Una folla di diverse migliaia di persone ha accolto il 12 settembre scorso Recep Tayyip Erdogan al suo arrivo al Cairo.  Il primo ministro turco è sempre di più uno dei leader politici più amati della regione. Superato l’iniziale imbarazzo per il “caso siriano”, l’uomo forte di Ankara ha iniziato il suo tour rinnovando gli attacchi all’ex alleato Israele. Che cosa significa questa visita in Egitto per la regione? Un nuovo asse turco-egiziano sta emergendo nel Vicino Oriente, come suggerito da diversi osservatori?  Nonostante l’entusiasmo suscitato da questa visita, Turchia ed Egitto restano due potenziali rivali-due leader regionali in pectore il cui momentaneo allineamento è dovuto più che altro all’attuale debolezza e instabilità del gigante arabo nell’immediato dopo-Mubarak.

Se è vero che anche in politica i fatti contino più delle parole, le tappe scelte dal primo ministro Erdogan per il suo “tour arabo” danno chiare indicazioni sulle intenzioni del leader turco. Egitto, Tunisia e Libia, in altre parole i tre paesi dove i regimi sono stati spodestati dai rivoltosi durante la “Primavera araba”: Erdogan è chiaramente interessato a dare un segnale di supporto al cambiamento avvenuto in questi paesi. E forse anche a fare dimenticare l’iniziale titubanza del suo governo di fronte alla crisi scoppiata nella Siria dell’ex-alleato Bashar al-Asad. L’attenzione dei media è ovviamente concentrata sulla prima tappa di questa visita, quella presso il gigante arabo ancora alle prese con il dopo-Mubarak. In particolare negli ultimi giorni si fa un gran parlare di una nascente alleanza turco-egiziana, a volte inserendo l’Arabia saudita-componendo così un asse Riyad-Ankara-Cairo.

Quasi fosse la trama di uno sceneggiatore, nelle settimane scorse ambedue i paesi hanno registrato una crisi nei rapporti con Israele. La Turchia a fine Agosto ha espulso l’ambasciatore israeliano, minacciando di congelare gli accordi militari e portare Israele davanti alla Corte di Giustizia Internazionale a seguito del rifiuto israeliano di scusarsi per l’episodio della Mavi Marmara.  Quasi in contemporanea al Cairo l’ambasciatore israeliano e il suo staff lasciavano la sede diplomatica a seguito di feroci proteste scatenate dall’uccisione, avvenuta il mese precedente, di cinque guardie di frontiera egiziane ad opera di militari israeliani sulle tracce di presunti terroristi palestinesi.  Il tutto a pochi giorni dal voto alle Nazioni Unite sulla richiesta palestinese di vedersi riconosciuto lo status di nazione, iniziativa cui Erdogan ha prestato il proprio deciso supporto.  La tentazione di evocare la nascita di un nuovo asse Il Cairo-Ankara è dunque forte, ancora di più in ragione del grande appeal del “modello turco” indicato da molti come la soluzione ideale per lo sbocco della crisi egiziana. Tra Egitto e Turchia è dunque amore? Probabilmente no. Cerchiamo di capire il perché.

“Ci sarà di sicuro rivalità per il ruolo regionale..l’Egitto non è nelle condizioni di ricoprire questo ruolo al momento ed Erdogan ne sta traendo vantaggio” ha dichiarato ad Al-Jazeera Adel Soliman, direttore del “Centro Internazione di Studi Strategici” di Il Cairo. Difficile dare torto all’esperto egiziano: in questo caso è più che mai necessario distinguere tra il breve ed il medio/lungo termine.  Dal punto di vista dell’Egitto, la difficile situazione politica ed economica attraversata dal paese impone di accettare la mano tesa da Ankara; l’iniziativa di Erdogan promette poi di favorire nuovi investimenti turchi in un’economia egiziana bisognosa di capitali.  Per quanto riguarda Ankara, il miglioramento dei rapporti con l’Egitto post-rivoluzionario ha evidenti vantaggi in termini di prestigio. Quest’apertura verso Il Cairo va inoltre inquadrata nell’ambito di una sempre più marcata presenza di Ankara sulla scena medio-orientale: Erdogan è indubbiamente “the man on the move” e non è dunque poi così sorprendente la sua volontà di allacciare rapporti con il governo guidato dal generale Tantawi.

