella sono venute a Baghdad per fargli visita, senza successo. Inoltre, il vice ministro della giustizia non risponde più ai nostri appelli telefonici”.

L’11 novembre 2010, Jalal Talabani, un curdo, rieletto presidente, ha detto che si sarebbe opposto all’applicazione della pena di morte.

Malato, isolato, abbandonato, Tarek Aziz ha appena scritto ai suoi carnefici la sua volontà di non morire in prigione, e ha richiesto l’esecuzione della sua sentenza. Chirac, Chevènement e Le Pen non hanno capito niente.

 

* Actualités du droit (10/6/11) – http://lesactualitesdudroit.20minutes-blogs.fr/

 

Traduzione di Alessandro Parodi</font

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