Se queste buone relazioni potranno trasformarsi in futuro in una vera alleanza, è difficile dirlo. Ciò che è certo è che Egitto e Turchia sono due potenziali leader regionali. La variabile fondamentale sarà il futuro dell’Egitto. La base della momentanea entente tra i due paesi è la debolezza e l’instabilità del paese a seguito della cacciata di Mubarak. Non vi è dubbio che se da una parte i generali guidati da Tantawi abbiano accettato volentieri l’abbraccio del premier turco, dall’altra vi sia in Egitto la diffusa convinzione che la Turchia stia “rubando” il ruolo a centro scena della politica del Vicino Oriente che Il Cairo ha occupato a lungo. Un Egitto capace di recuperare il suo ruolo centrale nella regione (perso durante gli anni di presidenza Mubarak caratterizzati da un appiattimento sulle posizioni americane che poco ha giovato alla reputazione regionale del paese) non finirebbe forse per entrare in rotta di collisione con la “invadente” Turchia di questa fase?

E’ inoltre necessario considerare le recenti dichiarazioni di sostegno alla causa palestinese da parte di Erdogan nel contesto delle dinamiche della regione.  Nell’ambito della visita alla sede della Lega Araba Erdogan ha infatti ricordato il supporto di Ankara verso l’iniziativa diplomatica palestinese presso le Nazioni unite ma ancora più seria è stata la minaccia di inviare navi militari turche per scortare l’invio di aiuti verso Gaza bloccata dagli israeliani. Il progressivo inasprimento dei toni usati dai leader turchi (anche Davatoglu ha di recente avuto parole dure nei confronti di Israele) con l’ex alleato israeliano testimoniano come il percorso verso la popolarità e la leadership nel Vicino Oriente abitato in maggioranza da arabi continui a passare dal sostegno alla causa palestinese-oggi come ai tempi di Nasser.  Un maggiore coinvolgimento della Turchia nella vicenda palestinese sta a indicare un “salto di qualità” nella politica estera turca, e non è un caso che avvenga in una fase in cui le difficoltà del regime siriano abbiano lasciato un vuoto su questo fronte. Questa “intromissione” nella causa araba per eccellenza non sarà certo cosa gradita a diversi leader del mondo arabo, costretti però a fare buon viso a cattivo gioco di fronte a quest’attivismo di Erdogan.

Nonostante le intemperanze verbali del suo primo ministro, la Turchia rimane solidamente ancorata alla NATO, come testimoniato dalla decisione di ospitare sul proprio territorio i discussi radar anti-missile; scelta questa che indubbiamente complicherà i rapporti di Ankara con Tehran – chiaro obiettivo dei radar. Riusciranno Erdogan e Davutoglu a conciliare retorica anti-israeliana e alleanza con gli Stati Uniti? Un eventuale ulteriore peggioramento dei rapporti tra Turchia e Israele costringerebbe gli Stati Uniti a intervenire e finanche a “scegliere” tra i due alleati. Inoltre-come già sperimentato da Siria ed Egitto nel 1967 ed Iraq nel 1981- chiunque programmi un braccio di ferro con Israele, deve mettere in conto una reazione dura di Gerusalemme. Se è vero che sia difficile immaginare una crisi militare tra i due paesi, altrettanto difficile sarebbe stato immaginare un tale peggioramento dei rapporti solo pochi anni fa.

Il successo o il fallimento della politica di Erdogan nel Vicino Oriente passa inevitabilmente dal Cairo e Gerusalemme. Il percorso scelto da Erdogan ha obiettivi ambiziosi ma non è privo di ostacoli.  Riuscirà il leader turco ad imporre il modello AKP? Il contrasto con Israele sfocerà in una rischiosa rivalità? E l’attivismo di Ankara scatenerà rivalità nuove e vecchie? Erdogan sembra convinto di avere trovato una risposta a questi quesiti. E la folla che lo acclama a Cairo sembra per ora dargli ragione.

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